Potrei a lungo vantarmi di quante volte negli ultimi decenni ho parlato del giorno in cui la Fraternità San Pio X avrebbe annunciato nuove ordinazioni episcopali. Non ci voleva chissà che perspicacia a dedurre che se la Fraternità si è autonomamente data dei vescovi nel 1988, nel giro di qualche decennio avrebbe dovuto inevitabilmente dotarsi di altri nuovi vescovi. Soprattutto dopo essersi sbarazzata di uno di quelli che si era data (e dunque, riguardo agli annunciati ordinandi del prossimo 1° luglio, si accettano scommesse su chi verrà espulso per primo). Ma per i più il problema non si poneva. Le scomuniche, revocate a gennaio 2009 da Benedetto XVI, sembravano quasi sparite anche dall'orizzonte futuro. Quella remissione senza pentimento dei diretti interessati dimostrava come minimo che le scomuniche conciliari sono solo uno strumento politico per vendettine in carta bollata, impressione tristemente confermata dalle immagini di Leone XIV con la cosplayer "arcivescovessa di Canterbury". Nel frattempo fa sorridere -amaramente- il ricordare che il Partito Comunista Cinese si fa i vescovi autonomamente da Roma, e il ricordare che la nuova morale bergoglionica è più che sufficiente ad annullare qualsiasi proposta punitiva contro le annunciate ordinazioni della sampiodecimo.
Il punto principale è che Lefebvre ritenne di dover ordinare dei vescovi per far proseguire la propria opera. Qualunque idea se ne abbia, implicava che in futuro sarebbe stato necessario ordinarne altri, anche dopo una miracolosa conversione della gerarchia modernista. L'altro punto fondamentale è che il culto della personalità del Lefebvre è propedeutico all'ingresso nella Fraternità. L'ubbidienza sostanzialmente cieca ai suoi successori, almeno di facciata (ipocrita), è indispensabile per la permanenza. Infatti gli abbandoni e le espulsioni sono tutte state spiegate con un equivalente clericale del "questo trotzkista controrivoluzionario disubbidiva a Stalin". A costo di scacciare a pedate persino un Williamson che era stato ritenuto degno dell'episcopato dallo stesso Lefebvre. Venir dimessi da un seminario lefebvriano dalla sera alla mattina perché si è sospetti di essere "accordisti" nel momento in cui i capi non lo sono, o "non accordisti" nel momento in cui i capi lo sono, non è esattamente l'aspirazione di uno che si sente chiamato al sacerdozio. Veder mandato via a pedate un Williamson reo di aver proseguito la cura d'anime di quelle che il Piano Quinquennale del Partito Lefebvriano aveva stabilito di ostracizzare (e non certo perché si fossero convertite al Concilio), non ti ispira fiducia. Veder mandato via un Citati per le sue perplessità (che meritavano un onesto chiarimento, non un cinico calcio in culo), non ti ispira fiducia.
E così mi ritrovo ad avere un giudizio tutto sommato positivo per l'opera di Lefebvre ma non altrettanto positivo per l'ondivaga gerarchia lefebvriana. Mi ritrovo ad avere un giudizio tutto sommato positivo sul Lefebvre cattolico che ordina vescovi per il bene delle anime (è per buona parte vero che se non fosse stato per lui, il grande pubblico avrebbe dimenticato l'esistenza della liturgia tridentina), ma non altrettanto positivo sul Lefebvre para-gallicano che ordina vescovi per il futuro della propria fondazione (tre, anzi, quattro, perché uno gli sembrò improvvisamente troppo poco e troppo lontano). Mi ritrovo ad avere un giudizio positivo sulla loro difesa della fede cattolica tradizionale (se una cosa era vera e buona e santa fino a padre Pio stesso, com'è che nel giro di pochi anni è divenuta improvvisamente superata e inutile e addirittura dannosa e da proibire?), ma un giudizio negativo su quel loro autoconvincersi di essere l'unico vero baluardo della Tradizione. Mi ritrovo ad avere un giudizio positivo su ciò che insegnano ma un giudizio negativo sulla loro convinzione che chi non stravede per Lefebvre non sia capace di insegnare. Mi ritrovo ad aver capito che in teoria sono spesso sembrato uno dei loro, in pratica c'è una distanza fra me e loro creata da loro per tramite dei "non detti" e dei "sottintesi".
