domenica 31 maggio 2026

Altri episodi di vita di seminario

Le comunità dei seminaristi erano divise per anno di corso, occupando ognuna un'ala dell'edificio. Le stanze potevano essere singole o doppie ma ogni comunità disponeva di una cappella propria (generalmente una stanza con pochi arredi sacri raffazzonati) e di una sala comune (solitamente attigua). La regola non scritta era che il tempo libero andasse passato praticamente tutto nella sala comune. Noialtri si doveva fare comunità. E per fare comunità bisognava intrattenere interminabili e imbecillissime conversazioni con gli altri seminaristi. Chiaro che dopo i primi tre minuti passati a parlare del meteo, delle parrocchie di provenienza, dei motteggi su vescovi e parroci, un cervello sano prova già intensi conati di vomito. Figurarsi a ripetere la scena per intere ore, per tutti i giorni, per tutti gli anni. Inoltre non era consentito assentarsi neppure per un pisolino. Qualche volta ho seriamente creduto che il volerti far fare comunità, cioè l'obbligo di far comunella, servisse solo a provocarti l'effetto opposto, quello di farti desiderare la solitudine. Ma no, sarebbe stata una cosa troppo intelligente per essere progettata da quel branco di viscidi dei nostri formatori. Che peraltro a suo tempo non avevano dovuto subire simili diktat, ed anzi era considerato del tutto normale che nelle case comuni i confratelli a stento si salutassero (decenni di vita comune, e neanche si salutavano, non si vedevano neppure in refettorio per i pasti).

Tralascio l'episodio di quando il rettore di seminario venne tutto sculettante nella fatidica sala comune. Sculettava sul serio, voleva farsi notare da qualcuno, o forse intendeva mettere alla prova qualche chiacchierone, o chissà.

Tralascerei anche i dettagli dell'episodio in cui ho udito in vita mia l'unica battutaccia oscena a tema pеdofilo. L'aveva proferita un seminarista, con una preoccupante dimestichezza sul tema. Ne avevo udite (non solo in seminario) fin troppe a tema sеssuale, a tema omоsеssuale, a tema blasfemo (eh, già), ma a tema pеdofilo mai. Il soggetto, qualche anno dopo, commentando uno sporco fattaccio di cronaca, mi chiedeva impaurito e allarmato com'è che potesse esistere un'attrаzione verso bаmbini. Per un attimo mi parve che temesse di avercelo anche lui, il viziaccio. Gliela spiegai in termini di problemi mentali, perché in quel momento ero convinto che fosse l'unico argomento che avrebbe accettato di ascoltare e considerare (e, accettandolo, "farsi aiutare" da qualcuno competente). Sembrò rassicurarsi, e non tornò più in argomento. Diverrà poi regolarmente prete e quindi parroco, infine parroco a pochi passi da casa sua, privilegio ambitissimo.

Il rettore ci fece vedere un film. Una scena mostrava un attentatore suiсida in una camionetta che guidava veloce verso il posto di blocco dove si sarebbe schiantato ed esploso. Sul suo volto, e dalla sua voce tremula che farfugliava cose senza senso, sembrava profilarsi da un lato il rimorso per un grave errore e dall'altro il tentativo di dire a sé stesso che dopotutto stava facendo ciò che era necessario o che gli era stato comandato.

Il rettore del seminario ci chiese cosa ne pensassimo, specificamente di quella scena. Cercando di essere il più diplomatico possibile, risposi che quando una religione (o sua aberrazione) contempla simili atti di odio... Non finii di parlare che già intravidi il ghigno soddisfatto del rettore, che - esattamente come aveva pianificato - soggiunse che si trattava di un cristiano maronita, o qualcosa del genere. Ricordo che mi si gelò il sangue nell'essere caduto (sia pure per ignoranza) in quel perfido trabocchetto: l'esimio rettore era proprio intenzionato ad colpire con più crudeltà possibile l'idea che i cristiani - persino se eretici, purché ancora abbastanza sani di mente - "non fanno certe cose" (col sottinteso che dovremmo sentirci uguali o addirittura peggiori del terrorismo islamico). E quella sua faccia che ci bullizzava tutti, quella faccia che sembrava stesse dicendo "ha ha ha, era un cristiano! vi ho fregato, babbei!", era indistinguibile da quella dei più feroci nemici della fede.

