martedì 17 marzo 2026

Quel famoso Chierichetto Mondiale

Apprendo dai social che in quella parrocchia dove ho passato infanzia e adolescenza e dove sono stato chierichetto e persino promosso sul campo capo dei chierichetti, sono stati fatti un po' di restauri, schiarendo dipinti anneriti dal tempo, legni e marmi. E aggiungendo una quantità particolarmente generosa di fari e luci. Da piccolo ricordavo la difficoltà di distinguere le figure nella pala d'altare, quell'arietta pesante ("alito di vecchiette"), quell'illuminazione scarna, da crepuscolo, che esaltava la fiammella davanti al Tabernacolo. Quel silenzioso buio esaltava una Presenza.

Frequentando successivamente un'altra parrocchia (dall'architettura più moderna, cioè uno scatolone di cemento), vi notai la figura del Chierichetto Mondiale, che i miei amici definivano così perché era onnipresente in ogni celebrazione, faceva le sue mini-prediche (col consenso del parroco anziano e stonato), spostava incessantemente cose, continuamente aggiustava microfoni, indicava i canti, azzardava letture, pregava-dei-fedeli, mai un attimo fermo in silenzio. Un soggetto del genere, ordinariamente, nell'accedere all'età adulta si stufa di tutto e di punto in bianco, tipicamente abbandonando la fede in quanto sempre vissuta come se fosse una recita, un teatrino da far "riuscire". Lui fu invece l'eccezione alla regola. Volle entrare in seminario, intenzionato a proseguire la propria "carriera", convinto che avrebbe bruciato le tappe e fatto faville. Gli fu puntualmente inflitto - come agli altri aspiranti seminaristi - il "tempo previo" (con la clausola del "vi preghiamo di non chiamarlo anno previo perché non si sa se dura un anno o due"), cioè due o tre giorni a settimana nel seminario diocesano per "prepararsi" al seminario maggiore.

Verso la fine di quel suo anno di preparazione, a marzo, io e qualche altro candidato al seminario fummo invitati lì per un primo colloquio ufficialmente formativo. Il Chierichetto Mondiale, autoincaricatosi di aprire il portone del seminario, vedendomi passare mi riconobbe come uno della parrocchia da lui infestata. Ma prima che potesse dir qualcosa ero già nella sala riservata a noialtri. Iniziò l'incontro a porte chiuse e lui non era fra gli invitati. Posso solo immaginare il suo torcimento di fegato pensando a come il rettore, rinviando ogni volta il discorso "ingresso in seminario maggiore", lo avesse tenuto all'oscuro della decisione già presa da tempo: il Chierichetto Mondiale non sarebbe stato fra i prescelti di quell'anno. Posso supporre che avrà tentato di chiedere spiegazioni, avrà sperato di farsi ammettere dall'incontro successivo, avrà sognato di essere l'unico esentato da quegli incontri, si sarà pure sforzato di non odiare il rettore e il vescovo che così bellamente l'avevano preso per il sedere a furia di promesse fumose e di date mai precise.

All'incontro successivo citofonai, mi aprì il portone, e senza indugio svicolai rapidamente verso la Sala Riservata dei Privilegiati che Ce L'Hanno Fatta. Anche stavolta non era stato invitato: il numero chiuso dei partecipanti era stato deciso da tempo e gli era sempre stato nascosto. Durante l'incontrino - come la volta precedente si trattò solo di un'ora di fumosa predica - bussò alla porta per chiedere se servisse qualcosa. Il rettore interruppe la predica solo per dirgli gentilmente che non c'era bisogno di nulla. Esitò per un attimo, mi sembrò che volesse solo accertarsi che io fossi presente ("come osa questo outsider scavalcarmi proprio nel mio terreno?"), e andò via.

