La mia "carriera" iniziò quando un seminarista assegnato alla mia parrocchia d'origine, poco dopo la mia prima Comunione, ebbe da organizzare un gruppo di ministranti. Avevo vissuto poco tempo prima la prima Comunione come un momento importante, con serietà, perché preceduto da alcune piccole buone cose fatte e dette dai miei (non tantissime, ma per me significative: mia madre che mi aveva insegnato le prime preghiere, la nonna che mi portava con sé a Messa, e qualche atteggiamento sufficientemente rispettoso del luogo sacro e del Tabernacolo). Fui uno di quei pochi che dopo la prima Comunione non svaniscono subito dalla parrocchia.
A dispetto dell'andazzo diocesano (ma ero troppo giovane per valutare certe dinamiche) il seminarista si era presentato in talare. Quella lunga veste nera parlava già da sola, anche più dell'abito dei frati che tenevano in piedi la parrocchia (i frati sembravano sempre anziani e stanchi, in quell'abito religioso di blanda foggia e di tessuto sintetico, ma non li vidi mai in borghese). Ricordo una volta che si sedettero in tre, al tavolino della sacrestia, a concelebrare una Messa. Senza paramenti, senza calice o altro, ripetettero solo le formule con quella fretta di chi deve sbrigare una fastidiosa faccenda. Non ne ricordo il momento della consacrazione. Ero seduto tre metri più in là, su una panca, ad aspettare. Il seminarista aveva dato appuntamento a quel giorno e a quell'ora, ma non si era presentato. Non si erano presentati nemmeno gli altri aspiranti ministranti, forse mi era sfuggito un "anzi no" e un'indicazione aggiuntiva dell'ultimo momento, chissà. Terminarono quella "Messa parlata", uno di loro mi si avvicinò, e convenimmo che il seminarista non s'era fatto vivo e che quindi me ne sarei tornato a casa.
Divenni presto il capogruppo dei ministranti (non che ci tenessi: temevo ulteriori incarichi), solo perché ero l'unico ad essere sempre presente. Ci dividemmo le Messe domenicali, lasciai volentieri agli altri quella delle dieci per non dovermi alzare presto e per non sorbirmi la fastidiosa "Messa dei bambini", più lunga e teatrale delle altre, totalmente cringe ed in linea con le patetiche idiozie che seguivano subito dopo nella lezioncina di "catechismo": non era la cosa seria che desideravo servire. Al termine del primo anno ci regalarono una guida per il ministrante, un libretto con spiegate un po' di cose, piuttosto vecchio come edizione, evidentemente postconciliare ma ancora costellato di espressioni tradizionali, di indicazioni sul dovuto rispetto alle cose sacre e sul fatto che il ministrante era al servizio di Dio. Avevo dodici anni e annotai nella prima pagina interna la data del giorno in cui mi era stato "consegnato" insieme alla tarcisiana (che restò alla parrocchia), in una celebrazione che mi sarei risparmiato volentieri, che "ufficializzava" il gruppo ministranti davanti a una platea plaudente che amava il cosplay e le messinscene e gli applausi.
Pochi mesi dopo quel seminarista che aveva allestito il gruppo fu assegnato ad altra parrocchia e sparì senza che avessimo occasione di contattarlo o salutarlo. I frati, nel loro tipico stato di stordimento da letargo, neppure sapevano come rintracciarlo, mi pare che ci dissero che si sarebbe rifatto vivo lui, chissà, forse già lo vedevano scacciato dal seminario a causa di quella veste talare, quella divisa da soldato di Cristo. E sembravano del tutto indifferenti a che noialtri servissimo Messa. In breve tempo mi ritrovai ad essere l'unico a presentarsi ogni domenica per servirla. Salutavo, indossavo la veste tarcisiana, attendevo quei pochi minuti che il celebrante si preparasse, talvolta aiutandolo a paludarsi nei paramenti. Quando qualche volta fui costretto ad assentarmi nessuno dei frati sembrò farci caso. Una volta uno dei frati, dieci minuti dopo l'inizio della Messa, all'improvviso se ne andò in sacrestia perché non ce la faceva più a stare in piedi. Mi fecero cenno di rimanere al mio posto, lì sugli scranni dietro la mensa. Un minuto dopo sbucò un altro frate e proseguì la Messa dal punto in cui il confratello si era fermato. Non ebbi il coraggio di chiedere se davvero si potesse fare. {The show must go on.}
Mentre la "Messa dei bambini" era frequentata e variegata (solo perché obbligatoria per il catechismo), le altre Messe erano poco affollate, e vi erano quasi esclusivamente vecchiette. I frati anziani e stanchi, le vecchiette anziane e stanche, e l'unico under 70 ero io. Mi sforzai a lungo di continuare ma dopo un anno e mezzo me ne stufai. Avevo partecipato come unico ministrante della parrocchia alla processione del santo patrono, venendo avvistato in piazza da un'incredula compagna di classe del liceo, e il giorno del mio quattordicesimo compleanno mi sforzai di andare un'ultima volta a servir Messa, a beneficio delle sette o otto vecchiette e dei frati sempre più in letargo, solo per conservare un ricordo. Dopodiché smisi di andare in parrocchia, senza nessun peso sulla coscienza, solo con qualcosa di simile alla nostalgia. Non vedevo un senso nel partecipare senza servirla, non vedevo più un'utilità il servirla, non avevo nessuno da seguire.