Una volta eravamo a tavola col prete congolese, quello che il suo vescovo aveva inviato in Italia a studiare, e che candidamente proclamava di non credere nei dogmi, e che l'importante era solo fare alle vecchine il discorsetto preconfezionato, quanto basta per far loro mollare i soldi. Mentre i commilitoni cercavano di carpirgli dettagli scabrosi ("l'importante è non farsi beccare!", applausi, perché la vita di seminario opprime quanto basta per renderti progetto di vita il cinismo e la disubbidienza), mi immaginavo la fatica del suo vescovo nel mettere insieme i soldi e i documenti per spedire quel cretino in Italia, con la convinzione che nella culla del cattolicesimo si sarebbe ben preparato, tornato con la licenza in teologia (utile in futuro per l'episcopato...), un sentito legame con la sede di Pietro, e magari pure rievangelizzato il Congo. Macché. "Ha ha ha, resto in Italia! vi ho fregato, babbei!", avrà risposto al suo nuovo vescovo.

Di quei preti francesi che ci invitarono a pranzo solo uno si degnava di parlare in italiano. Un italiano piuttosto stentato, appreso stancamente in età adulta. Il rituale prevedeva chiacchiere del più e del meno in salotto (sala d'attesa), arredato come una casa di bambole da una vecchietta compulsiva, per poi entrare in refettorio (la cucina, dove i fornelli e il frigo erano stati occultati da un pannello). Il tavolo era imbandito con una quantità di inutili gadget e con stoviglie decorate. Noialtri, forgiati rudemente dalle difficoltà della vita, avremmo volentieri gradito un abbondante piatto di pasta servito su tavolacci e sedie sopravvissuti a entrambe le guerre mondiali, sarebbe bastato solo quel piatto per soddisfarci più di quanto facessero i non eccelsi pasti del seminario. Ci ritrovammo invece in questo scenario complicato e ristorantesco, di più portate bizzarre, e dove un gesto non abbastanza calibrato avrebbe potuto graffiare il fiorellino principale della decorazione del piatto del contorno, o il bicchiere che avrebbe potuto urtare la forchetta piccola e incrinarne uno dei denti, o quell'aggeggino centrale che non si capiva se fosse una formaggiera, un braciere, o solo un elemento decorativo da non toccare mai. A stento sapevamo che l'acqua va nel calice grande e il vino in quello piccolo. 

Pranzare fu una fatica. Il pasto parve abbondante e variegato, ma non saziò. Ottenne solo di procurarci una sonnolenza pazzesca (troppi carboidrati?), tale da farci ringraziare il Signore che al termine fosse stato previsto il caffè. Che, essendo francesi, era una sciacquatura di caffettiera. Ma al netto del complesso scenario e del chit-chatting di small-talk di contorno (in cui dopo trenta secondi noi italiani avevamo tutti esaurito ogni argomento di conversazione, e non ci sentivamo autorizzati a menzionare cose più serie, e i francesi sembravano non avere alcuna conoscenza né interesse alle cronache o alle dinamiche ecclesiali italiane), ciò che mi colpì di più era il loro seminarista, adoperato come cuoco, cameriere e lavapiatti. Tenne per tutto il tempo un'espressione forzatamente distaccata, ma si capiva che gli rodeva il fegato non solo per l'essere tutti i giorni sguattero, pulitore, stiratore e cuciniere, ma per aver dovuto servire questi scalcagnati italioti che parlavano un italiano normale e un francese pessimo.

I miei commilitoni lo avevano fissato più a lungo di me, pregustando la non invidiabile vita da caserma seminario francese, e così per rimediare mi toccò recitare un pochino di entusiasmo alla fine, come gesto di mera cortesia verso la Francia. Uno dei preti francesi sembrò provare genuina soddisfazione, come se avesse finalmente ottenuto il premio di potersi dire davanti allo specchio "le tue iniziative riescono sempre, c'è gente che apprezza ciò che hai comandato di preparare, tu sì che sai organizzare dei bei pranzi ben riusciti".

Quando l'ultimo giorno dell'anno di seminario il rettore convocò tutta la comunità di seminaristi per una importante comunicazione, pur vedendo diversi commilitoni eccitati e agitati, non capii subito che stavano per piovere fulmini. Il rettore annunciò che "i seguenti nomi", avendo pubblicamente cantato il Te Deum per gioire dell'imprevisto trasferimento di un pretazzo animatore ad incarico diocesano, erano da considerarsi "sospesi" a tempo indeterminato.

Tra quei cinque nomi c'era magicamente anche il mio. Ma mentre gli altri quattro andarono in panico e in sgangherato full damage control - uno di loro ebbe addirittura il barbaro coraggio di inginocchiarsi in lacrime davanti al rettore, piagnucolando del fatto che dopo anni di seminario non poteva finire tutto così - io restai impassibile, lì in fondo, aspettando il momento di lasciare la sala. Era un'accusa non solo completamente campata in aria, ma mirata esattamente agli unici cinque soggetti sospettati di aver qualche vaga simpatia per il latino e le talari. Restai impassibile perché non sapevo come reagire di fronte ad un'accusa calunniosa così grossa, che mi pioveva addosso proprio quando non c'era tempo per difendersi, proferita come se fosse perfettamente compatibile col celebrare ogni santo giorno i divini misteri.