Forse fu solo al terzo o quarto incontrino di noi Nobili Privilegiati Selezionati che il rettore si lasciò calibratamente sfuggire in sua presenza che l'incontro era "riservato", cioè che lui davvero non era fra i Prestigiosi Invitati. Benché considerassi come minimo antipatico il Chierichetto Mondiale (quantomeno per la sua instancabile riduzione della liturgia a teatrino), osservando la scena potei avere già un indizio di come la "gerarchia" tenesse all'oscuro gli speranzosi aspiranti il più possibile, prendesse decisioni irrevocabili, preparasse lungamente terra bruciata e contromosse ciniche, per infine somministrare la devastante sorpresaccia al condannato. "Il Chierichetto Mondiale non ha da passare", da qualche tempo doveva essere stato stabilito (nondimeno, il sottoscritto che in prima battuta il vescovo aveva deciso di far passare, poi si rimangiò la parola e mi inflisse il Tempo Previo, sia pure ridotto ad un solo trimestre a far data da quel mese di marzo).

Non passerà molto tempo prima che il sottoscritto subisse (più e più volte in tutta la fallita "carriera") quello stesso trattamento: venir tenuto all'oscuro di date e decisioni, ricevere continue ma fumose rassicurazioni intese a farmi abbassare la guardia, di ricevere la stangata quando non c'è più tempo per aggiustare.

Un paio di mesi dopo, verso metà maggio, il gruppetto di noi Altolocati Privilegiati si ridusse a due, poiché uno preferiva un ordine religioso, un paio erano sufficientemente dubitanti da venir convinti a rinviare di un altro anno, e così solo io e un altro ottenemmo il supremo benestare per fare due colloqui conoscitivi nel seminario maggiore. Negli Esclusivi Incontri Privilegiati successivi l'invidia e il disappunto del Chierichetto Mondiale erano cresciuti fino a diventar palpabili, dietro quel sorriso di chi vorrebbe aprire una vertenza sindacale ma senza scontri, che inutilmente cerca di non far notare di sentirsi pugnalato alle spalle. O bere, o affogare: si autoconvinse che un anno in più non sarebbe stato tutto sommato un dramma, e che entrare a 19 anziché 18 anni era ancora accettabile. Non sapeva che mentre io e l'altro Vincitore di Concorso terminavamo il primo anno di seminario maggiore, si sarebbe ritrovato di nuovo escluso dalle Esclusivissime Riunioni, e che un gruppo più nutrito di Aspiranti Seminaristi e di Ripescati gli sarebbe passato di nuovo avanti. Il tutto mentre qualche parente anziana (e qualche parrocchiana, e qualche signora del vicinato) gli chiedeva sempre quanto mancasse alla sua Prima Messa.

Non so cosa sia avvenuto dopo. Probabilmente gli dissero che avrebbe dovuto subire un terzo anno "previo" come gli altri due inutilmente conclusi. Probabilmente gli imposero un annetto "a casa" prima di riprendere il tempo previo. Di certo gli comandarono di dimagrire drasticamente. Può darsi che abbia sbroccato lamentandosi di essere stato ingiustamente e inutilmente ostacolato. Fatto sta che giunse al sacerdozio dieci anni dopo rispetto a ciò che prevedeva se fosse stato accettato nelle Riservatissime ed Esclusivissime Riunioni quando vi fuoi accettato io.

Il Chierichetto Mondiale, sebbene di "preconciliare" avesse solo il sogno di paludarsi nel modo più sfarzoso possibile (come tanti altri seminaristi "conciliari", cioè dediti all'apparenza piuttosto che alla sostanza), magari era stato ostacolato perché ritenuto poco controllabile dal Sistema. Pur avendo proprio le caratteristiche di elasticità mentale (cioè dottrinale e liturgica) richieste a noialtri, aveva quel minimo di tratto capriccioso che poteva farlo qualificare come ribelle o "occasionalmente imprevedibile". Chissà, magari non volevano far entare subito in seminario uno che non aveva problemi a vantarsi di aver "giocato a celebrare" da bambino usando fette di formaggio e aranciata. E quindi prima lo sopportarono in seminario, poi lo portarono a sbroccare, infine gli inflissero come condizione primaria un ostacolo quasi insormontabile come il dimagrire, ed il restare qualche tempo a casa (moderando l'onnipresenza in parrocchia) prima di ricominciare l'ennesimo "tempo previo".

