martedì 25 febbraio 2025

Coccodrillo anticipato per il sullodato

In quell'infausto marzo 2013 appresi dalla tv in cucina - una delle due o forse tre volte che avrò acceso la tv in questo secolo - l'ascesa al soglio del Bergoglio. "Catastrofe!" fu la prima reazione. Spensi la tv e mi ritirai per qualche minuto in addolorata preghiera, come tutte quelle volte in cui ci si rende conto che per molti anni a venire non ne verrà nulla di buono, né per la propria vocazione, né per la Chiesa, né per le anime. Ed infatti quasi dodici anni dopo si sono rivelate esatte tutte le più odiose previsioni: letteralmente l'andreottiano "a pensar male si fa peccato ma s'indovina".

"Corpo sociale", intitolai questo blog di sfoghi, perché in una delle sue gesuitiche elucubrazioni il Bergoglio aveva detto testualmente “non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo”. Cioè il Corpo di Cristo (l'Eucarestia), a suo dire, non merita di essere difeso se ciò urta la suscettibilità di qualche fedele (il "Corpo Sociale di Cristo"), che nel contesto era il tipico parrocchiardo risentito perché non gli si amministrava la Comunione sulle mani. (La citazione la debbo a Blondet - articolo completo riprodotto su C&PC -, che l'aveva reperita da un articolo di Tosatti su La Stampa del 23-5-2014, articolo poi misteriosamente sparito dagli archivi del giornale).

Questa paginetta di "coccodrillo" l'avrei voluta pubblicare in morte del sullodato, se non fosse che qualche giorno fa un amico allarmato mi avesse telefonato per riferirmi della "scherzosa" affermazione bergogliesca secondo cui «se non seguo le indicazioni dei medici vado dritto in Paradiso». "Scherzando" ho chiesto retoricamente se il sullodato credesse davvero all'esistenza del Paradiso, e anche in base a cosa credesse di esserselo già guadagnato automaticamente. Oppure, se quelle parole gli fossero state messe in bocca da qualche giornalista creativo per sostenere la narrativa ufficiale del Tutto va Bene Madama la Marchesa, mentre da una decina di giorni è un susseguirsi di voci ufficiose sulle condizioni sempre più gravi e sui preparativi (già in corso da una settimana) del suo funerale. Ho ricordato all'amico come lo stesso don Bosco, nell'ultimo periodo della sua vita, chiedesse preoccupato preghiere per la propria salvezza. Un gigante come lui che all'avvicinarsi dei suoi ultimi giorni aveva il timore di presentarsi al cospetto divino come il servo che ha sotterrato un talento. Che differenza rispetto al Bergoglio che gesuiticamente si autopromuove "dritto in Paradiso" anziché pensare a come ravvedersi e salvarsi l'anima!

I giornalisti di Madama la Marchesa hanno riportato infatti di questi suoi giorni di degenza la sua attività riguardo "documenti e nomine". Sembra proprio lo scenario (già avvenuto col Berlusconi) in cui del soggetto, in condizioni gravissime e magari già morto o in coma irreversibile, si posticipa un po' la morte ufficiale in modo da fargli "firmare" qualche favorino "agli amici degli amici", e di far passare qualche giorno per non sgamare troppo il giochetto. (Succede talvolta anche il contrario, come quando Woytila negli ultimissimi giorni di vita s'impuntò a voler promuovere Negri all'episcopato; o come quando Luciani fu soppresso in fretta)

Tutta questa introduzione è solo per giustificare come mai la tesi di Viganò - cioè che il Bergoglio non avesse mai avuto intenzione di «pascere gli agnelli, pascere le pecorelle» - sembra mostrare più di qualche fondamento. In tutto il suo "pontificato", El Jesuita ha mostrato per il gregge solo un malcelato disprezzo, come quando trovava il tempo per onorare di una visita privata lo sconosciuto Traettino mentre i casertani imploravano almeno un cenno di saluto, o quando onorava la fin troppo nota Bonino dopo aver sempre definito "sgranarosari" e addirittura "occultisti" i fedeli cattolici. Se c'è un punto su cui vaticansecondisti e cattolici vanno davvero d'accordo, è che il vaticansecondismo è sostanzialmente "altro" da ciò che era "preconciliare" (da cui rifugge con disprezzo e disgusto, quando non con foga distruttiva).