"Questa è una comunicazione, non un'udienza!" gridò il rettore davanti a quattro seminaristi in pieno panico, come a voler girare il coltello nella piaga. Ricordo che per una frazione di secondo gettò lo sguardo nella mia direzione, come per chiedersi come mai io non fossi lì a implorarlo, e neppure in ginocchio e in lacrime. Fu uno dei momenti del mio percorso vocazionale in cui maggiormente realizzai di essere chiamato, perché sentivo che quella oscena pagliacciata - ancor più oscena perché organizzata da preti - non potevo considerarla volontà di Dio ma solo un'indicazione chiara su perché la vigna del Signore ha operai così scalcagnati e rincoglioniti. Mio malgrado, diedi all'aguzzino e agli impanicati (e anche agli altri astanti) una lezione di virilità.

Scoprirò solo dopo che uno dei cinque aveva effettivamente canticchiato il primo verso Te Deum laudamus, in cameretta, a porte chiuse, forse con qualcuno degli altri accusati. Ma era stato udito da qualcuno fuori dalla porta. Che aveva subito riferito all'animatore. Che aveva subito mobilitato il rettore. Sebbene si sapesse chi era l'unico capace di esternare soddisfazione in quel modo, ritennero utile dare la stangata anche a me ed altri. Magari la stangata era già prevista sotto diversa forma, ma l'occasione era troppo ghiotta.

Il vescovo stabilì che la mia formazione sarebbe continuata nel seminario diocesano; non ricordo chi degli altri ebbe lo stesso trattamento, e chi invece fortunosamente restò in seminario lì dopo adeguati "colloqui coi formatori". Il trasferimento per me fu un sospiro di sollievo - in quanto un nuovo animatore non sarebbe stato diverso dai precedenti -, ma un amico prete commentò amaramente: "se prima eravate controllati e bersagliati, ora in diocesi sarete controllatissimi e bersagliatissimi: preparatevi al peggio".

giovedì 28 maggio 2026

Tempo previo

Quello che dalle mie parti chiamavano "tempo previo" (altrove lo stesso concetto potrebbe avere nomi diversi) era una delle tante conseguenze della bizzarra convinzione dei vescovi che per migliorare la formazione al sacerdozio è necessario allungarla fino alla nausea. Era anzitutto un modo per dire "ti accetto ma non so ancora se ti ho accettato, anzi, non lo saprò ancora per lungo tempo". Un atteggiamento che chiameremmo come minimo insicurezza, se non fosse di Sua Eccellenza Monsignor Vescovo della Diocesi e Successore degli Apostoli e Membro della Conferenza Episcopale, e dei vari addetti alla formazione (Rettore, Vice-Rettore, Responsabile Vocazionale, Animatore, ed altri Aventi Diritto a Sindacare sulla tua vocazione).

Durante il "tempo previo" non eri né carne né pesce, né seminarista né laico. Ma eri ricattabile, e questa era l'unica cosa che contava. Se avessi fatto cose da laico - anche innocenti, come il comprarsi una moto - avrebbero severamente annotato che non eri pronto ad entrare in seminario. Cioè era un tempo in cui dovevi recitare la parte che si aspettavano mentre ti tenevano sul filo del rasoio: "sarò ammesso in seminario? mi imporranno di fare un ulteriore anno?". Se non eri un raccomandatissimo (da curie o pezzi grossi clericali), la conferma ti arrivava il più tardi possibile. Il fatto che generalmente ti consentissero di continuare a lavorare durante il "tempo previo" era poco rilevante (ma sembravano sempre non capire che è difficile mollare un lavoro da un giorno all'altro; non si può dire ai colleghi "mi hanno finalmente accettato in seminario, da lunedì non ci sarò più"; non si può dire al capo "scusami il preavviso di pochi giorni ma solo adesso ho saputo che non dovrò continuare col tempo previo"... è sempre come se i preti moderni, non avendo mai lavorato in vita loro, non capissero cosa fosse la correttezza nei confronti di capi e colleghi, pur esigendo correttezza nei confronti loro e di superiori e confratelli).

Toccava poi subire anche la pioggia di segnali ambigui, come ad esempio quando il rettore o il vescovo intercalavano con "quando poi sarete in seminario... cioè, quelli di voi che entreranno...", proprio come se volessero sadicamente stuzzicare quel brevissimo lampo di speranza in coloro che erano destinati ad essere bocciati, per analizzarlo con puntigliosa pedanteria da cremlinologi corrucciati, quasi come a voler fabbricare un nuovo capo d'imputazione: "hai fretta, eh? ma a me non la si fa!"