Si direbbe, infatti, che lo scopo principale degli apparatčiki della formazione al sacerdozio, sia quelli del vaticansecondismo, sia quelli di certo tradizionalismo, consista nell'avere preti-robot intercambiabili, spostabili come pedine su una scacchiera senza che le comunità da loro servite notino cambiamenti. Lato "conciliare", è per la nota e tumultuosa riduzione del numero di preti. Meno preti ha una diocesi, e più è strategico poterli spostare a comando e con brevissimo preavviso e senza che nulla cambi nelle parrocchie coinvolte, neppure in temi e stili e contenuti delle prediche. La loro propensione agli spostamenti deve essere tassativamente facilitata dal fatto di trovare le stesse dinamiche in tutte le parrocchie. E tale appiattimento delle parrocchie si chiama pomposamente "pastorale diocesana".

Fatto sta che il Chierichetto Mondiale, dopo anni di "trattamento", riuscì a ridursi di peso e ad omologarsi all'andazzo. In Arcipelago GULag e in 1984 viene descritta quella stessa omologazione: sanno benissimo quanto e quando fingi, sanno benissimo quando e quanto ti puoi ribellare, sanno benissimo che è solo con atti della tua libera volontà che ti auto-obbligherai a seguirli fedelmente anche e soprattutto nell'errore. E pertanto usano, nel breve e nel lungo termine, il metodo del bastone e della carota (bastone vero e carota per lo più indicata come "possibile ma non certa"), piegandoti a poco a poco, come la goccia scava la roccia. Stalin e il Grande Fratello non richiedevano solo ubbidienza: richiedevano un'annichilimento totale. In tutto questo vedi bruciare inutilmente gli anni della tua vita perché i capi non sono ancora fondamentalmente convintissimi di essere riusciti a plasmarti a dovere (sempre che tu non abbia una macchia indelebile sul tuo curriculum pastorale: per i detenuti dei GULag era la "T" di trotzkista, per i seminaristi è la "T" di tradizionalista). Vedi il loro atteggiamento bonario, che sembra ispirare fiducia, apparentemente propenso a promuoverti, e però hanno in cuore di bocciarti, di annichilirti, di indurti ad andartene, e hanno già lungamente tramato, scritto e agito in modo da farti terra bruciata attorno, e scoprirai di essere stato bocciato solo dopo che è troppo tardi. È un metodo che forse si esiterebbe a utilizzare persino nei confronti dei propri peggiori e irredimibili nemici.

Impiegò dunque un intero decennio per riprogrammare le proprie convinzioni. Magari si sarà pure convinto di averlo fatto per Ubbidienza alla Chiesa. Ubbidienza che avrebbe senso, se l'obiettivo fosse stato quello di onorare di più il Signore e di servire meglio coloro che lo onorano davvero. Ma è stata una conversione esclusivamente alla burocrazia diocesana e al discutibile modello "pastorale" vaticansecondista. Dubito che ci sia qualcosa di meritevole nel diventare un Winston Smith che alla fine di 1984 giunge felicemente ad amare il Grande Fratello e i princìpi dell'Ingsoc. Persino in quei casi in cui il superiore ti consiglia di "pregare", capisci benissimo che intende farti fare un "lavoro su di te", di natura meramente psicologica-psicanalitica, di convertirti al bispensiero, perché non ti è lecito "non riuscire a capire" (sempre che ammettano una possibilità di successo). La gerarchia vaticansecondoide aborrisce sempre più l'idea di perdere un prete solo perché non gli erano state "curate" tutte le pur piccole cose "preconciliari" prima dell'ordinazione.

Così, finendo per puro caso sulla pagina Facebook di quella parrocchia della mia gioventù, scopro che fine ha fatto il Chierichetto Mondiale. Quella parrocchia dove la penombra lasciava evidenziare il cero davanti al Santissimo. Dove l'orrido olezzo di "alito di vecchie" e l'annerimento dei dipinti non intaccavano la sacralità del luogo. Dove avevo pregato, atteso, sperato in silenzio. Ora è tutto luminoso e brilluccicante. Fari e faretti ovunque, in un tripudio di luci da variety televisivo, proprio come non avevano mai concepito una chiesa nei tempi passati. Soprattutto, il Chierichetto Mondiale è lì da qualche annetto, vi è divenuto parroco, comanda, gestisce, predica, organizza, per di più a dieci minuti a piedi da casa di mammà: finalmente il "premio" per tanti anni di snervante e frustrante attesa, quando finalmente è parso ai superiori di essere convinto e arciconvinto della loro stessa linea pastorale.

