domenica 31 maggio 2026

Altri episodi di vita di seminario

Le comunità dei seminaristi erano divise per anno di corso, occupando ognuna un'ala dell'edificio. Le stanze potevano essere singole o doppie ma ogni comunità disponeva di una cappella propria (generalmente una stanza con pochi arredi sacri raffazzonati) e di una sala comune (solitamente attigua). La regola non scritta era che il tempo libero andasse passato praticamente tutto nella sala comune. Noialtri si doveva fare comunità. E per fare comunità bisognava intrattenere interminabili e imbecillissime conversazioni con gli altri seminaristi. Chiaro che dopo i primi tre minuti passati a parlare del meteo, delle parrocchie di provenienza, dei motteggi su vescovi e parroci, un cervello sano prova già intensi conati di vomito. Figurarsi a ripetere la scena per intere ore, per tutti i giorni, per tutti gli anni. Inoltre non era consentito assentarsi neppure per un pisolino. Qualche volta ho seriamente creduto che il volerti far fare comunità, cioè l'obbligo di far comunella, servisse solo a provocarti l'effetto opposto, quello di farti desiderare la solitudine. Ma no, sarebbe stata una cosa troppo intelligente per essere progettata da quel branco di viscidi dei nostri formatori. Che peraltro a suo tempo non avevano dovuto subire simili diktat, ed anzi era considerato del tutto normale che nelle case comuni i confratelli a stento si salutassero (decenni di vita comune, e neanche si salutavano, non si vedevano neppure in refettorio per i pasti).

Tralascio l'episodio di quando il rettore di seminario venne tutto sculettante nella fatidica sala comune. Sculettava sul serio, voleva farsi notare da qualcuno, o forse intendeva mettere alla prova qualche chiacchierone, o chissà.

Tralascerei anche i dettagli dell'episodio in cui ho udito in vita mia l'unica battutaccia oscena a tema pеdofilo. L'aveva proferita un seminarista, con una preoccupante dimestichezza sul tema. Ne avevo udite (non solo in seminario) fin troppe a tema sеssuale, a tema omоsеssuale, a tema blasfemo (eh, già), ma a tema pеdofilo mai. Il soggetto, qualche anno dopo, commentando uno sporco fattaccio di cronaca, mi chiedeva impaurito e allarmato com'è che potesse esistere un'attrаzione verso bаmbini. Per un attimo mi parve che temesse di avercelo anche lui, il viziaccio. Gliela spiegai in termini di problemi mentali, perché in quel momento ero convinto che fosse l'unico argomento che avrebbe accettato di ascoltare e considerare (e, accettandolo, "farsi aiutare" da qualcuno competente). Sembrò rassicurarsi, e non tornò più in argomento. Diverrà poi regolarmente prete e quindi parroco, infine parroco a pochi passi da casa sua, privilegio ambitissimo.

Il rettore ci fece vedere un film. Una scena mostrava un attentatore suiсida in una camionetta che guidava veloce verso il posto di blocco dove si sarebbe schiantato ed esploso. Sul suo volto, e dalla sua voce tremula che farfugliava cose senza senso, sembrava profilarsi da un lato il rimorso per un grave errore e dall'altro il tentativo di dire a sé stesso che dopotutto stava facendo ciò che era necessario o che gli era stato comandato.

Il rettore del seminario ci chiese cosa ne pensassimo, specificamente di quella scena. Cercando di essere il più diplomatico possibile, risposi che quando una religione (o sua aberrazione) contempla simili atti di odio... Non finii di parlare che già intravidi il ghigno soddisfatto del rettore, che - esattamente come aveva pianificato - soggiunse che si trattava di un cristiano maronita, o qualcosa del genere. Ricordo che mi si gelò il sangue nell'essere caduto (sia pure per ignoranza) in quel perfido trabocchetto: l'esimio rettore era proprio intenzionato ad colpire con più crudeltà possibile l'idea che i cristiani - persino se eretici, purché ancora abbastanza sani di mente - "non fanno certe cose" (col sottinteso che dovremmo sentirci uguali o addirittura peggiori del terrorismo islamico). E quella sua faccia che ci bullizzava tutti, quella faccia che sembrava stesse dicendo "ha ha ha, era un cristiano! vi ho fregato, babbei!", era indistinguibile da quella dei più feroci nemici della fede.

Una volta eravamo a tavola col prete congolese, quello che il suo vescovo aveva inviato in Italia a studiare, e che candidamente proclamava di non credere nei dogmi, e che l'importante era solo fare alle vecchine il discorsetto preconfezionato, quanto basta per far loro mollare i soldi. Mentre i commilitoni cercavano di carpirgli dettagli scabrosi ("l'importante è non farsi beccare!", applausi, perché la vita di seminario opprime quanto basta per renderti progetto di vita il cinismo e la disubbidienza), mi immaginavo la fatica del suo vescovo nel mettere insieme i soldi e i documenti per spedire quel cretino in Italia, con la convinzione che nella culla del cattolicesimo si sarebbe ben preparato, tornato con la licenza in teologia (utile in futuro per l'episcopato...), un sentito legame con la sede di Pietro, e magari pure rievangelizzato il Congo. Macché. "Ha ha ha, resto in Italia! vi ho fregato, babbei!", avrà risposto al suo nuovo vescovo.