Questa, insieme alle altre torture psicologiche, confermava che per loro la formazione consisteva nella riprogrammazione. Ciò che chiamavano docilità ai superiori era in realtà la possibilità di incastrarti in uno schema prefissato, di farti recitare una parte fino a farla diventare la tua vita. Volevano renderti doloroso qualsiasi uso della tua volontà, qualsiasi capacità di valutazione, qualsiasi libertà che non fosse esplicitamente prevista dalle loro direttive. Dovevi autoaddestrarti al bispensiero orwelliano. Fu per questo che con me quelle tattiche non funzionarono.

Non funzionarono perché prima di azzardare un primo passo avevo già passato anni a chiedermi se la mia vocazione fosse una sorta di infatuazione passeggera. Ci avevo a lungo pregato, meditato, riflettuto, tenendomi dentro quel desiderio, troppo prezioso per essere rivelato anche alle persone più care. Dopodiché ne avevo parlato con un solo sacerdote, quello di mia maggior fiducia, rosicando fortissimo quando mi aspettavo qualche risposta e ottenevo invece solo un rinvio o un silenzio. Voleva che ci riflettessi da solo, che arrivassi alla conclusione senza farmela dettare, che giungessi a quel bivio ineludibile del "non so più che direzione prendere (e quindi devo affidarmi a chi può vagliare)". La conclusione non poteva essere "ho aspettato abbastanza, sarebbe finalmente ora di iniziare". Fu solo in seguito a momenti difficili - difficili per l'anima, non per la vita materiale - che mi ritrovai inequivocabilmente di fronte a quel bivio, con un sincero desiderio ma senza le ultime tracce di dubbio che potesse essere una cosetta passeggera. Fu allora che lui ritenne opportuno presentare la mia situazione al vescovo. Che  rispose di sì, che avrei potuto entrare in seminario maggiore di lì a qualche settimana, a settembre (ero autonomo, lavoravo, studi completati, nessuna questione irrisolta, un percorso preliminare di verifica già fatto: non fu difficile accettarmi).

Neanche un paio di giorni dopo il vescovo si rimangiò la parola data e gli disse che avrei dovuto sorbirmi il "tempo previo". Per varie circostanze iniziai solo nel marzo successivo, e a fine maggio (cioè agli sgoccioli di tale "previo") seppi finalmente che ero stato "accettato" per iniziare la formazione nel seminario maggiore.

Quel rimangiarsi la parola fu in gran parte dovuto alla soggezione ad un prete locale, uno charming priest che di fatto dirigeva la diocesi e che si stava accuratamente costruendo un clero fatto di suoi soli fedelissimi. Ed il sottoscritto era comparso dal nulla: non dalla sua cerchia, né dal normale circuito delle parrocchie, della pastorale giovanile, dei campi scuola. Di sicuro aveva contribuito l'insicurezza episcopale ("sembrerà disdicevole se accetto in seminario un tizio con zero anni di tempo previo... specialmente agli occhi di tutti coloro a cui ho inflitto attese snervanti e inutili... e che non avranno certo il fegato di criticare o almeno fare qualche ironia, ma che ancora non me l'hanno perdonata..."). Non fu per dolore o rassegnazione che su queste pagine avevo talvolta usato l'espressione "hanno giocato con gli anni della mia vita". 

Quel "tempo previo" fu per me un anno di inutile attesa, mentre per loro fu la conferma che il prete che mi aveva presentato aveva detto la verità (come se ne avessero dubitato, pur conoscendolo). Non saprei dire se avessero avuto un minimo di convinzione di riuscire a riprogrammarmi, o se volessero subappaltare il lavoro sporco al seminario maggiore. Quando a fine maggio di quell'anno mi dissero che vi ero stato accettato (presentandomela quasi come un immeritato privilegio generosamente concessomi), mi parve qualcosa di dovuto, come quando avendo premuto l'interruttore ti aspetti che si accenda la luce. Negli anni successivi, dopo tanti inutili sforzi di guardare le cose "con ottimismo", realizzerò che probabilmente la mia dimissione era già stata decisa quando col vescovo decisero di infliggermi il "tempo previo". Come se l'essere stato presentato da un prete un pochino più tradizionale della media diocesana fosse stato garanzia che sarei prima o poi approdato alla Tradizione.

mercoledì 27 maggio 2026

"Allora, sei pro o contro?!"