Per qualche motivo il presbiterio ora sembra assai più spoglio. Il numero di banchi si è ridotto. L'antico organo è stato lucidato ma non si direbbe restaurato. Come aveva sempre sognato da ragazzino, ora fa il Direttore d'Orchestra, Presentatore e Disc-Jockey, sempre col microfono in mano, mentre va qua e là davanti ai banchi (forse per questo sono stati ridotti) a marcar presenza e infliggere prediche, sottoprediche, miniprediche, sospiri, "animando" una liturgia che altrimenti sembrerebbe un cerimoniale inutile. Celebra con vasetti di terracotta (o legno, non si capisce bene), e il singolo cero sull'altare è una palla di natale con la cera liquida dentro (ovviamente contenuta in un vasetto di terracotta). Ha il raro privilegio di avere un viceparroco, naturalmente africano, e uno stuolo di diaconi permanenti.

Era stato lui, all'epoca, a pranzo in refettorio nel seminario diocesano, a citare una di quelle stupide espressioni di Bruno Forte: («la finitudine della parola, è la parola della finitudine») a cui istintivamente risposi: «che strunzata!»: si stracciò immediatamente le vesti gridando: «ma come? critichi Bruno Forte? avete sentito tutti? crede di essere migliore di Bruno Forte!»

mercoledì 11 marzo 2026

Quella volta che andammo a Lourdes

Sì, sono noiose notiziole dalla periferia dell'impero vaticansecondista, niente di particolarmente clamoroso. Ma do per scontato che i quattro gatti che occasionalmente piovono su queste vecchie pagine siano convinti che la Chiesa abbia solo il compito di insegnare la retta dottrina, santificare attraverso i sacramenti, pascere agnelli e pecorelle. E che quindi tutto il di più venga dal demonio: settarismi, sinodalità, psicologismi, schizzinosità nel vagliare vocazioni, riduzione della liturgia a teatrino (e qualsiasi altra "pastoralità" che farebbe storcere il naso a un padre Pio da Pietrelcina)...

C'era in ballo un pellegrinaggio a Lourdes, in treno. Il rettore ci "propose" (cioè ordinò) di partecipare tutti perché con qualche suo sensazionale giro di conoscenze curiali e di favori avremmo avuto vitto, alloggio e viaggio gratis. Non essendo mai stato a Lourdes non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione (nonostante l'adagio: "quando il prodotto è gratis, significa che sei tu il prodotto"). C'erano altri partecipanti ad aver avuto facilitazioni, così che in uno scompartimento da sei posti a sedere ci si ritrovò a dormire in quattro o cinque seminaristi (le cuccette erano evidentemente riservate ai Clienti Paganti): qualche malpensante potrebbe aver pensato che ciò fosse invece stato accuratamente pianificato. Il viaggio fu assai lungo, ché magari un treno pellegrini aveva priorità un soffio superiore ai treni regionali. Dormire in quel frastuono traballante (e stivati come acciughe) fu una vera impresa.

Giunti a Lourdes ci ritrovammo alloggiati in minuscole camerette da quattro o cinque seminaristi, con finalmente la possibilità di sdocciarsi. Piazzai il laptop a ricaricare nell'unica presa disponibile (quella del mobiletto del bagno; quella della stanza era già stata sequestrata dagli altri) e nel mentre che mi sdocciavo sdocciai accidentalmente anche il laptop. Corso freneticamente fuori ad asciugarlo con l'asciugamano grande (l'altro serviva a coprirmi), beccai il momento esatto in cui i commilitoni stavano rientrando. Uno di loro, quello della "liturgia della carezza", nel vedermi assunse la stessa espressione di chi vede servirsi una gustosa cassata siciliana, e alluse maliziosamente alla mia tenuta quasi adamitica. Rientrai in bagno per procedere a rivestirmi, ma il laptop non ne volle più sapere fino ad un paio di giorni dopo il rientro (fu graziato: l'acqua di rubinetto di Lourdes, una volta asciugatasi, non gli lasciò danni).