Anni prima, quando mia madre o mia nonna mi portavano con sé a qualche pellegrinaggio organizzato dalla parrocchia, avevo notato quanto assurdamente ipocriti fossero i partecipanti: tutti pii e fervorosi nei momenti in cui c'era da recitare la parte dei fedeli, e tutti sguaiati e volgari nel resto del tempo. Quelle stesse voci che si trascinavano nella recita del rosario, in quello stesso autobus al ritorno proferivano "barzellette sporche" e altre oscenità. Era la stessa cosa che avevo visto nei cuginetti, fedeli frequentatori dell'Azione Cattolica in parrocchia, ma maliziosi, rabbiosi, vendicativi, cinici, quando non erano in parrocchia. I compagni di scuola non frequentavano la parrocchia ma funzionavano allo stesso modo: dal volgare testone capo-scout alle "piccole mignotte crescono" che però nei rari momenti a carattere religioso diventavano temporaneamente tutte pie e sdolcinate. La percezione era quella di una messinscena a cui preti e laici partecipavano solo con secondi fini. Per il branco di cuginetti la parrocchia era stata solo il trampolino di lancio per uscire con gli amici.
Né era stato di aiuto l'andare occasionalmente a qualche festicciola parrocchiale. Che si risolveva in una chiassata tra conoscenti, un riempitivo per annoiati - di quelle in cui ti rendi conto di chi sono amici, chi amiconi, e chi ospiti "per far numero". Noi si veniva convocati solo quando c'era da riempire la categoria "far numero". E non si capiva cosa c'entrasse quell'attività con la sublimità di Dio, con le massime eterne, con le verità immutabili. Se davvero lì a pochi metri c'è Gesù, lì nel tabernacolo, perché mai dobbiamo sforzarci di far caciara e sforzarci di farla sembrare riuscita? Ero troppo giovane per riuscire a dare una risposta a quella domanda. E dunque la prima certezza che acquisii a riguardo della Chiesa fu che la vita di fede, nonostante si trattasse di una cosa assolutamente seria, c'erano troppi ad interpretarla come una recita. Oltre che troppi ad ignorarne le verità più basilari.
Quel seminarista in talare, durante l'anno in cui fu presente, mi chiese una volta se avessi voluto continuare su "quella strada". Probabilmente me lo chiese solo per ubbidienza a qualcuno (non so se ai frati o a qualche suo superiore). Passai immediatamente alla difensiva: "non se ne parla proprio". Lui non aggiunse altro, e dimenticò del tutto l'episodio. Quando lo incontrerò di nuovo, dopo molti anni, glielo menzionai ma non riusciva a ricordarsene. Io invece me lo ricordavo benissimo, perché era un tarlo che da quel momento non mi aveva più lasciato: se la fede è una cosa seria, se la Chiesa è una cosa seria, e se mi tiro indietro, chi altro potrà spiegarlo, mostrarlo, viverlo? A tenermi abbastanza lontano dalla Chiesa durante l'adolescenza, lontano anche dai sacramenti, era stata quella certezza che chiamo "cosa seria", che speravo di rivedere altrove. Ma nelle parrocchie c'era ovunque lo stesso programma, con poche variazioni secondarie. Andare ad un funerale, a un matrimonio, a una prima Comunione, provocava la stessa depressione, la stessa nausea, lo stesso disgusto. Tutti coi cartelloni, tutti con le chitarre, tutti con la stessa sguaiata chiassata d'ordinanza, tutti con quel parolame mieloso e insignificante, recitato come se avessero terrore del silenzio. E per lo più i preti non erano più vestiti da preti, dovevi decifrare "chi era cosa", chiedere, andare in Ufficio e sperare di trovarlo alla scrivania, e poi chiedere se fosse davvero lui il prete. La Chiesa postconciliare sembrava ingegnerizzata per essere pigramente applaudita da lontano, meglio ancora se irrilevante, e per autoestinguersi mediante naturale vecchiaia.
Non potevo figurarmi l'interminabile diluvio di guai su quel seminarista. Che divenne prete solo per amicizie importanti e solo perché il vescovo, anziano e prossimo alla fine dei suoi giorni, forse a mo' di dispettino contro il clero totalmente disubbidiente, decise di ordinarlo al sacerdozio nonostante le "relazioni" di fine anno tutte furibonde (perché non c'era in ballo solo la talare). L'ultima randellata alla diocesi: ordinare l'unico che avesse ancora rispetto per l'autorità. Se a quella domanda sul proseguire su "quella strada" avessi dato una risposta possibilista anziché difensiva, avrei nel giro di poco tempo scoperto anzitutto che la talare era il modo migliore per farsi cacciar via a pedate, in quanto era vietato pensare che la fede fosse una "cosa seria", era vietato il sacerdozio per chi volesse soltanto celebrar Messa e confessare.
Negli anni successivi non ho avuto altro che conferme: ciò che ho ricevuto dalla gerarchia ecclesiastica andrebbe complessivamente valutato come truffa. Truffa, proprio nel senso di avermi promesso X, di essere per statuto tenuti a garantirmi X, e già dal secondo giorno mi hanno invece inflitto Y, mutevole, approssimativo, confuso, ma sempre più diverso da X, sempre più distante da X.