martedì 30 aprile 2019

Quel Natale e questo Natale

È passato un altro Natale in cui sono andato in chiesa in maglione e cappotto anziché in talare e tabarro.

Anni fa, nella scalcinata parrocchietta in cui ero stato assegnato, mi presentai la sera del 24 dicembre col clergyman. Apriti cielo. Ovviamente avevo già pronta la scusa: dopo il rito di ammissione tra i candidati all'ordine sacro, almeno a Natale e Pasqua "bisogna dare un segno alla gente" (per usare la volgarissima lingua clericalese).

Il parroco, un tarchiato postsessantottino il cui sorrisetto nascondeva a stento la scomposta furia di cui è capace uno che non è riuscito a far carriera, quella scusa certamente se l'aspettava. Infatti mi chiese di andare a comprare delle robette per la canonica - carta igienica e altre amenità che non erano affatto tanto urgenti. Gli feci presente che dovevo "preparare la celebrazione" (per usare la volgarissima lingua clericalese) e lui anziché insistere tradì le sue intenzioni menzionando il mio clergyman. Eh, sì, gli faccio presente, è la sera della vigilia Natale, posso mica andare vestito così a fare la spesa proprio all'ora in cui sta per iniziare la Messa della notte? E lui spara la domanda retorica che aveva già pronta da tempo: ma allora ti vergogni di vestirti cosi?

Si aspettava un "no" (e quindi avrebbe insistito per umiliarmi mandandomi vestito così a comprare delle ridicolaggini, in odio a quel "segno alla gente" che fa pensare alla dignità del sacerdozio), ma aveva previsto anche un "sì" (e se ne sarebbe fatto forte dicendo in curia e al vescovo che il sottoscritto vive il suo percorso di discernimento come una forzatura, sempre in volgarissima lingua clericalese: il clergyman diventa improvvisamente sinonimo di "percorso di discernimento", cioè seminario, formatori, vescovo, parroci, tutto, solo perché si può usare nella guerra contro le vocazioni).

Gli risposi che il mio posto è in parrocchia e per questo sono vestito così, ma se proprio ci tiene, vado a fare la spesa. Ci teneva, ci teneva: ignorò perfino i ragazzetti che non vedevano l'ora di dare una mano. E così ci andai, dando fondo a tutte le mie energie mentali per immaginarmi invisibile (ero certo che qualcun altro in giro sarebbe stato spedito a controllare se nasconde il clergyman: ai lettori di questo blog potrebbe sembrare un'esagerazione da film di spionaggio, ma io davvero ho assistito in diretta a scene assurde, come nel caso di un seminarista colto in flagrante a comprarsi una camicia nel negozio di marca rinomata a decine di chilometri di distanza: non si è mai saputo chi è che lo aveva seguìto, identificato, e notato uscire dal negozio con gli acquisti appena fatti, e gli restò l'etichetta di vanesio e sfarzoso che perdura ancor oggi).

Per mia fortuna il negozio aveva appena chiuso. Volevo correre in parrocchia a fare il mio dovere - cioè a "preparare"  le cazzate natalizie obbligatorie (cartelloni, fiori, ammennicoli idioti, sedie...) ma strada facendo mi resi conto che il parroco l'aveva già avuta vinta su tutta la linea.

Sapeva che ci tenevo al clergyman e aveva trovato il modo migliore per umiliarmi.
Sapeva che detestavo il servizio in parrocchia e aveva trovato il modo migliore per farmi correre a farlo.
Sapeva che il mio apporto in parrocchia era inutile e aveva trovato non solo il modo di farmelo notare, ma anche il modo di poter farlo pesare contro di me ("eh, gli ho chiesto di comprare delle cose, ma ci ha messo troppo tempo, anzi, hanno lavorato senza di lui, anzi, è tornato subito ma poi non lavorava più come prima, anzi...").