Il mattino dopo, prima delle prime attività programmate, con altri procedemmo ad esplorare rapidamente la spianata e (da lontano) la grotta, notandone la fila già lunghissima. Osservai la posizione dei confessionali presidiati, all'esterno, e subito lo feci presente a qualche commilitone, aggiungendo "magari ci si potrebbe fare una capatina, quasi quasi... ci vado subito dopo". Almeno uno di loro disse che era una buona idea ma non prendemmo appuntamento. Ebbe poi il fegato di vantarsene a pranzo, "sapete, poi sono stato a confessarmi lì dove c'erano..." e uno dei capi (non ricordo se il rettore del seminario) proruppe in un "noooo!", come se avesse udito di chissà che catastrofe. Mi rimbomba ancor oggi nelle orecchie quel "noooo!", proferito con tutto il cuore, come di chi vede svanire lo scudetto all'ottantanovesimo dell'ultimo turno per un autogoal. Mi preparai mentalmente l'alibi che nessuno ci aveva avvisato di non confessarci (espressione da recitarsi con voce esitante, per evitare di farla sembrare polemica), per fortuna il rettore passò severamente a spiegare che c'erano delle attività già organizzate e che al momento giusto ci sarebbe stata anche la possibilità delle confessioni. E qui uno sano di mente non può che mangiare la foglia.

Le attività erano una "scaletta" ben progettata, una sorta di psicoterapia di gruppo (furbamente mista a semi-prediche e fervorini vari e ad attività come il lavarsi alla sorgente di Lourdes) intesa ad introdurre alla mentalità della mini-setta di cui il rettore era uno dei membri prominenti. Con lo scopo di cooptare a poco a poco i pochi seminaristi che non stravedessero già per tale mini-setta. Come per ogni setta, molta di tale psicoterapia era riassumibile in una sorta di confessione pubblica dei propri peccati (inizialmente approvabile anche a contenuto generico, ma l'importante era sdoganare il concetto), a cui poi avrebbero invitato a usare la confessione sacramentale come epilogo (non perché convinti della sua efficacia nella grazia, ma come step successivo per dimostrare a sé stessi e al gruppo di avere una qualche maturità, un qualche controllo, anche se tutto lo show era inteso a ridurre fortemente l'individualità e a fondersi nelle esigenze del gruppo, ossia a diventare una zelante pedina del santone fondatore).

Tale "scaletta" funzionò poco, nonostante l'ebbrezza del trovarsi a Lourdes gratis, dell'aver visitato la grotta (dopo un'interminabile fila), dell'aver fatto il bagno nell'acqua della sorgente (vinsi l'imbarazzo solo perché in cuor mio chiedevo la grazia di accedere al sacerdozio) e dell'aver partecipato ad una Messa nel mega-tendone. Tutte attività certamente vantabili al ritorno, vanterie informalmente incoraggiate per coprire quella psicoterapia mista a versetti biblici e citazioni di Padri della Neochiesa (come gli immancabili Tonino Bello e Enzo Bianchi). Nel mega-tendone anziché il latino venne usata per la liturgia una dozzina di lingue diverse, seppure con prevalenza il francese: quando finalmente una preghiera dei fedeli fu intonata in italiano, avemmo quasi la tentazione di fare la "ola" col tricolore come quando segna la nazionale di calcio. Ricordo pure la delusione dell'aver udito molte lingue nella formula di consacrazione ma non l'italiano. Lo show multilingue terminò senza onorare troppo la lingua dell'Alighieri.

