Apprendo dai social che in quella parrocchia dove ho passato infanzia e adolescenza e dove sono stato chierichetto e persino promosso sul campo capo dei chierichetti, sono stati fatti un po' di restauri, schiarendo dipinti anneriti dal tempo, legni e marmi. E aggiungendo una quantità particolarmente generosa di fari e luci. Da piccolo ricordavo la difficoltà di distinguere le figure nella pala d'altare, quell'arietta pesante ("alito di vecchiette"), quell'illuminazione scarna, da crepuscolo, che esaltava la fiammella davanti al Tabernacolo. Quel silenzioso buio esaltava una Presenza.
Frequentando successivamente un'altra parrocchia (dall'architettura più moderna, cioè uno scatolone di cemento), vi notai la figura del Chierichetto Mondiale, che i miei amici definivano così perché era onnipresente in ogni celebrazione, faceva le sue mini-prediche (col consenso del parroco anziano e stonato), spostava incessantemente cose, continuamente aggiustava microfoni, indicava i canti, azzardava letture, pregava-dei-fedeli, mai un attimo fermo in silenzio. Un soggetto del genere, ordinariamente, nell'accedere all'età adulta si stufa di tutto e di punto in bianco, tipicamente abbandonando la fede in quanto sempre vissuta come se fosse una recita, un teatrino da far "riuscire". Lui fu invece l'eccezione alla regola. Volle entrare in seminario, intenzionato a proseguire la propria "carriera", convinto che avrebbe bruciato le tappe e fatto faville. Gli fu puntualmente inflitto - come agli altri aspiranti seminaristi - il "tempo previo" (con la clausola del "vi preghiamo di non chiamarlo anno previo perché non si sa se dura un anno o due"), cioè due o tre giorni a settimana nel seminario diocesano per "prepararsi" al seminario maggiore.
Verso la fine di quel suo anno di preparazione, a marzo, io e qualche altro candidato al seminario fummo invitati lì per un primo colloquio ufficialmente formativo. Il Chierichetto Mondiale, autoincaricatosi di aprire il portone del seminario, vedendomi passare mi riconobbe come uno della parrocchia da lui infestata. Ma prima che potesse dir qualcosa ero già nella sala riservata a noialtri. Iniziò l'incontro a porte chiuse e lui non era fra gli invitati. Posso solo immaginare il suo torcimento di fegato pensando a come il rettore, rinviando ogni volta il discorso "ingresso in seminario maggiore", lo avesse tenuto all'oscuro della decisione già presa da tempo: il Chierichetto Mondiale non sarebbe stato fra i prescelti di quell'anno. Posso supporre che avrà tentato di chiedere spiegazioni, avrà sperato di farsi ammettere dall'incontro successivo, avrà sognato di essere l'unico esentato da quegli incontri, si sarà pure sforzato di non odiare il rettore e il vescovo che così bellamente l'avevano preso per il sedere a furia di promesse fumose e di date mai precise.
All'incontro successivo citofonai, mi aprì il portone, e senza indugio svicolai rapidamente verso la Sala Riservata dei Privilegiati che Ce L'Hanno Fatta. Anche stavolta non era stato invitato: il numero chiuso dei partecipanti era stato deciso da tempo e gli era sempre stato nascosto. Durante l'incontrino - come la volta precedente si trattò solo di un'ora di fumosa predica - bussò alla porta per chiedere se servisse qualcosa. Il rettore interruppe la predica solo per dirgli gentilmente che non c'era bisogno di nulla. Esitò per un attimo, mi sembrò che volesse solo accertarsi che io fossi presente ("come osa questo outsider scavalcarmi proprio nel mio terreno?"), e andò via.
Forse fu solo al terzo o quarto incontrino di noi Nobili Privilegiati Selezionati che il rettore si lasciò calibratamente sfuggire in sua presenza che l'incontro era "riservato", cioè che lui davvero non era fra i Prestigiosi Invitati. Benché considerassi come minimo antipatico il Chierichetto Mondiale (quantomeno per la sua instancabile riduzione della liturgia a teatrino), osservando la scena potei avere già un indizio di come la "gerarchia" tenesse all'oscuro gli speranzosi aspiranti il più possibile, prendesse decisioni irrevocabili, preparasse lungamente terra bruciata e contromosse ciniche, per infine somministrare la devastante sorpresaccia al condannato. "Il Chierichetto Mondiale non ha da passare", da qualche tempo doveva essere stato stabilito (nondimeno, il sottoscritto che in prima battuta il vescovo aveva deciso di far passare, poi si rimangiò la parola e mi inflisse il Tempo Previo, sia pure ridotto ad un solo trimestre a far data da quel mese di marzo).
