Quello che dalle mie parti chiamavano "tempo previo" (altrove lo stesso concetto potrebbe avere nomi diversi) era una delle tante conseguenze della bizzarra convinzione dei vescovi che per migliorare la formazione al sacerdozio è necessario allungarla fino alla nausea. Era anzitutto un modo per dire "ti accetto ma non so ancora se ti ho accettato, anzi, non lo saprò ancora per lungo tempo". Un atteggiamento che chiameremmo come minimo insicurezza, se non fosse di Sua Eccellenza Monsignor Vescovo della Diocesi e Successore degli Apostoli e Membro della Conferenza Episcopale, e dei vari addetti alla formazione (Rettore, Vice-Rettore, Responsabile Vocazionale, Animatore, ed altri Aventi Diritto a Sindacare sulla tua vocazione).
Durante il "tempo previo" non eri né carne né pesce, né seminarista né laico. Ma eri ricattabile, e questa era l'unica cosa che contava. Se avessi fatto cose da laico - anche innocenti, come il comprarsi una moto - avrebbero severamente annotato che non eri pronto ad entrare in seminario. Cioè era un tempo in cui dovevi recitare la parte che si aspettavano mentre ti tenevano sul filo del rasoio: "sarò ammesso in seminario? mi imporranno di fare un ulteriore anno?". Se non eri un raccomandatissimo (da curie o pezzi grossi clericali), la conferma ti arrivava il più tardi possibile. Il fatto che generalmente ti consentissero di continuare a lavorare durante il "tempo previo" era poco rilevante (ma sembravano sempre non capire che è difficile mollare un lavoro da un giorno all'altro; non si può dire ai colleghi "mi hanno finalmente accettato in seminario, da lunedì non ci sarò più"; non si può dire al capo "scusami il preavviso di pochi giorni ma solo adesso ho saputo che non dovrò continuare col tempo previo"... è sempre come se i preti moderni, non avendo mai lavorato in vita loro, non capissero cosa fosse la correttezza nei confronti di capi e colleghi, pur esigendo correttezza nei confronti loro e di superiori e confratelli).
Toccava poi subire anche la pioggia di segnali ambigui, come ad esempio quando il rettore o il vescovo intercalavano con "quando poi sarete in seminario... cioè, quelli di voi che entreranno...", proprio come se volessero sadicamente stuzzicare quel brevissimo lampo di speranza in coloro che erano destinati ad essere bocciati, per analizzarlo con puntigliosa pedanteria da cremlinologi corrucciati, quasi come a voler fabbricare un nuovo capo d'imputazione: "hai fretta, eh? ma a me non la si fa!"
Questa, insieme alle altre torture psicologiche, confermava che per loro la formazione consisteva nella riprogrammazione. Ciò che chiamavano docilità ai superiori era in realtà la possibilità di incastrarti in uno schema prefissato, di farti recitare una parte fino a farla diventare la tua vita. Volevano renderti doloroso qualsiasi uso della tua volontà, qualsiasi capacità di valutazione, qualsiasi libertà che non fosse esplicitamente prevista dalle loro direttive. Dovevi autoaddestrarti al bispensiero orwelliano. Fu per questo che con me quelle tattiche non funzionarono.
Non funzionarono perché prima di azzardare un primo passo avevo già passato anni a chiedermi se la mia vocazione fosse una sorta di infatuazione passeggera. Ci avevo a lungo pregato, meditato, riflettuto, tenendomi dentro quel desiderio, troppo prezioso per essere rivelato anche alle persone più care. Dopodiché ne avevo parlato con un solo sacerdote, quello di mia maggior fiducia, rosicando fortissimo quando mi aspettavo qualche risposta e ottenevo invece solo un rinvio o un silenzio. Voleva che ci riflettessi da solo, che arrivassi alla conclusione senza farmela dettare, che giungessi a quel bivio ineludibile del "non so più che direzione prendere (e quindi devo affidarmi a chi può vagliare)". La conclusione non poteva essere "ho aspettato abbastanza, sarebbe finalmente ora di iniziare". Fu solo in seguito a momenti difficili - difficili per l'anima, non per la vita materiale - che mi ritrovai inequivocabilmente di fronte a quel bivio, con un sincero desiderio ma senza le ultime tracce di dubbio che potesse essere una cosetta passeggera. Fu allora che lui ritenne opportuno presentare la mia situazione al vescovo. Che rispose di sì, che avrei potuto entrare in seminario maggiore di lì a qualche settimana, a settembre (ero autonomo, lavoravo, studi completati, nessuna questione irrisolta, un percorso preliminare di verifica già fatto: non fu difficile accettarmi).
Neanche un paio di giorni dopo il vescovo si rimangiò la parola data e gli disse che avrei dovuto sorbirmi il "tempo previo". Per varie circostanze iniziai solo nel marzo successivo, e a fine maggio (cioè agli sgoccioli di tale "previo") seppi finalmente che ero stato "accettato" per iniziare la formazione nel seminario maggiore.
Quel rimangiarsi la parola fu in gran parte dovuto alla soggezione ad un prete locale, uno charming priest che di fatto dirigeva la diocesi e che si stava accuratamente costruendo un clero fatto di suoi soli fedelissimi. Ed il sottoscritto era comparso dal nulla: non dalla sua cerchia, né dal normale circuito delle parrocchie, della pastorale giovanile, dei campi scuola. Di sicuro aveva contribuito l'insicurezza episcopale ("sembrerà disdicevole se accetto in seminario un tizio con zero anni di tempo previo... specialmente agli occhi di tutti coloro a cui ho inflitto attese snervanti e inutili... e che non avranno certo il fegato di criticare o almeno fare qualche ironia, ma che ancora non me l'hanno perdonata..."). Non fu per dolore o rassegnazione che su queste pagine avevo talvolta usato l'espressione "hanno giocato con gli anni della mia vita".
Quel "tempo previo" fu per me un anno di inutile attesa, mentre per loro fu la conferma che il prete che mi aveva presentato aveva detto la verità (come se ne avessero dubitato, pur conoscendolo). Non saprei dire se avessero avuto un minimo di convinzione di riuscire a riprogrammarmi, o se volessero subappaltare il lavoro sporco al seminario maggiore. Quando a fine maggio di quell'anno mi dissero che vi ero stato accettato (presentandomela quasi come un immeritato privilegio generosamente concessomi), mi parve qualcosa di dovuto, come quando avendo premuto l'interruttore ti aspetti che si accenda la luce. Negli anni successivi, dopo tanti inutili sforzi di guardare le cose "con ottimismo", realizzerò che probabilmente la mia dimissione era già stata decisa quando col vescovo decisero di infliggermi il "tempo previo". Come se l'essere stato presentato da un prete un pochino più tradizionale della media diocesana fosse stato garanzia che sarei prima o poi approdato alla Tradizione.