Potrei a lungo vantarmi di quante volte negli ultimi decenni ho parlato del giorno in cui la Fraternità San Pio X avrebbe annunciato nuove ordinazioni episcopali. Non ci voleva chissà che perspicacia a dedurre che se la Fraternità si è autonomamente data dei vescovi nel 1988, nel giro di qualche decennio avrebbe dovuto inevitabilmente dotarsi di altri nuovi vescovi. Soprattutto dopo essersi sbarazzata di uno di quelli che si era data (e dunque, riguardo agli annunciati ordinandi del prossimo 1° luglio, si accettano scommesse su chi verrà espulso per primo). Ma per i più il problema non si poneva. Le scomuniche, revocate a gennaio 2009 da Benedetto XVI, sembravano quasi sparite anche dall'orizzonte futuro. Quella remissione senza pentimento dei diretti interessati dimostrava come minimo che le scomuniche conciliari sono solo uno strumento politico per vendettine in carta bollata, impressione tristemente confermata dalle immagini di Leone XIV con la cosplayer "arcivescovessa di Canterbury". Nel frattempo fa sorridere -amaramente- il ricordare che il Partito Comunista Cinese si fa i vescovi autonomamente da Roma, e il ricordare che la nuova morale bergoglionica è più che sufficiente ad annullare qualsiasi proposta punitiva contro le annunciate ordinazioni della sampiodecimo.

Il punto principale è che Lefebvre ritenne di dover ordinare dei vescovi per far proseguire la propria opera. Qualunque idea se ne abbia, implicava che in futuro sarebbe stato necessario ordinarne altri, anche dopo una miracolosa conversione della gerarchia modernista. L'altro punto fondamentale è che il culto della personalità del Lefebvre è propedeutico all'ingresso nella Fraternità. L'ubbidienza sostanzialmente cieca ai suoi successori, almeno di facciata (ipocrita), è indispensabile per la permanenza. Infatti le espulsioni sono tutte state spiegate con un equivalente clericale del "questo trotzkista controrivoluzionario disubbidiva a Stalin". A costo di scacciare a pedate persino un Williamson che era stato ritenuto degno dell'episcopato dallo stesso Lefebvre. Venir dimessi da un seminario lefebvriano dalla sera alla mattina perché si è sospetti di essere "accordisti" nel momento in cui i capi non lo sono, o "non accordisti" nel momento in cui i capi lo sono, non è esattamente l'aspirazione di uno che si sente chiamato al sacerdozio. Veder mandato via a pedate un Williamson reo di aver proseguito la cura d'anime di quelle che il Piano Quinquennale del Partito Lefebvriano aveva stabilito di ostracizzare (e non certo perché si fossero convertite al Concilio), non ti ispira fiducia. Veder mandato via un Citati per le sue perplessità (che meritavano un onesto chiarimento, non un cinico calcio in culo), non ti ispira fiducia.

E così mi ritrovo ad avere un giudizio tutto sommato positivo per l'opera di Lefebvre ma non altrettanto positivo per l'ondivaga gerarchia lefebvriana. Mi ritrovo ad avere un giudizio tutto sommato positivo sul Lefebvre cattolico che ordina vescovi per il bene delle anime (è per buona parte vero che se non fosse stato per lui, il grande pubblico avrebbe dimenticato l'esistenza della liturgia tridentina), ma non altrettanto positivo sul Lefebvre para-gallicano che ordina vescovi per il futuro della propria fondazione (tre, anzi, quattro, perché uno gli sembrò improvvisamente troppo poco e troppo lontano). Mi ritrovo ad avere un giudizio positivo sulla loro difesa della fede cattolica tradizionale (se una cosa era vera e buona e santa fino a padre Pio stesso, com'è che nel giro di pochi anni è divenuta improvvisamente superata e inutile e addirittura dannosa e da proibire?), ma un giudizio negativo su quel loro autoconvincersi di essere l'unico vero baluardo della Tradizione. Mi ritrovo ad avere un giudizio positivo su ciò che insegnano ma un giudizio negativo sulla loro convinzione che chi non stravede per Lefebvre non sia capace di insegnare. Mi ritrovo ad aver capito che in teoria sono spesso sembrato uno dei loro, in pratica c'è una distanza fra me e loro creata da loro per tramite dei "non detti" e dei "sottintesi".

Fu piuttosto faticoso frequentare la loro Messa. Non per le 2+2 ore di viaggio, non per il parteciparvi in modalità fantozziana (celebrazioni affollatissime, con l'aristocrazia locale occupante tutti i posti a sedere), ma per la freddezza e diffidenza dei "nobili membri del club" verso noialtri peones, che non si attenuarono neppure dopo molti mesi di assidua frequenza. Se non sei iscritto al club ab immemorabili, sei poco meno che un intruso. Comprensibile, ma non giustificabile, neppure dopo le persecuzioni subìte dai modernisti più furenti. E poi c'era quel sottile obbligo di infrancesarsi: piaccia o no, l'anima della Fraternità non è "internazionale" ma francese, non pensa in latino ma in francese (vedansi i quattro ordinandi). E figurarsi poi cosa avrebbero pensato di me se avessi retoricamente chiesto se Williamson fosse stato in stato di necessità quando ordinò dei vescovi.

