martedì 17 febbraio 2026

Cazziato perché non robotico

Una volta fui cazziato durante la Messa da quel frоcio del priore. Gli stavo servendo Messa. Si presume che un chierichetto - o equivalente - stia lì non solo come "cameriere" del celebrante, ma anche per vivere il gesto, "con spirito di preghiera". Il frоcio mi cazzia perché mi ritiene lento: "E dai, su", con quel tono seccatissimo che non userei nemmeno al ristorante con un cameriere svogliato, tanto meno davanti al Santissimo Sacramento. Ci mancava quasi che dicesse che stavo rallentando l'esecuzione della messinscena.

Fin dalle origini della mia vocazione avevo chiaramente percepito che partecipare ai divini misteri (o addirittura celebrarli) non era uno spettacolo a tema sacro ma un'azione efficace sul piano soprannaturale. Già da dodicenne a servir Messa, sapevo di essere fisicamente più vicino al Signore, e di rendergli più onore con quei piccoli gesti previsti dal Messale. Sapevo, cioè, che una volta giunto al sacerdozio avrei celebrato Messa e sacramenti conscio (almeno un pochino) del loro inestimabile valore soprannaturale. Avrei celebrato di mia volontà, con o senza "pubblico", perché quella celebrazione aveva un immenso valore nonostante me. Impossibile stimare quanta grazia può fluire anche soltanto da una celebrazione distratta, stanca, disturbata da circostanze (come il rigido freddo invernale o il traffico auto fuori) o da gente passata a marcar presenza ma stufata di limitarsi a marcar presenza.

Dunque, anche da stanco, anche in preda a fatiche, acciacchi, dolori non solo fisici, le liturgie le vivevo "con spirito di preghiera", come suolsi dire in quelle patetiche e interminabili omelie di pretazzi che non han nulla da dire. Stavo a servir Messa consapevole che accanto a me si stava realizzando il miracolo della transustanziazione nonostante gli elementi di disturbo, e cercavo di "fare la mia parte" nella maniera più sobria e discreta possibile, nonostante la mia stessa stanchezza, il freddo e tutto il resto. Al servizio della liturgia, non dell'uzzolo momentaneo del pretino. Con gratitudine per quel miracolo, non misurando "quanti minuti mancano alla libera uscita".

E quindi mi beccai una cazziata. Il pretino aveva la tipica fretta idiota di chi non ha alcuna urgenza ma si stufa del momento presente (proprio il momento in cui si esprime il suo sacerdozio). Cercai di essere più "veloce" nelle apparenze ma non nella sostanza, perché mi ha sempre ripugnato l'idea che una Messa sarebbe una messinscena da velocizzare o rallentare a seconda di piccinerie del momento. Dato il tipo di prete-chеcca non avevo appigli neppure per poter fare a distanza di tempo un discorsetto gioviale e untuoso sulla Bellezza della Liturgia che va Celebrata Senza Correre. Quando hai a che fare con psicotici e chеcche non puoi usare i ragionamenti, né l'evidenza dei fatti, né l'affabilità che Paolo elargiva ai Filippesi: non funzionerebbero, sono controproducenti, perché quei pretini che ti fanno le omelie "tanto tanto spirituali" sono i primi a non credere in ciò che dicono. Eseguono un copione, recitano un formulario, ma non ci credono. Come quel coglione che stufo di celebrare i riti della Pasqua, disse "domani è lunedì, lasciamo la parrocchia chiusa, tanto non verrà nessuno", sopprimendo arbitrariamente le Messe di precetto festivo: si era autoassegnato un giorno di ferie.