Alle 22:30 passate il trambusto in chiesa è diventato insopportabile - chi corre di qua, chi sposta di là, chi prova le luci, chi le sedie, chi i microfoni, con quella indomabile frenesia di chi sta preparando il Grande Spettacolo Mondiale. Un'atmosfera opprimente, che però qua e là concede suo malgrado l'alibi: lascia fare a noi per le luci... Così, per dare aria ai polmoni e all'anima, resto fuori sul sagrato, con l'alibi del fare"servizio di accoglienza" (un'altra, ennesima, mostruosa cazzata dogmatica del vaticansecondismo imbecille) finché qualcuno dell'esercito degli ansiosi non mi chiamasse ad altro incarico "urgentissimo".

Càpitano una donna e una ragazzina, pochi minuti prima della Messa. La donna mi vede in clergyman e mi chiede se sia io il parroco. No, signora, mi manca ancora qualche annetto per diventar prete. Mi chiede allora, visto che è tardi, se sia ancora possibile confessarsi oppure fare la Comunione rinviando la confessione a dopo. Signora mia, se ci sono peccati mortali, la Comunione non si può fare, però potete comodamente tornare domani sera che c'è un'altra Messa e non c'è quasi nessuno (perché è la sera del 25) e avrete la possibilità di confessarvi prima della Messa.

La donna balbetta qualcosa e la figlia le chiede ingenuamente: mamma, ma i tuoi sono mortali? Interrompo la figlia mentre sta ancora parlando: beh, ognuno sa le proprie cose... e alla madre: sapete, a Natale è consigliato ma mica obbligatorio andare alla Messa di mezzanotte, visto che domani qui ci sono altre tre Messe di Natale uguali a questa, alle otto di mattina, alle dodici, e alle cinque del  pomeriggio che non ci viene quasi nessuno perché stanno ancora tutti a fare il pranzo di Natale... Oops, scusate, mi stanno chiamando in chiesa per un servizio urgentissimo.

Quel rospo che ho dovuto mandar giù per la carta igienica aveva almeno fruttato la possibilità che una donna e una ragazzina abbiano evitato una Comunione in stato di peccato mortale e forse anche l'aver capito che esistono peccati mortali. E questo a causa di una camicia clergy indossata da seminarista. Quel benedetto clergy (neanche talare, proprio un clergy con "colletto romano") è stata la scintilla per insegnare qualcosa che questa insipida genìa di preti postconciliari non ha saputo trasmettere in miliardi di omelie, fervorini, lezioncine, articolini.

Poco più tardi, durante la consacrazione, ero l'unico in ginocchio.

sabato 27 aprile 2019

Ostacoli al sacerdozio: la c.d. “formazione”

Quel caro buon Vecchio Amico, durante il primo anno, mi disse: sai, il bello del seminario Tal dei Tali è che nessuno ti rompe il cazzo. Mantieni un basso profilo, non ti assenti alle liturgie, stai tutto il resto del tempo in camera a studiare o dormire, e nessuno ti rompe il cazzo.

Fu la miglior pubblicità possibile per un seminario. Infatti dalle mie parti i formatori studiosamente s'ingegnavano giorno e notte per mettere nei guai ogni vocazione che non coincideva con le loro strane idee e innaturali attenzioni. Per esempio, sul giovanotto carino fioccavano i trenta e anche la lode, beccava sempre i turni di servizio più comodi, veniva sempre perdonato tutto: i formatori e i docenti erano o froci dentro, o froci fuori, o poco propensi a inimicarsi qualche bell'efebo o qualche altro frocio, e pertanto per il giovanotto carino era tutta una comoda via in discesa. Tanto più che di mente e di carattere era il tipico pagliaccetto da parrocchia, solo più carino degli altri. (No, il fatto che io e costui fossimo in buoni rapporti non mi giovò. Nella testa frocescamente bacata dei froci formatori ciò poteva esser interpretato solo come attrazione omo, cioè come un parvenu che tenta maldestramente di ammaliare la loro prenotatissima miss).