Non passerà molto tempo prima che il sottoscritto subisse (più e più volte in tutta la fallita "carriera") quello stesso trattamento: venir tenuto all'oscuro di date e decisioni, ricevere continue ma fumose rassicurazioni intese a farmi abbassare la guardia, di ricevere la stangata quando non c'è più tempo per aggiustare.
Un paio di mesi dopo, verso metà maggio, il gruppetto di noi Altolocati Privilegiati si ridusse a due, poiché uno preferiva un ordine religioso, un paio erano sufficientemente dubitanti da venir convinti a rinviare di un altro anno, e così solo io e un altro ottenemmo il supremo benestare per fare due colloqui conoscitivi nel seminario maggiore. Negli Esclusivi Incontri Privilegiati successivi l'invidia e il disappunto del Chierichetto Mondiale erano cresciuti fino a diventar palpabili, dietro quel sorriso di chi vorrebbe aprire una vertenza sindacale ma senza scontri, che inutilmente cerca di non far notare di sentirsi pugnalato alle spalle. O bere, o affogare: si autoconvinse che un anno in più non sarebbe stato tutto sommato un dramma, e che entrare a 19 anziché 18 anni era ancora accettabile. Non sapeva che mentre io e l'altro Vincitore di Concorso terminavamo il primo anno di seminario maggiore, si sarebbe ritrovato di nuovo escluso dalle Esclusivissime Riunioni, e che un gruppo più nutrito di Aspiranti Seminaristi e di Ripescati gli sarebbe passato di nuovo avanti. Il tutto mentre qualche parente anziana (e qualche parrocchiana, e qualche signora del vicinato) gli chiedeva sempre quanto mancasse alla sua Prima Messa.
Non so cosa sia avvenuto dopo. Probabilmente gli dissero che avrebbe dovuto subire un terzo anno "previo" come gli altri due inutilmente conclusi. Probabilmente gli imposero un annetto "a casa" prima di riprendere il tempo previo. Di certo gli comandarono di dimagrire drasticamente. Può darsi che abbia sbroccato lamentandosi di essere stato ingiustamente e inutilmente ostacolato. Fatto sta che giunse al sacerdozio dieci anni dopo rispetto a ciò che prevedeva se fosse stato accettato nelle Riservatissime ed Esclusivissime Riunioni quando vi fuoi accettato io.
Il Chierichetto Mondiale, sebbene di "preconciliare" avesse solo il sogno di paludarsi nel modo più sfarzoso possibile (come tanti altri seminaristi "conciliari", cioè dediti all'apparenza piuttosto che alla sostanza), magari era stato ostacolato perché ritenuto poco controllabile dal Sistema. Pur avendo proprio le caratteristiche di elasticità mentale (cioè dottrinale e liturgica) richieste a noialtri, aveva quel minimo di tratto capriccioso che poteva farlo qualificare come ribelle o "occasionalmente imprevedibile". Chissà, magari non volevano far entare subito in seminario uno che non aveva problemi a vantarsi di aver "giocato a celebrare" da bambino usando fette di formaggio e aranciata. E quindi prima lo sopportarono in seminario, poi lo portarono a sbroccare, infine gli inflissero come condizione primaria un ostacolo quasi insormontabile come il dimagrire, ed il restare qualche tempo a casa (moderando l'onnipresenza in parrocchia) prima di ricominciare l'ennesimo "tempo previo".
Si direbbe, infatti, che lo scopo principale degli apparatčiki della formazione al sacerdozio, sia quelli del vaticansecondismo, sia quelli di certo tradizionalismo, consista nell'avere preti-robot intercambiabili, spostabili come pedine su una scacchiera senza che le comunità da loro servite notino cambiamenti. Lato "conciliare", è per la nota e tumultuosa riduzione del numero di preti. Meno preti ha una diocesi, e più è strategico poterli spostare a comando e con brevissimo preavviso e senza che nulla cambi nelle parrocchie coinvolte, neppure in temi e stili e contenuti delle prediche. La loro propensione agli spostamenti deve essere tassativamente facilitata dal fatto di trovare le stesse dinamiche in tutte le parrocchie. E tale appiattimento delle parrocchie si chiama pomposamente "pastorale diocesana".