Nel pellegrinaggio, prima del ritorno, era compresa anche qualche piccola deviazione turistica: il lago di Gaube, sui Pirenei, per il quale i più s'erano portati il costume da bagno. Ma l'aria e l'acqua erano tutt'altro che calde. Ricordo una delle catechiste d'alto rango uscire dall'acqua con la pelle d'oca e in un bikini che per l'occasione era un po' in sciopero di castità alla faccia della non giovanissima età di lei. Mi girai dall'altra parte cogliendo con la visione periferica il severo e vendicativo sguardo del rettore puntato su di me da chissà quanto tempo. Suppongo preferisse avere come seminaristi non tanto degli asessuati, ma degli effeminati, quel tantino che basta a tenerli sotto controllo. Chissà, magari avranno pensato che anche l'asessuato, se posto in facile e ben organizzata tentazione della carne, può pasticciare, mentre l'almeno parzialmente effeminato è più controllabile e non rischia di avviare gravidanze.

Lì sulle rive del lago un'amica, già da anni di salute cagionevole, restò seduta ferma come una statua per tutto il tempo. Fui il solo ad allarmarmi un po'. Tentai di parlarle più volte, sembrava piuttosto stordita. Tentai di mobilitare qualche responsabile del pellegrinaggio, mi risposero di non farci caso, che era solo stanca. Qualche giorno dopo venimmo a sapere che aveva preso la mononucleosi, probabilmente già prima di partire. A quanto pare non infettò nessuno.

Diversi anni dopo, parlando con lei del più e del meno, ricordai i bei tempi in cui noi s'andò a Lourdes gratis. Lei andò su tutte le furie perché all'epoca, pur qualificata come povera, le avevano comunque fatto pagare una non irrilevante quota viaggio, dicendole che era stato così per tutti. Certi preti sono abilissimi a parlare in modo sufficientemente fumoso da mentire materialmente senza aver pronunciato parole esattamente menzognere. Questi soggetti, per qualche misteriosissimo motivo, erano puntualmente incaricati di vagliare vocazioni, puntualmente a decidere ogni volta nuovi ostacoli per il sottoscritto, un percorso verso il sacerdozio fatto a modello del gioco dell'oca, ogni volta con un "arretra" o con un "torna alla casella di partenza", del tutto indipendenti dalla tua validità.

Qualche tempo dopo lo stesso rettore, durante gli esercizi spirituali dei seminaristi, nel seminterrato della casa di spiritualità tenne la "liturgia della carezza". Seduti in cerchio, con luci soffuse, una musichetta new-age in sottofondo, quelli che ritenevano che qualche compagno avesse bisogno di un qualche sostegno o aiuto "spirituale" (leggasi: psicologico), potevano alzarsi a parlargli (a mo' di camera caritatis) suggellando con un gesto, quello del carezzargli il volto. Ovviamente con la clausola formale del "nulla di quel che succede qui dentro dovrà mai uscire" (ma non escluderei che sia già stata raccontata in giro da altri). Un'emerita ricchiоnata, ça va sans dire. Uno dei seminaristi più gettonati, sufficientemente bellino da superare facilmente gli esami della facoltà teologica, decise (chissà con quanto suggerimento del rettore) che era il caso di fare la carezza a me. Subii impassibile mentre il rettore mi scrutava in ogni millimetro quadrato (forse sperava che reagissi virilmente?), trattenni il desiderio di scansarmi e dire "ma anche no" (che mi sarebbe costato automaticamente la carriera). E poi il popolo bue si meraviglia del clero non proprio virile. Il carezzatore, infatti, farà carriera (ordinato senza ritardi, assegnato rapidamente a parrocchie e incarichi diocesani). Il sottoscritto, dimesso dalla diocesi con motivazioni che definire ridicole è un eufemismo, si ritroverà in seguito in altri luoghi dove dei diversamente virili vagliavano vocazioni e allontanavano (con ogni più ridicola motivazione) quelle normalmente virili.

La grazia di accedere agli ordini sacri - che impetrai anche a Lourdes - ancora non mi è stata concessa. Intanto sto invecchiando, senza riuscire a intravedere vie d'uscita. L'interregno bergoglionico ha spazzato via quel poco appiglio che ancora si poteva sognare di trovare. Chi aveva tentato di sostenermi nel frattempo ha poi continuato per la sua strada, con i suoi guai e con i suoi compromessi, riconoscendo (come me) che è inutile combattere una battaglia persa: il sacerdozio conciliare ha un grave problema di fecondità, non sa generare vocazioni, non sa stupirsi di fronte ad un'anima che trova invincibili motivi per consacrarsi. Come indimenticabilmente proclamò quel priore, "qui tre vocazioni sono già troppe":  evidentemente nella sua fede vaticansecondista la messe era irrilevante, gli operai troppi, e il Signore in errore a chiamarne altri.