La pressoché totalità di coloro che si rifiutano di credermi o ha vinto la lotteria entrando in un seminario nella rarissima combinazione di circostanze in cui nessuno ti rompe il cazzo, o aveva qualche facilitazione di cui non si rendeva conto (come l'essere carino agli occhi dei formatori, omosessuali più o meno latenti). Un pagliaccio in buona fede, una volta prete, si disse sorpreso del mio caso, poiché lui aveva avuto "problemi in seminario" solo negli ultimi anni, sfangandola perché il vescovo era troppo a corto di vocazioni (ed anche perché i formatori lo vedevano allergico a talari, latino e pre-Concilio). Un altro prete, che per vari motivi a settant'anni ancora non aveva mai avuto un incarico da parroco, si diceva meravigliato che la presunta mia inabilità a diventare parroco fosse un ostacolo: "altrimenti non avrebbero dovuto ordinare neppure me, che ho sempre fatto l'insegnante".

Una volta, ospite di una casa di formazione, mi fecero pranzare a parte. Ero capitato nel giorno in cui i seminaristi avevano un pranzo settimanale coi formatori e ciò che si sarebbero detti a tavola doveva rimanere "tra loro". Non ci volle grande sforzo a capire il sottinteso: confusione tra foro interno e foro esterno. Uno le cose le dovrebbe confessare solo al confessore, e farsele dirigere solo dal direttore spirituale, in entrambi i casi nel segreto, specialmente segreto riguardo ai formatori. Altro che amici amiconi che "condividono tutto". Di sera, fuori dalla casa (e cioè in campo neutro), ebbi modo di parlare con uno di tali seminaristi. Dopo avergli offerto un buon paio di birre (in cervisia veritas) il soggetto ammise che lì da loro funziona tutto benissimo ma “se uno non rivela le proprie cose, i superiori la prendono a male”. Come a dire: ufficialmente non ti rompono il cazzo, però confondono il foro interno con l'esterno... Come meravigliarsi che un seminarista, sotto tale pressione, si rivolga all'alcol ogni volta che può? Successivamente venni a sapere che lo spedirono in capo al mondo per un annetto o due, tempo in cui doveva dimostrarsi entusiasta e zelante (altrimenti...) e allergico all'alcol. Insomma: anche dove non rompono, alla fine dei conti ugualmente rompono.

La formazione al sacerdozio, a causa della sua stessa lunghezza, è già discernimento. Hai bisogno di tempo perché le cose da studiare sono tante (soprattutto quelle che non ti serviranno mai e che ti lasceranno dentro solo un sapore nauseante e stantìo), e non puoi certo giocarti il ritmo “asincrono” da studentello universitario perché hai da rispettare gli orari delle liturgie, delle attività (sempre troppe), dei servizi comuni (sempre al momento sbagliato), hai da barcamenarti nei rapporti sociali perché in uno spazio chiuso e dove tutti hanno i minuti contati una piuma che cade a terra fa fracasso per un mese.

Quella lunghezza è già discernimento: salvo rari casi - comunque difficili da identificare in altri modi - uno può fingersi diverso per qualche giorno, qualche settimana, forse addirittura qualche mese, ma non può riuscirci per interi anni. Le attitudini del singolo vengono inesorabilmente fuori anche se fosse autorizzato a restar sempre chiuso in camera e ad uscirne solo per liturgie e lezioni. Nei corridoi del seminario ho appreso di ogni singolo lato oscuro dei miei commilitoni nell'arco di pochi mesi al massimo, senza nemmeno aver bisogno di pronunciare molte più parole di "buongiorno" e "buonasera". Non serve grande sforzo: anche il più ipocrita ed esperto a recitare la parte prima o poi finisce involontariamente per tradire ciò che voleva nascondere.

Il problema della formazione al sacerdozio è la pretesa che le lettere dimissorie equivalgano ad un certificato di abilitazione professionale: se il candidato non è adattissimo a fare il mestiere del parroco secondo le previsioni di produttività prestabilite dalla cricca curiale, allora o lo si costringe con la forza o più facilmente lo si sbatte fuori. Dopotutto alla Chiesa le vocazioni non servono a niente (“Tre vocazioni qui sono anche troppe”, come disse quel gran frocione del preposito dal culo sfondato, facendosi sentire più da Nostro Signore che da noialtri).

