Rieccomi con la solita tediosa logorrea a riflettere sull'infertilità vocazionale dei preti che in teoria dovevano essere l'autorità a cui dovevo ubbidire.
In più occasioni ebbi da far presente che l'ubbidienza impegna più chi comanda che chi deve ubbidire. La radice di auctoritas è augeo: se l'autorità a cui devo ubbidienza non mi fa crescere, non mi fa "aumentare", se non è un accogliere nuovi operai per la "molta messe", non è autorità ma autoritarismo. E - scusate se è poco - avendo avuto troppi finti padri, cioè troppi autoritari e nessuno davvero autorevole, pur sforzandomi lo stesso di ubbidire mi son ritrovato puntualmente e inesorabilmente fottuto. Anche facendo di tutto per accontentare capi e capetti, li vedevo sempre più ostili (e anche manifestamente tali), o perché non sapevano nemmeno loro cosa volessero da me, o più semplicemente perché non ero appartenente al club dei loro gai Figliuoli Prediletti.
È comprensibile che un prete possa avere simpatie e antipatie, è comprensibile che sia restìo a dar fiducia a qualcuno "non dei suoi", ma è assurdo che ciò diventi un'autocastrarsi, un rifiutare di "generare" vocazioni. Un padre genera nella carne, un sacerdote genera al sacerdozio. Così come il generare non è riducibile all'ingravidare, allo stesso modo generare vocazioni non è riducibile al presentare qualcuno al Responsabile Vocazioni e ciaone. Per qualche misterioso motivo, dunque, i preti moderni generano decisamente poco. Si ritrovano "figli", cioè vocazioni, quasi solo per caso, accidentalmente, quando non li volevano, e provano un fastidio e un distacco persino nei rari casi in cui le avessero coltivate (i gai Figliuoli Prediletti). È perché essi stessi non si credono "fertili", non sono realmente fieri della loro vita sacerdotale (poiché la considerano un mestiere), non sanno generare, non vogliono generare; al massimo vogliono appuntarsi una medaglia "ho prodotto un figlio". Proprio come i genitori moderni. E accolgono possibili vocazioni con poco entusiasmo, men che meno una commossa lode a Dio, le accolgono come se fosse un incarico supplementare fastidioso e "non pagato", di cui sbarazzarsi il prima possibile ("eh, ora la vita di seminario, eh, ora su di te il discernimento del vescovo").
Quando al superiore il vicario fece intendere che non mi avrebbero mai ordinato, il superiore mi nascose la faccenda per un bel po', per poi un bel pomeriggio di qualche mese dopo, mentre lo accompagnavo in macchina, dirmi che "le cose non vanno bene". Un fulmine a ciel sereno, un affastellare accuse campate in aria, tali da far venire il dubbio che fosse solo uno scherzo mal riuscito. Ed al cui termine con addolorata calma domandai: ma perché queste cose non mi sono state dette subito? Perché quella tal faccenda tutto sommato secondaria, all'improvviso diventa la negazione dell'intera vocazione? Il pretino si fece addirittura più severo e minaccioso, come se gli rodesse fortemente il fegato per non essere riuscito a far leva sul mio fatalismo, e soprattutto come se gli bruciasse assai il deretano per non essere riuscito a lavarsene le mani della stangata che conto terzi mi stava infliggendo. L'ennesimo abortire vocazioni dovuto al quieto vivere: avrà pensato "se il vicario mi promuove il gaio Figliuolo Prediletto (che la vocazione non ce l'ha), posso pagare anche il prezzo di abortire vocazioni vere".
Raccontando lo sgradevolissimo episodio a qualche amico fidato ho dovuto addirittura giustificarmi: se un'ubbidienza ti piove fra capo e collo e ti viene presentata come facoltativa, ed è qualcosa che sarebbe scorretto da molti punti di vista (incluso quello liturgico), e quelli a cui logicamente spetterebbe non hanno null'altro da fare, se sei sano di mente deduci che la sta chiedendo a te solo per costruirsi l'alibi del "nessuno era disponibile". A scanso di equivoci avevo davvero fatto presente che sarebbe stato scorretto (evitando di precisare di chi sarebbe stato compito, per non apparire polemico), e la risposta vaga e ambigua sembrava confermare quella volontà di costruirsi l'alibi. E tutto questo dopo le disavventure precedenti, quando in seminario avevo fastidiosamente appreso by trial and error l'ignobile arte del mors tua vita mea, del decifrare le fumose indicazioni dei superiori per capire cos'è che esigevano che andasse fatto, su cosa avrebbero potuto soprassedere, su fino a che punto si potesse far scaricabarile sui commilitoni, sui sotterfugi consentiti per imboscarsi. E tutto questo prestando anche attenzione a non far peccato mortale (a differenza di altri seminaristi con morale molto più elastica) e a non accettare di ridicolizzare i sacramenti e la dottrina.
Tali superiori non avevano a cuore la vigna del Signore. Ritrovatisi preti senza aver mai saputo ubbidire (e magari pure vescovi e più), non sanno neppure cosa significa comandare. Non riuscivano a resistere alla tentazione di trattare i propri sottoposti come un branco di schiavetti eternamente meritevoli di reprimende e sfiducia, infliggendo ubbidienze sempre più numerose e fastidiose, dettate non da quell'augeo ma da una sorta di sadica ripicca: "quello che subii in seminario, lo farò subire cento volte peggio a questo branco di sfaccendati (tranne al gaio Figliuolo Prediletto, s'intende)". Come l'osceno superiore di qualche annetto dopo, che sentendosi sporco dentro, ci comandava continuamente di spazzare, lavare, pulire fuori. E no, quell'infliggere ubbidienze non era un metterti alla prova, non era per farti "crescere nello spirito di servizio", non era una vera necessità. Dovevamo spazzare polvere immaginaria perché era intollerabile che dopo pranzo ci concedessimo venti minuti di riposo, dovevamo assecondare gli abusi liturgici perché l'unico alibi per criticarli era un dottorato in liturgia, dovevamo (da laici) "celebrare" la via Crucis ai fedeli perché era intollerabile che il prete, dopo aver detto Messa al mattino, avesse qualcos'altro di pretesco da fare in giornata, dovevamo tentar di vendere santini ai turisti di passaggio perché bisognava far cassa (di centesimi) e perché era intollerabile che qualcuno passasse un paio d'ore studiando, pregando, riposando.