Fu piuttosto faticoso frequentare la loro Messa. Non per le 2+2 ore di viaggio, non per il parteciparvi in modalità fantozziana (celebrazioni affollatissime, con l'aristocrazia locale occupante tutti i posti a sedere), ma per la freddezza e diffidenza dei "nobili membri del club" verso noialtri peones, che non si attenuarono neppure dopo molti mesi di assidua frequenza. Se non sei iscritto al club ab immemorabili, sei poco meno che un intruso. Comprensibile, ma non giustificabile, neppure dopo le persecuzioni subìte dai modernisti più furenti. E poi c'era quel sottile obbligo di infrancesarsi: piaccia o no, l'anima della Fraternità non è "internazionale" ma francese, non pensa in latino ma in francese (vedansi i quattro ordinandi). E figurarsi poi cosa avrebbero pensato di me se avessi retoricamente chiesto se Williamson fosse stato in stato di necessità quando ordinò dei vescovi.
Quelli del "club" sembrano infatti convinti che lo stato di necessità sarebbe esclusivamente il loro. Col sottinteso, raramente velato, che qualsiasi altra espressione tradizionale meriterebbe indifferenza, se non addirittura critica. E soprattutto col sottinteso che chi vuole promuovere la Tradizione dovrebbe praticamente promuovere solo loro. È una mentalità, figlia di quello che avvenne negli anni '80, è qualcosa che non si cura neppure operando tutti i possibili distinguo e chiarimenti. Così, intenti a guardarsi l'ombelico, non si accorgono - o fingono di non accorgersi, o si limitano a qualche apprezzamento di circostanza nella fretta di voltar pagina - che il deposito della Tradizione non è un prodotto di cui detengono l'esclusiva (come notava il Citati), e che altri stanno lavorando nella vigna del Signore (come ad esempio un Viganò, che ha riscoperto la Tradizione non proprio ieri sera, o come la "Resistenza" di Williamson).
Le elucubrazioni messe in campo - come quella sui vescovi "senza giurisdizione" - sembrano tutte scansare di proposito un punto fondamentale: ordinarsi autonomamente dei vescovi implica necessariamente la convinzione che non c'è alcuno spiraglio con "Roma", nemmeno nel lungo termine. Ovvero che tutto quel loro recognize and resist è in realtà una posizione politica, un'immagine da dare in pasto ai social media, un coltivare solo il proprio orticello. La tifoseria lefebvriana, soprattutto gli "esterni" che magari non vanno neppure ai centri di Messa, sembra abboccare continuamente, sembra accontentarsi di argomentazioni ai limiti del sentimentalistico, fingendo di non notare che nessuno dei quattro parla italiano (immagina che bello per te e i tuoi cari se alla tua cresima o addirittura ordinazione l'omelia è in francese, la comunicazione è solo in francese).
In ogni caso, lo scossone della notizia di quelle future ordinazioni - e l'averla data con cinque mesi di anticipo - è già di suo un sasso nello stagno conciliare, ad agitarne le torbide acque e far venire a galla un po' del putridume per chi ancora si ostinava a fingere di non vederlo. La linea difensiva di "Roma" fa acqua da tutte le parti (ma potrebbe essere il damage control che considerano meno "costoso"), con le prevedibili figuracce del Tucho (a proposito: perché diavolo sta ancora lì?), e con sullo sfondo il cosplay Prevost-Mullally (a proposito: perché diavolo non se ne è potuto fare a meno?), e la presenza cattolica autoridottasi a una collezione di Like (cfr. il pretino che lascia la parrocchia perché ha ottocentomila followers sul TikTok).
Nessun commento:
Posta un commento