Tornano alla mente vecchie cose, sempre con la stessa domanda: com'è stato possibile che le autorità ecclesiastiche abbiano così spettacolarmente fallito persino in ciò che a loro risultava conveniente? Con quali bizzarre dinamiche sono riusciti a castrarsi da soli e a desertificare il loro stesso territorio di caccia?
C'è stato un periodo in cui credevo che tutto sommato per la propria vocazione si potesse riuscire ad andare avanti nonostante lo sfascio conciliare (sfascio passato, presente e futuro). Bastava arrivare al sacerdozio. Bastava pazientare, assecondare, pazientare, ossequiare, pazientare. Come un sommergibile che tira su il periscopio di quando in quando, aspettando il momento giusto per emergere. Sarebbe stata lunga ma non infinita, no? E finalmente sacerdote, celebrare come si deve, predicare come si deve, guidare i fedeli come si deve, e addirittura permettersi il lusso di essere amicone (senza strafare) coi preti conciliari. E se non "come si deve", almeno il minimo sindacale: aprir bocca senza dire corbellerie, celebrare secondo il Messale. Anche il solo provarci avrebbe portato imperscrutabili buoni frutti, no?
Un vecchio amico, mentre prima di rientrare ci si fermava al distributore a fare il pieno, mi disse: fatti ordinare presto, prendi gli ordini il più rapidamente possibile e poi scappa. Stetti in silenzio, sperando che si rendesse conto che "rapidamente" non dipendeva da me, ed è un termine pericoloso anche in ambienti non vaticansecondisti. Di lì a poco lui sarebbe stato ordinato finalmente al sacerdozio, a cui non era certo giunto "rapidamente". Mentre le Forche Caudine che stavo attraversando io, da lunghissime si rivelarono infinite.
Tutta la buona volontà, il buon cuore, la buona disposizione, la docilità, tutta l'ubbidienza, l'accondiscendenza fino al servilismo, sono del tutto inutili se chi ti deve accompagnare al sacerdozio non lo fa con convinzione e determinazione. Cioè se non sei il figliuolo prediletto di qualcuno importante non hai alcuna garanzia di giungere all'ordinazione, neppure trasformandoti nel perfetto robot-clown che vogliono i superiori. È così anche negli ambienti tradizionalisti, fatte le debite modificazioni nel programma e nel vestiario. È così ovunque il sacerdozio venga misurato sulle attività anziché sulla fede. Ai lorsignori - di "destra" e di "sinistra" - non importa un fico secco dell'avere un operaio in più per la messe. La formazione al sacerdozio - di là come di qua - anziché "accendere un fuoco" si limita a "riempire un secchio". Il formatore, anziché un "padre", è un "commissario politico". Una vocazione in più non è qualcosa per cui provano commossa gratitudine a Dio ma solo un "problema in più da gestire". La formazione è una frustrante catena di montaggio con un controllo qualità automatizzato, severo, concentrato su minuzie. Nostro Signore, se proprio viene nominato, non c'entra, è al massimo uno slogan, se non un termine adoperato per farti sentire in colpa.
Per carità, pare legittimo che un superiore coltivi solo le vocazioni che ritiene valide. Ma così si è misteriosamente finiti come nell'industria automobilistica: trovi solo auto costose, pesanti, eleganti, complicate, automatizzate, poco durevoli: non trovi più utilitarie piccole, spartane, leggere, semplici da riparare, economiche. A destra come a sinistra, ai superiori religiosi e ai vescovi interessa che il proprio clero sia robotizzato, multiuso, programmabile, intercambiabile. Dicono "docile", dicono "mansueto", ma intendono solo "programmabile" e "asettico", dimenticando che spiritualmente il primo beneficiario del proprio sacerdozio è proprio il sacerdote stesso (ancor prima di coloro che gli si ritrovano intorno), e soprattutto dimenticando che l'ubbidienza ha, davanti a Dio, implicazioni non solo per chi è tenuto a prestarla.
Già nei primissimi anni di seminario ebbi da ricordare al vescovo che nessuno dei formatori e responsabili mi aveva mai chiesto se avessi la fede, se avessi la vocazione. Il vescovo, con una certa fretta, mi rispose - tentando di tagliare la frase a metà, ma ormai il danno era fatto - "ah, ma quelle si danno per scontate". Fu sufficiente per convincermi che avevo centrato perfettamente il bersaglio. Per formare al sacerdozio dovrebbe essere proprio quello il punto di partenza e di arrivo: ce l'ha la fede? ce l'ha la vocazione? ce l'ha una dirittura morale? allora lo si ordini (ché la messe è molta e gli operai sempre pochi; un incarico, se proprio ci tenete, prima o poi glielo troveremo). E invece no: il rettore del seminario mi contestò solo emerite cretinate, come il modo in cui indossavo la sciarpa, che per qualche misterioso motivo non era di suo gradimento. Per mettermi in cattiva luce scrissero di me che non salutavo nei corridoi (sic!), e per far sembrare valide le critiche come quella le condirono con un po' di verità: "è stato visto in cappella a pregare in tarda sera"; il vescovo mi chiese retoricamente se anche quest'ultima affermazione fosse falsa. Cioè intendendo (senza concedermi opportunità di chiarire) che io sarei stato il solito lamentoso che non merita di essere ascoltato: carta canta, e quella relazione di fine anno cantava contro di me tranne in quell'ultimo punto. Come si fa a considerare padre uno che ti tratta così? Come meravigliarsi della crisi di vocazioni se chi dovrebbe "generarle", essere "padre", è invece uno stanco e diffidente passacarte e burocrate?