Di quei preti francesi che ci invitarono a pranzo solo uno si degnava di parlare in italiano. Un italiano piuttosto stentato, appreso stancamente in età adulta. Il rituale prevedeva chiacchiere del più e del meno in salotto (sala d'attesa), arredato come una casa di bambole da una vecchietta compulsiva, per poi entrare in refettorio (la cucina, dove i fornelli e il frigo erano stati occultati da un pannello). Il tavolo era imbandito con una quantità di inutili gadget e con stoviglie decorate. Noialtri, forgiati rudemente dalle difficoltà della vita, avremmo volentieri gradito un abbondante piatto di pasta servito su tavolacci e sedie sopravvissuti a entrambe le guerre mondiali, sarebbe bastato solo quel piatto per soddisfarci più di quanto facessero i non eccelsi pasti del seminario. Ci ritrovammo invece in questo scenario complicato e ristorantesco, di più portate bizzarre, e dove un gesto non abbastanza calibrato avrebbe potuto graffiare il fiorellino principale della decorazione del piatto del contorno, o il bicchiere che avrebbe potuto urtare la forchetta piccola e incrinarne uno dei denti, o quell'aggeggino centrale che non si capiva se fosse una formaggiera, un braciere, o solo un elemento decorativo da non toccare mai. A stento sapevamo che l'acqua va nel calice grande e il vino in quello piccolo. 

Pranzare fu una fatica. Il pasto parve abbondante e variegato, ma non saziò. Ottenne solo di procurarci una sonnolenza pazzesca (troppi carboidrati?), tale da farci ringraziare il Signore che al termine fosse stato previsto il caffè. Che, essendo francesi, era una sciacquatura di caffettiera. Ma al netto del complesso scenario e del chit-chatting di small-talk di contorno (in cui dopo trenta secondi noi italiani avevamo tutti esaurito ogni argomento di conversazione, e non ci sentivamo autorizzati a menzionare cose più serie, e i francesi sembravano non avere alcuna conoscenza né interesse alle cronache o alle dinamiche ecclesiali italiane), ciò che mi colpì di più era il loro seminarista, adoperato come cuoco, cameriere e lavapiatti. Tenne per tutto il tempo un'espressione forzatamente distaccata, ma si capiva che gli rodeva il fegato non solo per l'essere tutti i giorni sguattero, pulitore, stiratore e cuciniere, ma per aver dovuto servire questi scalcagnati italioti che parlavano un italiano normale e un francese pessimo.

I miei commilitoni lo avevano fissato più a lungo di me, pregustando la non invidiabile vita da caserma seminario francese, e così per rimediare mi toccò recitare un pochino di entusiasmo alla fine, come gesto di mera cortesia verso la Francia. Uno dei preti francesi sembrò provare genuina soddisfazione, come se avesse finalmente ottenuto il premio di potersi dire davanti allo specchio "le tue iniziative riescono sempre, c'è gente che apprezza ciò che hai comandato di preparare, tu sì che sai organizzare dei bei pranzi ben riusciti".

Quando l'ultimo giorno dell'anno di seminario il rettore convocò tutta la comunità di seminaristi per una importante comunicazione, pur vedendo diversi commilitoni eccitati e agitati, non capii subito che stavano per piovere fulmini. Il rettore annunciò che "i seguenti nomi", avendo pubblicamente cantato il Te Deum per gioire dell'imprevisto trasferimento di un pretazzo animatore ad incarico diocesano, erano da considerarsi "sospesi" a tempo indeterminato.

Tra quei cinque nomi c'era magicamente anche il mio. Ma mentre gli altri quattro andarono in panico e in sgangherato full damage control - uno di loro ebbe addirittura il barbaro coraggio di inginocchiarsi in lacrime davanti al rettore, piagnucolando del fatto che dopo anni di seminario non poteva finire tutto così - io restai impassibile, lì in fondo, aspettando il momento di lasciare la sala. Era un'accusa non solo completamente campata in aria, ma mirata esattamente agli unici cinque soggetti sospettati di aver qualche vaga simpatia per il latino e le talari. Restai impassibile perché non sapevo come reagire di fronte ad un'accusa calunniosa così grossa, che mi pioveva addosso proprio quando non c'era tempo per difendersi, proferita come se fosse perfettamente compatibile col celebrare ogni santo giorno i divini misteri.

"Questa è una comunicazione, non un'udienza!" gridò il rettore davanti a quattro seminaristi in pieno panico, come a voler girare il coltello nella piaga. Ricordo che per una frazione di secondo gettò lo sguardo nella mia direzione, come per chiedersi come mai io non fossi lì a implorarlo, e neppure in ginocchio e in lacrime. Fu uno dei momenti del mio percorso vocazionale in cui maggiormente realizzai di essere chiamato, perché sentivo che quella oscena pagliacciata - ancor più oscena perché organizzata da preti - non potevo considerarla volontà di Dio ma solo un'indicazione chiara su perché la vigna del Signore ha operai così scalcagnati e rincoglioniti. Mio malgrado, diedi all'aguzzino e agli impanicati (e anche agli altri astanti) una lezione di virilità.

Scoprirò solo dopo che uno dei cinque aveva effettivamente canticchiato il primo verso Te Deum laudamus, in cameretta, a porte chiuse, forse con qualcuno degli altri accusati. Ma era stato udito da qualcuno fuori dalla porta. Che aveva subito riferito all'animatore. Che aveva subito mobilitato il rettore. Sebbene si sapesse chi era l'unico capace di esternare soddisfazione in quel modo, ritennero utile dare la stangata anche a me ed altri. Magari la stangata era già prevista sotto diversa forma, ma l'occasione era troppo ghiotta.

Il vescovo stabilì che la mia formazione sarebbe continuata nel seminario diocesano; non ricordo chi degli altri ebbe lo stesso trattamento, e chi invece fortunosamente restò in seminario lì dopo adeguati "colloqui coi formatori". Il trasferimento per me fu un sospiro di sollievo - in quanto un nuovo animatore non sarebbe stato diverso dai precedenti -, ma un amico prete commentò amaramente: "se prima eravate controllati e bersagliati, ora in diocesi sarete controllatissimi e bersagliatissimi: preparatevi al peggio".

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