Quel buon Vecchio Amico, comunque, dopo il terzo anno non ne poté più: troppi froci. Per cui non basta neppure tenere un basso profilo e star sempre in camera in silenzio. L'omosessualità - specie quella latente - diventa un problema serio in un ambiente chiuso e tutto maschile, perché introduce tensioni. Prima o poi trovi qualcuno che si ingelosisce, qualcun altro che decide di metterti alla prova, qualcun altro che vorrebbe accasarti (non necessariamente con lui), qualcun altro che crede di aver ricevuto la missione divina di distruggerti lentamente perché non hai dato corda a Tizio e Caio...

Non diversamente va negli ordini religiosi. Come in quello Super Famoso dove la casa di formazione è di fatto un assembramento di coppiette omo. Se non hai scelto il tuo partner, sarà lui a scegliere te. Te ne accorgerai perché diventa un tuo stalker, diventa geloso, si lascia andare a scene di pianto se ti vede parlare per più di un minuto con qualcun altro (cioè sospetta che lo tradisci) o se non gli concedi di permanere a chiacchierare in camera tua per più di venti minuti e fuori orario... I superiori fanno finta di niente, anzi, alzano il rating di quelli più carini. Se ci stai, la tua carriera sarà facile, il successo sarà comodo (ma le rate omo da "pagare" non finiranno mai). Chiudono anche un occhio, finché possibile, sul fatto che qualche tuo commilitone sia andato addirittura prostituendosi (rigorosamente omo) nei cessi della stazione (e magari costui è giunto tranquillamente al sacerdozio): dopotutto, oggidì chi è che non ha bisogno di soldi?

venerdì 26 aprile 2019

Formatori: una precisazione

Il rapporto fra formatori e seminaristi dovrebbe essere quello tra uomini, non quello tra vicine di casa. Tra uomini: "chiamo l'idraulico che detesto, perché risolve il problema". Tra vicine di pollaio: "l'idraulico mi è antipatico, non lo chiamo più! meglio tenermi il problema piuttosto che risolverlo. Inoltre, non chiamandolo, risparmio!"

Tra uomini significa che si bada alla vigna del Signore - anche qualora si trattasse di collaborare a far assumere un operaio per un'area della vigna di competenza altrui. Tra uomini significa che si bada all'essenziale (la fede ce l'ha? avverte la chiamata? è virile? ha mica qualche seria debolezza morale?) piuttosto che all'accessorio (è un tradizionalista? sarà in grado di reggere una parrocchia? parteciperà con florido e dialogante entusiasmo a tutti i consigli pastorali, fiaccolate contro l'antisemitismo e l'omofobia?)

sabato 23 marzo 2019

Primo anno di seminario: sintesi personale

Verso la fine di ogni anno di seminario i superiori chiedono ad ogni seminarista di consegnare una relazione personale in cui aver personalmente descritto le difficoltà e gli ostacoli emersi durante l'anno per quanto riguarda la formazione (spirituale, umana, pastorale e intellettuale), nonché i positivi risultati raggiunti. Il testo andava scritto stando in cappella, in seguito ad almeno un'ora di preghiera silenziosa, e scritto nella massima sincerità.

Ma nonostante l'apparenza di buone intenzioni, tale testo sarebbe stato utilizzato (tanto per cambiare) per aggravare le accuse ai seminaristi che i formatori avevano già nel mirino (cioè i sospetti tradizionalisti). Per cui la prima bozza - quella sincera, sgorgata dal cuore di fronte al Santissimo Sacramento - era impossibile da consegnare ai superiori.

Dopo enorme fatica il nostro eroe partorì la seconda versione, qui di seguito riportata, avendo tentato in ogni modo di ammorbidirla senza dire falsità. Prima di consegnarla, il seminarista tentò per cautela di leggerla ad un commilitone fidato e intrallazziere, il quale lo interruppe al punto 2 della sintesi iniziale gridando con terrore: "ma vuoi farti scacciare dal seminario!? riscrivila daccapo senza dire nulla che possa urtare la suscettibilità dei formatori!" Per cui neppure questa versione ottimista e giuliva fu consegnata.