"Ma bisogna ubbidire ai superiori!" Provateci voi: il superiore mi comandò di allestire un gruppo di almeno quattro chierichetti "entro sabato". Anziché chiedermi "è rincoglionito o sta scherzando?", mi ricordai che era il superiore, e cercai gentilmente di fargli notare che avevamo zero giovani a frequentare la messa, e che attorno alla chiesa c'era solo un ambiente malfamato oltre che scristianizzato. Insistette, esigendo che andassimo "in mezzo alla gente" a fermare per strada degli sconosciuti per proporre loro di far da chierichetti e imparare tutto entro sabato in modo da servir messa la domenica mattina (peggio di quegli sfegatati pick-up artists che dicono che per rimediare una fidanzata bisogna fermare le sconosciute per strada e proporre loro di uscire insieme, "prima o poi qualcuna accetterà"). Non volle saperne: dedussi dunque che quella sua perentoria richiesta aveva il solo scopo di classificarmi, nella fatidica relazione, come disubbidiente. Quel coglione non aveva paura dell'inferno?
Dimenticando la vigna del Signore diventavano bulli, oltre che pigri aristocratici desiderosi solo di venir continuamente serviti e riveriti. Come il pretino che si leccava i baffi dicendo che nella comunità da lui guidata era entrato un seminarista sudamericano capace di cucire e riparare abiti e paramenti. Non so cosa mi abbia trattenuto dal rispondere "anche la nostra giornata dura solo 24 ore" quando ci venivano fastidiosamente accollate ubbidienze su ubbidienze (equivalenti all'annaffiare fiori di plastica) dal superiore che sarcastico ci ripeteva: "non posso mica far tutto io" (infatti passava la maggior parte del suo tempo in chat coi suoi amichetti).
Quell'altro prete, poi, a cui avevo umilmente ma dettagliatamente scritto per chiedergli di accogliermi nella sua comunità mi rispose di rivolgermi ad un determinato istituto (come se non avesse letto ciò che gli avevo scritto), e dopo una mia successiva email in cui gli spiegavo di nuovo i motivi per cui mi ero rivolto a lui accettò finalmente di incontrarmi. Ma in un baretto non lontano dalla basilica di san Pietro, non nella sede della comunità. Al termine della conversazione dedusse dalla mia velocità nel rispondere ad una sua domanda una generica "esitazione". Una frazione di secondo in cui stavo calibrando le parole per essere il più preciso possibile, divenne per lui un criterio decisivo di valutazione. Quello che in tutta sincerità non vedevo l'ora di cominciare a considerarlo un padre che mi accoglie, aveva fin dall'inizio deciso di non accogliermi. Solo che anziché dirmelo chiaro e tondo, aveva aspettato il momento giusto per trovare una scusa, per usare un po' di psicologia spicciola. Quei tre decimi di secondo furono fatali. A volte, scherzando, dico agli amici che dovrei scrivere un libro di psicologia pretesca, e intitolarlo "Don Abbondio". Sottotitolo: "o dell'infertilità pretesca".
Ma sì, voglio andare incontro ai donabbondi, mettermi nei loro panni, ricordarmi mille volte che troppo spesso è pericoloso per la propria serenità curiale il dare dettagli o anche lasciarli trasparire da qualche innocentissima allusione o involontario sottinteso (è per questo che la lettura fondamentale di ogni seminarista dovrebbe essere Arcipelago GULag). Ma don Abbondio anziché spedire Renzo e Lucia da un altro prete pensò di cavarsela col latinorum.
Uno va a fare un colloquio decisivo per la propria vita, armato di tutta la sincerità possibile, di tutta la precisione possibile, di tutta la gentilezza e cortesia e carità possibile, e poi per tre fottutissimi decimi di secondo - indispensabili a non far prendere fischi per fiaschi all'interlocutore - viene bocciato nonostante la risposta giusta (e nel fortunoso caso di non aver "esitato", l'interlocutore donabbondiesco avrebbe cercato un altro appiglio). In tutta la mia strada verso il sacerdozio ho incontrato solo una volta uno che chiaro e tondo e subito e senza giri di parole mi disse che non avrebbero potuto accettarmi. "Abbiamo parlato del tuo caso in consiglio, la conclusione è che non possiamo accoglierti" (nuovi operai per la messe? mandateli via!). Poi stette in silenzio per qualche attimo, e mi chiese cosa ne pensassi. Gli risposi nel mio dialetto, "beh, che posso dirle?", e tentai gentilmente di conoscerne almeno una motivazione. Eravamo sul prato, in un punto lontano dall'edificio del seminario. Ero giunto lì da neanche un minuto, dopo un lungo viaggio. Farfugliò qualcosa, mi sembrò di capire che non volessero inimicarsi vescovi. Non restò altro che rispondergli cordialmente "se non c'è altro, ci salutiamo". Prima e unica volta che un prete mi aveva parlato chiaro, sia pure con una faccia con su scritto "ma perché mandano sempre me a dare le pessime notizie?".