martedì 17 febbraio 2026

Cazziato perché non robotico

Una volta fui cazziato durante la Messa da quel frоcio del priore. Gli stavo servendo Messa. Si presume che un chierichetto - o equivalente - stia lì non solo come "cameriere" del celebrante, ma anche per vivere il gesto, "con spirito di preghiera". Il frоcio mi cazzia perché mi ritiene lento: "E dai, su", con quel tono seccatissimo che non userei nemmeno al ristorante con un cameriere svogliato, tanto meno davanti al Santissimo Sacramento. Ci mancava quasi che dicesse che stavo rallentando l'esecuzione della messinscena.

Fin dalle origini della mia vocazione avevo chiaramente percepito che partecipare ai divini misteri (o addirittura celebrarli) non era uno spettacolo a tema sacro ma un'azione efficace sul piano soprannaturale. Già da dodicenne a servir Messa, sapevo di essere fisicamente più vicino al Signore, e di rendergli più onore con quei piccoli gesti previsti dal Messale. Sapevo, cioè, che una volta giunto al sacerdozio avrei celebrato Messa e sacramenti conscio (almeno un pochino) del loro inestimabile valore soprannaturale. Avrei celebrato di mia volontà, con o senza "pubblico", perché quella celebrazione aveva un immenso valore nonostante me. Impossibile stimare quanta grazia può fluire anche soltanto da una celebrazione distratta, stanca, disturbata da circostanze (come il rigido freddo invernale o il traffico auto fuori) o da gente passata a marcar presenza ma stufata di limitarsi a marcar presenza.

Dunque, anche da stanco, anche in preda a fatiche, acciacchi, dolori non solo fisici, le liturgie le vivevo "con spirito di preghiera", come suolsi dire in quelle patetiche e interminabili omelie di pretazzi che non han nulla da dire. Stavo a servir Messa consapevole che accanto a me si stava realizzando il miracolo della transustanziazione nonostante gli elementi di disturbo, e cercavo di "fare la mia parte" nella maniera più sobria e discreta possibile, nonostante la mia stessa stanchezza, il freddo e tutto il resto. Al servizio della liturgia, non dell'uzzolo momentaneo del pretino. Con gratitudine per quel miracolo, non misurando "quanti minuti mancano alla libera uscita".

E quindi mi beccai una cazziata. Il pretino aveva la tipica fretta idiota di chi non ha alcuna urgenza ma si stufa del momento presente (proprio il momento in cui si esprime il suo sacerdozio). Cercai di essere più "veloce" nelle apparenze ma non nella sostanza, perché mi ha sempre ripugnato l'idea che una Messa sarebbe una messinscena da velocizzare o rallentare a seconda di piccinerie del momento. Dato il tipo di prete-chеcca non avevo appigli neppure per poter fare a distanza di tempo un discorsetto gioviale e untuoso sulla Bellezza della Liturgia che va Celebrata Senza Correre. Quando hai a che fare con psicotici e chеcche non puoi usare i ragionamenti, né l'evidenza dei fatti, né l'affabilità che Paolo elargiva ai Filippesi: non funzionerebbero, sono controproducenti, perché quei pretini che ti fanno le omelie "tanto tanto spirituali" sono i primi a non credere in ciò che dicono. Eseguono un copione, recitano un formulario, ma non ci credono. Come quel coglione che stufo di celebrare i riti della Pasqua, disse "domani è lunedì, lasciamo la parrocchia chiusa, tanto non verrà nessuno", sopprimendo arbitrariamente le Messe di precetto festivo: si era autoassegnato un giorno di ferie.