Sapevo bene che il gesuitismo ha gran zelo nel servizio del demonio, anche da prima di Bergoglio. Anche da prima del giorno in cui un gesuitastro, guardandomi negli occhi, mi mentiva sapendo di mentire e sapendo che io sapevo che stava mentendo (per cui non mi meraviglierei che descrizioni come questa possano avere qualche fondamento). Con la morte di Bergoglio (probabilmente già avvenuta, nonostante qualcuno fidandosi troppo della stampa la etichetti "fantasiosa") si chiude un tristissimo capitolo della storia della Chiesa (qualcuno osa sperare: "Non sorprende che coloro che gli abbiano consentito di salire sul soglio di Pietro siano oggi così atterriti dalla sua fine"). Tristissimo anche per me, visto che il mio percorso vocazionale, già irto di assurdi ostacoli in tempi woytiliani-ratzingeriani, ha visto dodici anni di durissimo deserto.

In tempi remoti, in una gita a Roma con tappa a piazza san Pietro, al momento del passaggio di Woytila gli scattai una foto. Sarò stato a pochi metri di distanza dalla papamobile ma a rivedere la foto sembrò che mi fissasse. Non ricordo se dopo o prima, trovandomi a Roma per lavoro, dovendo raggiungere un collega a via delle Fornaci, tagliai per piazza san Pietro incrociando Ratzinger (ancora cardinale) sotto il colonnato. Non lo riconobbi subito, ricordo solo che mi fissava mentre mi sbrigai a passare per non farlo aspettare. Quando parecchi metri dopo mi resi conto di dove avessi già visto quel volto, mi voltai indietro e stava già sparendo dall'altra parte del colonnato. In epoca post-ratzingeriana, trovandomi a Roma a partecipare alla processione (del Corpus Domini, penso), non riuscii a vedere Bergoglio: era come se non ci fosse, o come se non volesse esserci. Questi episodi mi hanno talvolta dato per un attimo la sensazione che la mia vocazione avesse a che fare con la figura del successore di Pietro non solo in termini gerarchici. (E dire che da sempre avrei volentieri preferito un papa silenzioso, antipatico, o scandaloso su temi mondani, ma che almeno non acconsentisse a svarioni dottrinali e liturgici, laddove il Bergoglio si è invece prodotto in abusi liturgici - per esempio amministrando personalmente la Comunione "sulle mani", cioè sdoganando l'abuso - e in svarioni dottrinali, contro cui il belato delle correzioni filiali non ha mai ottenuto nulla)

Così, oggi, mentre il successore ufficiale di Pietro sta ufficialmente morendo, licenzio questa paginetta per tempo per evitare che qualche asino venga a ragliare che dei morti si debba dire solo del bene. E per cominciare a pensare a che nome nuovo dare al blog.

mercoledì 19 febbraio 2025

Un momento di rabbit hole

Volevo solo ricordare il nome di una chiesa, e son finito nel rabbit hole dello sfogliare l'annuario diocesano online vedendo che fine hanno fatto i miei compagni di seminario, i preti che mi hanno perseguitato, e quelli che andavano per la maggiore. C'è ancora listato qualcuno che nel frattempo ha gettato la tonaca (mai indossata) alle ortiche. Anzitutto quel soggetto pieno di sé, portato come esempio dal rettore, che più volte credette utile rampognarmi, oggi sposato, onnipresente in attività diocesane, dal mestiere incerto.

Un altro è parroco, e a febbraio 2025 il sito della sua parrocchia è ancora fermo alla richiesta di un "Green Pass Rafforzato e la Mascherina FFP2". Un altro ancora, dei più mormoratori e presuntuosi, assurto a incarichi diocesanamente prestigiosi. E poi un altro di quelli che avevano lasciato il seminario per fidanzarsi, dopo pochi anni rientrava con tutti gli onori del figliuol prodigo, salvo poi gettare la tonaca (mai indossata) alle ortiche per sposarsi. E quello che minacciava di farsi venire la crisi sacerdotale se non lo avessero promosso a una parrocchia di maggior prestigio, taac!, promosso. Quell'arrogante che primeggiava per ignoranza e faciloneria ha scritto un libro, rimediando un bizzarro incarico fuori diocesi.

Uno dei migliori preti della diocesi, ignorante e facilone ma non arrogante, chiacchierato perché giocava i numeri al lotto, la vocazione ce l'aveva. Celebrava, confessava, provava fastidio per le troppe chiacchiere da bar, per l'invadenza dei laici, per i noiosi raduni del clero. Ebbi a che fare con lui solo una volta, gli chiesi di confessarmi poco prima di una processione, neanche un minuto dopo mi amministrava l'assoluzione, eppure di cose da fare ne aveva. Avrei voluto essere come lui, un prete di campagna coi suoi difettucci, uno di quelli che se gli chiedi di confessarti non reagiscono peggio che se gli avessi chiesto un botto di soldi.