* * *

Relazione di fine anno - Primo anno di seminario maggiore

In sintesi
  1. il seminarista si è ben inserito nella vita comunitaria ed ha stabilito un rapporto schietto con i superiori;
  2. il tempo a disposizione del seminarista è insufficiente rispetto alle attività richiestegli;
  3. non sempre è stata rispettata la spiritualit๠del seminarista.
Formazione spirituale

Il seminarista ha sopportato pazientemente l’imposizione di preghiere e metodi di preghiera che non sempre hanno rispettato la sua spiritualità. Ha inoltre sopportato malvolentieri alcune indelicatezze² liturgiche.

Indubbiamente positivo invece il rapporto col padre spirituale (anche per la libertà di orario concessa al seminarista) e la possibilità di servirgli Messa di tanto in tanto.

Il seminarista è stato fedele ai tempi di preghiera comunitaria e personale, vissute con serenità e con la stabilità che desiderava, a scapito talvolta³ della salute.

Formazione umana

L’insistenza sullo “stare in sala comune” per “fare comunità” appare ingiustificata in quanto il seminarista, di carattere un po’ riservato ma decisamente allegro, è riuscito a costruire (e continua a costruire) rapporti umani⁴ stabili e sinceri anche con persone in difficoltà.

Il seminarista è stato fedele a tutti gli incarichi e servizi che gli sono stati affidati (a meno di motivi di salute⁵, ed a costo di piccoli⁶ rimproveri da parte di qualche professore), nonché sempre disponibile nei confronti degli altri – ma dovrebbe esserlo meno sia perché di ciò alcuni⁷ ne approfittano, sia a causa del carico di impegni e servizi.

Formazione pastorale

Giudizio positivo a causa della vicinanza alla diocesi, per cui è stato possibile, quasi tutti i fine settimana, prestare servizio nella parrocchia assegnatagli. Secondo l’indicazione dell’Animatore ad inizio anno, e in accordo⁸ col Parroco, non ha ricevuto incarichi impegnativi, rinviati al prossimo anno⁹.

Formazione intellettuale

I discreti risultati raggiunti premiano probabilmente più la formazione culturale precedente che l’effettivo impegno nello studio.

Nonostante infatti i risultati degli esami tutto sommato positivi, a motivo delle numerose attività di seminario (pulizie e servizi personali, comunitari ed intercomunitari, feste, incontri, imprevisti, assistenza a seminaristi e sacerdoti, nonché altri impegni altrettanto praticamente inevitabili nel quotidiano) è stata abbastanza dura riuscire a trovare il tempo per uno studio intelligente e non nozionista.

* * *


Note per la comprensione del testo:
  1. "non rispettata la spiritualità" significa che i formatori si erano ripetutamente e pubblicamente fatti beffe di qualsiasi cosa etichettabile come tradizionale, come se fosse qualcosa di vergognoso e infantile e di ostacolo al sacerdozio
  2. si tratta di numerosi e gravi abusi liturgici perpetrati in nome del "qui siamo in seminario e perciò facciamo le cose in modo più speciale" 
  3. andare a Messa con la febbre a 39 in onore del Signore, sì, ma anche perché nei riguardi dei sospetti tradizionalisti c'è un ossessivo controllo presenze
  4. la fissazione del "fare comunità" e del "relazionarsi" è psicologismo gesuitante da quattro soldi. In seminario occorre perennemente recitare la parte delle oche giulive
  5. se sei nel mirino vorranno considerarti "a prescindere" un lavativo pelandrone scansafatiche pigrone inadatto al sacerdozio; se sei una delle checche favorite dei formatori qualsiasi scusa sceglierai sarà buona per scansarti turni e servizi
  6. al docente non interessa che il carico di servizi ti abbia impedito di essere presente, e al formatore non interessa che in certe occasioni il docente abbia deciso a sorpresa che era necessaria la tua presenza. Pertanto, dovendo scegliere quale callo pestare, hai scelto quello che dava meno conseguenze in diocesi (e a fine anno hai ricordato che era necessario tentare di minimizzare l'accaduto)
  7. le checche preferite dei formatori consideravano poco meno che camerieri coloro che erano nel mirino. Quel largo giro di parole serve per stemperare le delazioni delle checche senza offrire terreno alla gravissima accusa della mancata "disponibilità"
  8. un sospetto tradizionalista non può essere assegnato a incarichi normali (catechesi, attività educative, ecc.) perché promuoverebbe la Tradizione invece che la froceria. Pertanto il parroco ti dice: "starai con i ragazzi", cioè sarai il clown che ciondola nei locali della parrocchia ad uso dei ragazzini annoiati (che peraltro già stravedevano per te). Il parroco non sapeva che anche l'animatore del seminario aveva suggerito la stessa inutile attività in nome di un imprecisato crescere nel dialogo
  9. wishful thinking. In realtà ogni anno era uno "starai con i ragazzi".