Il profondo dramma della Chiesa che ama immaginarsi moderna è che ha sostanzialmente perso la fede. Chiunque riduca la Messa ad una messinscena, ha perso la fede. La fretta nel celebrare, la foga nell'aggiungere ingredienti scenografici, il trascinare la liturgia il più lentamente possibile per fingere di starla vivendo, sono tutti pessimi indizi. Così come lo sono l'atteggiamento mondano davanti al Santissimo - trattato come un gadget molto religioso, un certificato di marcatura presenze, addirittura un obbligo amministrativo perché altrimenti chissà cosa penseranno. Chi dice che la Chiesa di oggi ha la vivacità di un cadavere tiepido non sbaglia. Tolta la fede nell'Eucarestia, non rimane più nulla. Si stufano di confessare. Si stufano di celebrare. Non si stufano mai di esalare chiacchiere vagamente religiose: parlano tantissimo perché non hanno niente da dire. Come quel prete (poi spretato), anche intelligente e sensibile, che mi confidò che nei primi tre mesi di diaconato, che gli concedevano l'onore di tenere la predica feriale, aveva già vuotato il sacco, già detto tutto ciò che aveva da dire in tutta la sua futura carriera sacerdotale. Aveva confuso il sacerdozio con un mestiere, si era preparato bene il mestiere di venditore di chiacchiere, e in tre mesi aveva esaurito tutte le cartucce. Non aveva minimamente percepito che le verità di fede son così vere che non ti stanchi mai di ripeterle.

A mia memoria i preti in ginocchio davanti al Tabernacolo quando erano certi che nessuno li vedeva si contano sulle dita di una mano monca, molto monca. Chi più, chi molto di più, vivono pressoché tutti come dei mestieranti del sacro, gente incaricata di vendere sermoni - costruiti tutti con lo stesso gergo, untuoso, insignificante, sufficientemente generico da "non offendere la sensibilità di nessuno". Tirano a campare, fanno la messinscena, si sono letteralmente "abituati" a passare davanti al Tabernacolo con la stessa dimestichezza con cui passano nei pressi del bidone delle immondizie. Come quel bravo pretino anzianotto che va ciondolando a caso fra le navate, aggiustando una lampadina qui, i fiori là, la sedia del coro lì, terrorizzato dall'idea che se si ferma per un attimo, se per un attimo si nota che non è più indaffaratissimo, qualcuno gli chiede di confessarsi (orrore, orrore!). Lì c'è il Santissimo ma è come se pensassero "l'anno scorso mi sono già genuflesso una volta, vale ancora quella". E non parliamo dei pretini che appena prendono possesso di una parrocchia tramano subito per spostare il Santissimo da qualche altra parte, dove si veda il meno possibile, in modo che il palcoscenico sia più libero, sia più riconfigurabile, che lo show deve poter essere più scoppiettante. Perfino se il Santissimo stesse già in una cappella laterale a togliere il disturbo, hanno quella invincibile foga di relegarlo da qualche altra parte - e non certo nel posto centrale che merita.

E quindi non c'è da sorprendersi che un pretino mediamente più stufo degli altri, con voce perfida e istericamente gracchiante mi vada cazziando durante la Messa perché ha fretta. Ed è lo stesso soggetto che da tempo covava in cuor suo il desiderio di farmi fuori: non credendo alla propria vocazione, non credono nemmeno all'esistenza di altre vocazioni. Non credono a Nostro Signore presente nel Santissimo - limitandosi al massimo a considerarlo un Gadget di un Certo Valore Religioso - e quella stessa mano che adoperano per amministrare la Comunione, venti minuti dopo la adoperano per vergare nero su bianco calunnie sul conto di colui a cui l'avevano amministrata. E qualche giorno dopo l'adoperano per le solite sodomie.

Se la Chiesa di oggi sembra un cadavere tiepido che si sta inesorabilmente raffreddando, è proprio perché nel suo clero pullulano soggetti del genere. Il Bergoglio s'inventava scuse (ricovero "grave" e due giorni dopo era fresco e pimpante) per non celebrare i riti della settimana santa? È esattamente il simbolo di questo penoso stato di cose. Noi seminaristi ossessivamente colpevolizzati per il tempo libero, da quegli stessi soggetti che si dedicano a tutto tranne che ai tre munus sacerdotali, che sopportano di mala voglia, e che trasformano senza sosta in occasioni di smollar prediche fumose e smielate.