Quelli del "club" sembrano infatti convinti che lo stato di necessità sarebbe esclusivamente il loro. Col sottinteso, raramente velato, che qualsiasi altra espressione tradizionale meriterebbe indifferenza, se non addirittura critica. E soprattutto col sottinteso che chi vuole promuovere la Tradizione dovrebbe praticamente promuovere solo loro. È una mentalità, figlia di quello che avvenne negli anni '80, è qualcosa che non si cura neppure operando tutti i possibili distinguo e chiarimenti. Così, intenti a guardarsi l'ombelico, non si accorgono - o fingono di non accorgersi, o si limitano a qualche apprezzamento di circostanza nella fretta di voltar pagina - che il deposito della Tradizione non è un prodotto di cui detengono l'esclusiva (come notava il Citati), e che altri stanno lavorando nella vigna del Signore (come ad esempio un Viganò, che ha riscoperto la Tradizione non proprio ieri sera, o come la "Resistenza" di Williamson).

Le elucubrazioni messe in campo - come quella sui vescovi "senza giurisdizione" - sembrano tutte scansare di proposito un punto fondamentale: ordinarsi autonomamente dei vescovi implica necessariamente la convinzione che non c'è alcuno spiraglio con "Roma", nemmeno nel lungo termine. Ovvero che tutto quel loro recognize and resist è in realtà una posizione politica, un'immagine da dare in pasto ai social media, un coltivare solo il proprio orticello. La tifoseria lefebvriana, soprattutto gli "esterni" che magari non vanno neppure ai centri di Messa, sembra abboccare continuamente, sembra accontentarsi di argomentazioni ai limiti del sentimentalistico, fingendo di non notare che nessuno dei quattro parla italiano (immagina che bello per te e i tuoi cari se alla tua cresima o addirittura ordinazione l'omelia è in francese, la comunicazione è solo in francese).

In ogni caso, lo scossone della notizia di quelle future ordinazioni - e l'averla data con cinque mesi di anticipo - è già di suo un sasso nello stagno conciliare, ad agitarne le torbide acque e far venire a galla un po' del putridume per chi ancora si ostinava a fingere di non vederlo. La linea difensiva di "Roma" fa acqua da tutte le parti (ma potrebbe essere il damage control che considerano meno "costoso"), con le prevedibili figuracce del Tucho (a proposito: perché diavolo sta ancora lì?), e con sullo sfondo il cosplay Prevost-Mullally (a proposito: perché diavolo non se ne è potuto fare a meno?), e la presenza cattolica autoridottasi a una collezione di Like (cfr. il pretino che lascia la parrocchia perché ha ottocentomila followers sul TikTok).

lunedì 18 maggio 2026

Infertilità pretesca: incapacità (o rifiuto) di generare vocazioni

Rieccomi con la solita tediosa logorrea a riflettere sull'infertilità vocazionale dei preti che in teoria dovevano essere l'autorità a cui dovevo ubbidire.

In più occasioni ebbi da far presente che l'ubbidienza impegna più chi comanda che chi deve ubbidire. La radice di auctoritas è augeo: se l'autorità a cui devo ubbidienza non mi fa crescere, non mi fa "aumentare", se non è un accogliere nuovi operai per la "molta messe", non è autorità ma autoritarismo. E - scusate se è poco - avendo avuto troppi finti padri, cioè troppi autoritari e nessuno davvero autorevole, pur sforzandomi lo stesso di ubbidire mi son ritrovato puntualmente e inesorabilmente fottuto. Anche facendo di tutto per accontentare capi e capetti, li vedevo sempre più ostili (e anche manifestamente tali), o perché non sapevano nemmeno loro cosa volessero da me, o più semplicemente perché non ero appartenente al club dei loro gai Figliuoli Prediletti.

È comprensibile che un prete possa avere simpatie e antipatie, è comprensibile che sia restìo a dar fiducia a qualcuno "non dei suoi", ma è assurdo che ciò diventi un'autocastrarsi, un rifiutare di "generare" vocazioni. Un padre genera nella carne, un sacerdote genera al sacerdozio. Così come il generare non è riducibile all'ingravidare, allo stesso modo generare vocazioni non è riducibile al presentare qualcuno al Responsabile Vocazioni e ciaone. Per qualche misterioso motivo, dunque, i preti moderni generano decisamente poco. Si ritrovano "figli", cioè vocazioni, quasi solo per caso, accidentalmente, quando non li volevano, e provano un fastidio e un distacco persino nei rari casi in cui le avessero coltivate (i gai Figliuoli Prediletti). È perché essi stessi non si credono "fertili", non sono realmente fieri della loro vita sacerdotale (poiché la considerano un mestiere), non sanno generare, non vogliono generare; al massimo vogliono appuntarsi una medaglia "ho prodotto un figlio". Proprio come i genitori moderni. E accolgono possibili vocazioni con poco entusiasmo, men che meno una commossa lode a Dio, le accolgono come se fosse un incarico supplementare fastidioso e "non pagato", di cui sbarazzarsi il prima possibile ("eh, ora la vita di seminario, eh, ora su di te il discernimento del vescovo").