mercoledì 20 marzo 2019

Rapporto: primo anno di seminario

Formazione spirituale
  • Professionisti dell’entusiasmo (testimoni di una fede fatta solo di “animazione”, formalismi, paroloni, cantatine).
  • Abusi liturgici – primo fra tutti “l’anafora di san Basilio” (neppure al Vescovo faceva piacere che si usasse una preghiera eucaristica non riportata nel messale), la comunione “self‑service” (indelicatezza nei confronti dell’Eux, oltre che declassamento e ridicolizzazione del ruolo del sacerdote), diverse pagliacciate con gli abiti liturgici (tollerate quando non incoraggiate).
  • Insistenza sospetta sulla preghiera spontanea (spiritualismo fideista e pentecostalista).
  • Linguaggio ambiguo – termini mai usati: grazia, morte, inferno, purgatorio, paradiso, resurrezione dei corpi (la conoscenza delle verità di fede è data per scontata).
  • Riduzione della fede a organizzazionismo, insieme di regole e regolette, breviari e libretti dei canti, canzoncine e ricerca continua di “novità” perché “tanto per cambiare un po’” (noia mortale).
  • Riduzione della confessione ad una devozione qualunque, da “giornata penitenziale” (come se fosse estranea alla Comunione).
  • Linguaggio ambiguo (come se il sacerdozio equivalesse al mestiere del parolaio): ideologia della “Parola”, da cantare o declamare pomposamente.
  • Messa feriale mai inferiore ai 55/60 minuti (pesantezza liturgica annoiante), nonché raffica di preghiere e preghierine giusto per accontentare anche i “bigotti” (falsa “par condicio”).
  • Atmosfera di sacralità proporzionale agli addobbi in cappella (alla faccia del tabernacolo che è sempre lo stesso...).
  • Imposizione di preghiere e preghierine, nonché controllo poliziesco delle assenze e dei ritardi anche nei casi di attività “libere” (totalitarismo pastorale).
  • Riduzione dei luoghi sacri a studio di registrazione – “vado a farmi una suonatina in cappella” (risultato ultimo della “religione del libretto dei canti”).
  • Calici di terracotta, tabernacolo in legno e senza chiave (pauperismo e superficialità spacciati per semplicità), nonché una certa approssimazione nei paramenti sacri e sull’altare in merito a ceri, panni sacri, fiori, etc.
  • Etichettamento come bigotteria a tutto ciò che non è “allineato” all’andazzo (persecuzione non violenta).
  • Scarsa o nulla considerazione dei tempi di preghiera, lettura spirituale e meditazione personali (assolutizzazione ingenua della comunitarietà).
  • Uso eccessivo di “canti da parrocchia” e uso “pro forma” (ma in compenso infrequente) di qualche raro gregoriano (riduzione della dimensione del canto a “zecchino d’oro da parrocchia”).
  • Preparazione sospettosamente finalizzata al ruolo ambiguo di amministratore/animatore di centro parrocchiale (invece che di santo sacerdote).
  • Ecumenismo umanitarista e sincretino (la “religione del dialogo”).
Formazione umana
  • Guerra di nervi (alla faccia della carità cristiana): risposte ambigue con facce ancora più ambigue, sgridate e critiche inviate per terza persona, sceneggiate derisorie, “prediche contro” (camorra pastorale).
  • Libertà sostanzialmente negata (gesti che devono fare “tutti!”) e atteggiamento meschinamente poliziesco; fra l’altro non si può uscire se non il lunedì pomeriggio.
  • Omertà, ipocrisia, sindrome da circolo chiuso (una caserma), atteggiamenti peraltro invogliati (sindrome da gregge di pecoroni e leccapiedi); sincerità e lealtà cedono il passo alla “buona riuscita”.
  • Insistenza comicamente sospetta sullo “stare in sala comune” per “fare comunità” (ideologia sociologica).
  • Tolleranza a maniche troppo larghe per effeminati, falsi, demotivati e tiepidi (in compenso si muove guerra fredda contro chi ha una fede più cosciente e limpida).
  • Iperattività selvaggia (azzeramento del tempo libero, in stile militaresco): uno non ha tempo per sé stesso.
Formazione pastorale
  • Catechesi e omelie tra lo spiritualismo ed il sentimentalismo (testimoni di un’assenza).
  • Testimonianze “esterne” al limite (e talvolta ben oltre) dell’eresia (disattenzione o tacita accettazione?).
  • Riduzione del servizio pastorale a una generica “missione bontà” (buonismo filantropico televisivo e volontarista).
Formazione intellettuale
  • Studio nozionista, tecnicista, schiavo delle mode dell’ambiente teologico; studio meccanico, disordinato, non in vista di una santa formazione sacerdotale, con la generale fissazione del “dialogo”, nonché eresie più o meno ben mascherate nel generale ottundimento filosofico e teologico (cioè: nel migliore dei casi, inutile).