Il profondo dramma della Chiesa che ama immaginarsi moderna è che ha sostanzialmente perso la fede. Chiunque riduca la Messa ad una messinscena, ha perso la fede. La fretta nel celebrare, la foga nell'aggiungere ingredienti scenografici, il trascinare la liturgia il più lentamente possibile per fingere di starla vivendo, sono tutti pessimi indizi. Così come lo sono l'atteggiamento mondano davanti al Santissimo - trattato come un gadget molto religioso, un certificato di marcatura presenze, addirittura un obbligo amministrativo perché altrimenti chissà cosa penseranno. Chi dice che la Chiesa di oggi ha la vivacità di un cadavere tiepido non sbaglia. Tolta la fede nell'Eucarestia, non rimane più nulla. Si stufano di confessare. Si stufano di celebrare. Non si stufano mai di esalare chiacchiere vagamente religiose: parlano tantissimo perché non hanno niente da dire. Come quel prete (poi spretato), anche intelligente e sensibile, che mi confidò che nei primi tre mesi di diaconato, che gli concedevano l'onore di tenere la predica feriale, aveva già vuotato il sacco, già detto tutto ciò che aveva da dire in tutta la sua futura carriera sacerdotale. Aveva confuso il sacerdozio con un mestiere, si era preparato bene il mestiere di venditore di chiacchiere, e in tre mesi aveva esaurito tutte le cartucce. Non aveva minimamente percepito che le verità di fede son così vere che non ti stanchi mai di ripeterle.

A mia memoria i preti in ginocchio davanti al Tabernacolo quando erano certi che nessuno li vedeva si contano sulle dita di una mano monca, molto monca. Chi più, chi molto di più, vivono pressoché tutti come dei mestieranti del sacro, gente incaricata di vendere sermoni - costruiti tutti con lo stesso gergo, untuoso, insignificante, sufficientemente generico da "non offendere la sensibilità di nessuno". Tirano a campare, fanno la messinscena, si sono letteralmente "abituati" a passare davanti al Tabernacolo con la stessa dimestichezza con cui passano nei pressi del bidone delle immondizie. Come quel bravo pretino anzianotto che va ciondolando a caso fra le navate, aggiustando una lampadina qui, i fiori là, la sedia del coro lì, terrorizzato dall'idea che se si ferma per un attimo, se per un attimo si nota che non è più indaffaratissimo, qualcuno gli chiede di confessarsi (orrore, orrore!). Lì c'è il Santissimo ma è come se pensassero "l'anno scorso mi sono già genuflesso una volta, vale ancora quella". E non parliamo dei pretini che appena prendono possesso di una parrocchia tramano subito per spostare il Santissimo da qualche altra parte, dove si veda il meno possibile, in modo che il palcoscenico sia più libero, sia più riconfigurabile, che lo show deve poter essere più scoppiettante. Perfino se il Santissimo stesse già in una cappella laterale a togliere il disturbo, hanno quella invincibile foga di relegarlo da qualche altra parte - e non certo nel posto centrale che merita.

E quindi non c'è da sorprendersi che un pretino mediamente più stufo degli altri, con voce perfida e istericamente gracchiante mi vada cazziando durante la Messa perché ha fretta. Ed è lo stesso soggetto che da tempo covava in cuor suo il desiderio di farmi fuori: non credendo alla propria vocazione, non credono nemmeno all'esistenza di altre vocazioni. Non credono a Nostro Signore presente nel Santissimo - limitandosi al massimo a considerarlo un Gadget di un Certo Valore Religioso - e quella stessa mano che adoperano per amministrare la Comunione, venti minuti dopo la adoperano per vergare nero su bianco calunnie sul conto di colui a cui l'avevano amministrata. E qualche giorno dopo l'adoperano per le solite sodomie.

Se la Chiesa di oggi sembra un cadavere tiepido che si sta inesorabilmente raffreddando, è proprio perché nel suo clero pullulano soggetti del genere. Il Bergoglio s'inventava scuse (ricovero "grave" e due giorni dopo era fresco e pimpante) per non celebrare i riti della settimana santa? È esattamente il simbolo di questo penoso stato di cose. Noi seminaristi ossessivamente colpevolizzati per il tempo libero, da quegli stessi soggetti che si dedicano a tutto tranne che ai tre munus sacerdotali, che sopportano di mala voglia, e che trasformano senza sosta in occasioni di smollar prediche fumose e smielate.