Fatto sta che il Chierichetto Mondiale, dopo anni di "trattamento", riuscì a ridursi di peso e ad omologarsi all'andazzo. In Arcipelago GULag e in 1984 viene descritta quella stessa omologazione: sanno benissimo quanto e quando fingi, sanno benissimo quando e quanto ti puoi ribellare, sanno benissimo che è solo con atti della tua libera volontà che ti auto-obbligherai a seguirli fedelmente anche e soprattutto nell'errore. E pertanto usano, nel breve e nel lungo termine, il metodo del bastone e della carota (bastone vero e carota per lo più indicata come "possibile ma non certa"), piegandoti a poco a poco, come la goccia scava la roccia. Stalin e il Grande Fratello non richiedevano solo ubbidienza: richiedevano un'annichilimento totale. In tutto questo vedi bruciare inutilmente gli anni della tua vita perché i capi non sono ancora fondamentalmente convintissimi di essere riusciti a plasmarti a dovere (sempre che tu non abbia una macchia indelebile sul tuo curriculum pastorale: per i detenuti dei GULag era la "T" di trotzkista, per i seminaristi è la "T" di tradizionalista). Vedi il loro atteggiamento bonario, che sembra ispirare fiducia, apparentemente propenso a promuoverti, e però hanno in cuore di bocciarti, di annichilirti, di indurti ad andartene, e hanno già lungamente tramato, scritto e agito in modo da farti terra bruciata attorno, e scoprirai di essere stato bocciato solo dopo che è troppo tardi. È un metodo che forse si esiterebbe a utilizzare persino nei confronti dei propri peggiori e irredimibili nemici.
Impiegò dunque un intero decennio per riprogrammare le proprie convinzioni. Magari si sarà pure convinto di averlo fatto per Ubbidienza alla Chiesa. Ubbidienza che avrebbe senso, se l'obiettivo fosse stato quello di onorare di più il Signore e di servire meglio coloro che lo onorano davvero. Ma è stata una conversione esclusivamente alla burocrazia diocesana e al discutibile modello "pastorale" vaticansecondista. Dubito che ci sia qualcosa di meritevole nel diventare un Winston Smith che alla fine di 1984 giunge felicemente ad amare il Grande Fratello e i princìpi dell'Ingsoc. Persino in quei casi in cui il superiore ti consiglia di "pregare", capisci benissimo che intende farti fare un "lavoro su di te", di natura meramente psicologica-psicanalitica, di convertirti al bispensiero, perché non ti è lecito "non riuscire a capire" (sempre che ammettano una possibilità di successo). La gerarchia vaticansecondoide aborrisce sempre più l'idea di perdere un prete solo perché non gli erano state "curate" tutte le pur piccole cose "preconciliari" prima dell'ordinazione.
Così, finendo per puro caso sulla pagina Facebook di quella parrocchia della mia gioventù, scopro che fine ha fatto il Chierichetto Mondiale. Quella parrocchia dove la penombra lasciava evidenziare il cero davanti al Santissimo. Dove l'orrido olezzo di "alito di vecchie" e l'annerimento dei dipinti non intaccavano la sacralità del luogo. Dove avevo pregato, atteso, sperato in silenzio. Ora è tutto luminoso e brilluccicante. Fari e faretti ovunque, in un tripudio di luci da variety televisivo, proprio come non avevano mai concepito una chiesa nei tempi passati. Soprattutto, il Chierichetto Mondiale è lì da qualche annetto, vi è divenuto parroco, comanda, gestisce, predica, organizza, per di più a dieci minuti a piedi da casa di mammà: finalmente il "premio" per tanti anni di snervante e frustrante attesa, quando finalmente è parso ai superiori di essere convinto e arciconvinto della loro stessa linea pastorale.
Per qualche motivo il presbiterio ora sembra assai più spoglio. Il numero di banchi si è ridotto. L'antico organo è stato lucidato ma non si direbbe restaurato. Come aveva sempre sognato da ragazzino, ora fa il Direttore d'Orchestra, Presentatore e Disc-Jockey, sempre col microfono in mano, mentre va qua e là davanti ai banchi (forse per questo sono stati ridotti) a marcar presenza e infliggere prediche, sottoprediche, miniprediche, sospiri, "animando" una liturgia che altrimenti sembrerebbe un cerimoniale inutile. Celebra con vasetti di terracotta (o legno, non si capisce bene), e il singolo cero sull'altare è una palla di natale con la cera liquida dentro (ovviamente contenuta in un vasetto di terracotta). Ha il raro privilegio di avere un viceparroco, naturalmente africano, e uno stuolo di diaconi permanenti.
Era stato lui, all'epoca, a pranzo in refettorio nel seminario diocesano, a citare una di quelle stupide espressioni di Bruno Forte: («la finitudine della parola, è la parola della finitudine») a cui istintivamente risposi: «che strunzata!»: si stracciò immediatamente le vesti gridando: «ma come? critichi Bruno Forte? avete sentito tutti? crede di essere migliore di Bruno Forte!»