Quando al superiore il vicario fece intendere che non mi avrebbero mai ordinato, il superiore mi nascose la faccenda per un bel po', per poi un bel pomeriggio di qualche mese dopo, mentre lo accompagnavo in macchina, dirmi che "le cose non vanno bene". Un fulmine a ciel sereno, un affastellare accuse campate in aria, tali da far venire il dubbio che fosse solo uno scherzo mal riuscito. Ed al cui termine con addolorata calma domandai: ma perché queste cose non mi sono state dette subito? Perché quella tal faccenda tutto sommato secondaria, all'improvviso diventa la negazione dell'intera vocazione? Il pretino si fece addirittura più severo e minaccioso, come se gli rodesse fortemente il fegato per non essere riuscito a far leva sul mio fatalismo, e soprattutto come se gli bruciasse assai il deretano per non essere riuscito a lavarsene le mani della stangata che conto terzi mi stava infliggendo. L'ennesimo abortire vocazioni dovuto al quieto vivere: avrà pensato "se il vicario mi promuove il gaio Figliuolo Prediletto (che la vocazione non ce l'ha), posso pagare anche il prezzo di abortire vocazioni vere".

Raccontando lo sgradevolissimo episodio a qualche amico fidato ho dovuto addirittura giustificarmi: se un'ubbidienza ti piove fra capo e collo e ti viene presentata come facoltativa, ed è qualcosa che sarebbe scorretto da molti punti di vista (incluso quello liturgico), e quelli a cui logicamente spetterebbe non hanno null'altro da fare, se sei sano di mente deduci che la sta chiedendo a te solo per costruirsi l'alibi del "nessuno era disponibile". A scanso di equivoci avevo davvero fatto presente che sarebbe stato scorretto (evitando di precisare di chi sarebbe stato compito, per non apparire polemico), e la risposta vaga e ambigua sembrava confermare quella volontà di costruirsi l'alibi. E tutto questo dopo le disavventure precedenti, quando in seminario avevo fastidiosamente appreso by trial and error l'ignobile arte del mors tua vita mea, del decifrare le fumose indicazioni dei superiori per capire cos'è che esigevano che andasse fatto, su cosa avrebbero potuto soprassedere, su fino a che punto si potesse far scaricabarile sui commilitoni, sui sotterfugi consentiti per imboscarsi. E tutto questo prestando anche attenzione a non far peccato mortale (a differenza di altri seminaristi con morale molto più elastica) e a non accettare di ridicolizzare i sacramenti e la dottrina.

Tali superiori non avevano a cuore la vigna del Signore. Ritrovatisi preti senza aver mai saputo ubbidire (e magari pure vescovi e più), non sanno neppure cosa significa comandare. Non riuscivano a resistere alla tentazione di trattare i propri sottoposti come un branco di schiavetti eternamente meritevoli di reprimende e sfiducia, infliggendo ubbidienze sempre più numerose e fastidiose, dettate non da quell'augeo ma da una sorta di sadica ripicca: "quello che subii in seminario, lo farò subire cento volte peggio a questo branco di sfaccendati (tranne al gaio Figliuolo Prediletto, s'intende)". Come l'osceno superiore di qualche annetto dopo, che sentendosi sporco dentro, ci comandava continuamente di spazzare, lavare, pulire fuori. E no, quell'infliggere ubbidienze non era un metterti alla prova, non era per farti "crescere nello spirito di servizio", non era una vera necessità. Dovevamo spazzare polvere immaginaria perché era intollerabile che dopo pranzo ci concedessimo venti minuti di riposo, dovevamo assecondare gli abusi liturgici perché l'unico alibi per criticarli era un dottorato in liturgia, dovevamo (da laici) "celebrare" la via Crucis ai fedeli perché era intollerabile che il prete, dopo aver detto Messa al mattino, avesse qualcos'altro di pretesco da fare in giornata, dovevamo tentar di vendere santini ai turisti di passaggio perché bisognava far cassa (di centesimi) e perché era intollerabile che qualcuno passasse un paio d'ore studiando, pregando, riposando.