"Rapidamente": guai a far sospettare in giro che avevi fretta di giungere al sacerdozio. Un ragazzotto magrolino a cui era stato comandato di fare un "tempo previo" prima di venir accettato in seminario, ebbe la non proprio brillantissima idea di iscriversi alla facoltà teologica e sostenere qualche esame (con la speranza di accorciarsi la formazione, o almeno di alleggerirsi l'impegno futuro negli studi). Ai formatori diocesani la cosa non piacque affatto e gli inflissero altro "tempo previo"... e lui proseguì con gli esami. Il tira e molla continuò finché trovarono un modo per farlo sbroccare (ai ponziopilateschi formatori piace sempre dire "non siamo stati noi a cacciarlo, è stato lui a decidere di andarsene"). Tentò in qualche altra diocesi ma gli avevano ormai fatto terra bruciata ovunque. Evidentemente ogni suo formatore era un "commissario politico", un programmatore di "robot", non un padre. Un padre si mette in gioco per primo, ti accompagna, gioca a carte scoperte e ti spiega perché non gradisce le furbate e cos'è che considera furbata, ed è disposto anche a cambiare idea se ciò che dici gli risulta valido e convincente. Un commissario politico, invece, ti fa terra bruciata anche solo per banali antipatie o giochi di potere ("non promuoverò Tizio come merita, altrimenti Caio s'ingelosisce e di conseguenza Sempronio potrebbe piantarmi grane"). Un padre si cala nei tuoi panni e capisce quali strade gli conviene aprirti affinché nessun talento resti sotterrato. Un commissario politico pretende che tu gli legga nel pensiero per capire come deve essere il robot che ai piani alti pretendono. Ai piani alti non vogliono vocazioni, vogliono robot tutti uguali; sulla scacchiera detta "pastorale" non vogliono gli scacchi (pezzi con diverse personalità e capacità), vogliono invece la dama (pezzi "normali" e pezzi "di carriera", senza altre distinzioni). E quando non sanno bene cosa fare, procrastinano, allungano, temporeggiano, bruciando tempo altrui, pazienza altrui, anni di vita altrui.
Così, nel percorso verso il sacerdozio, ogni giorno di imprevista attesa in più è uno stress, ogni anno di attesa in più è un anno della tua vita bruciato senza celebrare Messa né assolvere, ogni dubbio in più sulla durata della formazione è una tortura infinita. Come se volessero che negli anni di seminario uno acquisisse cinismo, vendicatività, sadismo, ipocrisia. E riescono pure ad insegnarteli bene: dopo che ti sei fatto un culo così a far bene pure tutti i mestieri di casa (per l'ossessione di chi considera i seminaristi meri camerieri), al momento buono, mentendo, ti diranno di aver visto "trasandatezza". Come se volessero vedere fino a che punto sei capace di non sbroccare e suonargliele di santa ragione. E tu ti stupisci del termine "trasandatezza", e ti chiedi dove sia lo scherzo, l'iperbole, la barzelletta, e invece lui faceva sul serio, e sembrava persino provare disappunto nel non vedere una tua reazione scomposta o almeno un sopracciglio alzarsi. E ti rendi conto (per la centesima volta in quella settimana) di aver davanti non un padre ma un carceriere, un cercatore professionista di pelo nell'uovo che è ufficialmente formatore, discernitore, vagliatore, di aver davanti non uno che sgangheratamente (e inutilmente) ha voluto "metterti alla prova", ma solo uno che continua ad accanirsi a metterti i bastoni fra le ruote.
Ciò non può non comportare quel mors tua vita mea: quando i superiori sono impegnati a gestire un altro caso, bramosi di dargli una bella lezione, hai finalmente un attimo di respiro. Quando martellavano lo spilungone, non avevano tempo per somministrarti occhiatacce e costruirti un muro di gomma attorno. Quando martellavano il tappetto, sembravano aver sospeso temporaneamente la campagna di mobbing nei tuoi confronti.
I preti postconciliari non sanno generare vocazioni. Non sanno essere padri, non sanno accompagnare. E soprattutto non intendono mettersi in gioco (tranne quando hanno interessi più lerci, come per un Figliuolo Prediletto che condivide la stessa "omoeresia"). Non sanno generare perché non sono stati generati: sono stati solo programmati. Non apprezzano che la vigna del Signore abbia una vocazione in più ("qui tre vocazioni sono già troppe!", ma ti rendi conto che Nostro Signore ti ha udito benissimo?). Non gioiscono all'idea che qualcuno abbia avvertito la certezza di essere chiamato. Per loro è solo una catena di montaggio, ovviamente commissariata e arcicontrollata. Credono che il loro incarico, in presenza di una possibile vocazione, sia solo quello di spedirla all'Ufficio Competente. Fede? Vocazione? "Si danno per scontate" (sempre col sottinteso che se ti senti chiamato, sei in errore, perché vogliono essere loro a deciderlo giorno per giorno, antipatia dopo antipatia): non sia mai che il sacerdozio venga visto come un dono efficace e desiderabile, non sia mai che i nuovi operai per la messe vengano assunti senza far assaporare loro infinite attese in anticamera, infiniti rinvii, infiniti dubbi, come se volessero prima far loro sputar via l'ultima goccia di sana umanità. Vogliono preti-robot interscambiabili, programmabili, insignificanti.
In ambienti tradizionalisti non è che vada tanto meglio. Ai bei tempi una vocazione "accordista" veniva silurata dall'oggi al domani. Poi venne la moda dell'Accordo Pratico con Roma, e i non "accordisti" venivano silurati dall'oggi al domani. Quindi la moda passò, e il siluramento fu di nuovo garantito agli "accordisti". Salvo poi ritrovarsi almeno metà dei membri che nonostante talari, manipoli e sampioquinti, ha una mentalità de facto modernista (e diversi di loro anche cultori di "vaccino", igienizzazioni e mascherine).
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