"Ma bisogna ubbidire ai superiori!" Provateci voi: il superiore mi comandò di allestire un gruppo di almeno quattro chierichetti "entro sabato". Anziché chiedermi "è rincoglionito o sta scherzando?", mi ricordai che era il superiore, e cercai gentilmente di fargli notare che avevamo zero giovani a frequentare la messa, e che attorno alla chiesa c'era solo un ambiente malfamato oltre che scristianizzato. Insistette, esigendo che andassimo "in mezzo alla gente" a fermare per strada degli sconosciuti per proporre loro di far da chierichetti e imparare tutto entro sabato in modo da servir messa la domenica mattina (peggio di quegli sfegatati pick-up artists che dicono che per rimediare una fidanzata bisogna fermare le sconosciute per strada e proporre loro di uscire insieme, "prima o poi qualcuna accetterà"). Non volle saperne: dedussi dunque che quella sua perentoria richiesta aveva il solo scopo di classificarmi, nella fatidica relazione, come disubbidiente. Quel coglione non aveva paura dell'inferno?

Dimenticando la vigna del Signore diventavano bulli, oltre che pigri aristocratici desiderosi solo di venir continuamente serviti e riveriti. Come il pretino che si leccava i baffi dicendo che nella comunità da lui guidata era entrato un seminarista sudamericano capace di cucire e riparare abiti e paramenti. Non so cosa mi abbia trattenuto dal rispondere "anche la nostra giornata dura solo 24 ore" quando ci venivano fastidiosamente accollate ubbidienze su ubbidienze (equivalenti all'annaffiare fiori di plastica) dal superiore che sarcastico ci ripeteva: "non posso mica far tutto io" (infatti passava la maggior parte del suo tempo in chat coi suoi amichetti).

Quell'altro prete, poi, a cui avevo umilmente ma dettagliatamente scritto per chiedergli di accogliermi nella sua comunità mi rispose di rivolgermi ad un determinato istituto (come se non avesse letto ciò che gli avevo scritto), e dopo una mia successiva email in cui gli spiegavo di nuovo i motivi per cui mi ero rivolto a lui accettò finalmente di incontrarmi. Ma in un baretto non lontano dalla basilica di san Pietro, non nella sede della comunità. Al termine della conversazione dedusse dalla mia velocità nel rispondere ad una sua domanda una generica "esitazione". Una frazione di secondo in cui stavo calibrando le parole per essere il più preciso possibile, divenne per lui un criterio decisivo di valutazione. Quello che in tutta sincerità non vedevo l'ora di cominciare a considerarlo un padre che mi accoglie, aveva fin dall'inizio deciso di non accogliermi. Solo che anziché dirmelo chiaro e tondo, aveva aspettato il momento giusto per trovare una scusa, per usare un po' di psicologia spicciola. Quei tre decimi di secondo furono fatali. A volte, scherzando, dico agli amici che dovrei scrivere un libro di psicologia pretesca, e intitolarlo "Don Abbondio". Sottotitolo: "o dell'infertilità pretesca".

Ma sì, voglio andare incontro ai donabbondi, mettermi nei loro panni, ricordarmi mille volte che troppo spesso è pericoloso per la propria serenità curiale il dare dettagli o anche lasciarli trasparire da qualche innocentissima allusione o involontario sottinteso (è per questo che la lettura fondamentale di ogni seminarista dovrebbe essere Arcipelago GULag). Ma don Abbondio anziché spedire Renzo e Lucia da un altro prete pensò di cavarsela col latinorum.

Uno va a fare un colloquio decisivo per la propria vita, armato di tutta la sincerità possibile, di tutta la precisione possibile, di tutta la gentilezza e cortesia e carità possibile, e poi per tre fottutissimi decimi di secondo - indispensabili a non far prendere fischi per fiaschi all'interlocutore - viene bocciato nonostante la risposta giusta (e nel fortunoso caso di non aver "esitato", l'interlocutore donabbondiesco avrebbe cercato un altro appiglio). In tutta la mia strada verso il sacerdozio ho incontrato solo una volta uno che chiaro e tondo e subito e senza giri di parole mi disse che non avrebbero potuto accettarmi. "Abbiamo parlato del tuo caso in consiglio, la conclusione è che non possiamo accoglierti" (nuovi operai per la messe? mandateli via!). Poi stette in silenzio per qualche attimo, e mi chiese cosa ne pensassi. Gli risposi nel mio dialetto, "beh, che posso dirle?", e tentai gentilmente di conoscerne almeno una motivazione. Eravamo sul prato, in un punto lontano dall'edificio del seminario. Ero giunto lì da neanche un minuto, dopo un lungo viaggio. Farfugliò qualcosa, mi sembrò di capire che non volessero inimicarsi vescovi. Non restò altro che rispondergli cordialmente "se non c'è altro, ci salutiamo". Prima e unica volta che un prete mi aveva parlato chiaro, sia pure con una faccia con su scritto "ma perché mandano sempre me a dare le pessime notizie?".