lunedì 18 febbraio 2019

Qui si parla di nonnismo da seminario, cioè di latrine

Ricordo il caso di una persona che avendo letto dei benefici della vitamina C prese a ingurgitarne quantità enormi, pervenendo infine ad un'intossicazione. Un uomo, nel diventare adulto, impara ad essere equilibrato. Una checca no.

Un bel dì il frocetto preferito del superiore si lamentò di aver trovato il bagno "ommioddìo era tutto sporco". Se a lamentarsi fosse stato qualcuno esterno al cerchio magico dei ricchioni del superiore, quest'ultimo avrebbe sbottato: ma ti lamenti sempre! questa comunità non è un albergo! mostra la tua disponibilità pulendo prima e dopo! rimboccati le maniche e datti da fare! te lo avevo già detto mille volte! [n.b.: "te l'avevo detto già mille volte" in realtà significa "te lo sto dicendo oggi per la prima volta e te lo ripeterò per altre mille volte in futuro"]

Le lamentele del cerchio magico sono invece poco meno che Vangelo, e perciò il superiore immediatamente indìce una riunione comunitaria per dare un robusto giro di vite ai turni delle pulizie. "È un'indecenza!", comincia a dire, e già è perfettamente chiaro tutto il resto del tremendo piano quinquennale, che però declama ugualmente: "bisognerà lavare ogni bagno comune ogni giorno, anzi, due volte al giorno!". Assunsi l'aria più indifferente possibile (pokerface) e replicai che se i bagni vengono puliti ogni giorno, chiunque li utilizzerà smetterà di fare attenzione a lasciarli in condizioni decenti, giacché "stasera verrà pulito, domattina comunque lo puliranno". Fino a quel momento, infatti, vigeva un accordo tra gentiluomini (tutto sommato rispettato anche da qualche checca): lasciare pulito così come lo si vorrebbe trovare, e le pulizie si potevano fare ogni settimana. Il superiore recitò la sentenza che aveva già preparato, sottolineando bene le parole: "ogni giorno dobbiamo trovare il bagno ben pulito". Con voce ancor più sommessa tentai di far notare che se il buon senso dei singoli viene sostituito dall'aumento di turni di pulizie sarebbe stato praticamente un albergo: "tanto più tardi c'è il turno delle pulizie..." Touché. Suggerii un compromesso - pulire ogni tre giorni, ad orario non prefissato perché avevamo tutti liturgie, impegni comunitari e corsi da seguire - e sorprendentemente, seppur di malavoglia, il superiore accettò.

Il fatto è che un uomo adulto quando va a farsi una doccia dà una rapida risciacquata preliminare al piatto doccia, si sdoccia quei pochi minuti che servono, dà una rapida risciacquata conclusiva al piatto doccia per non lasciare tracce, si assicura che il pavimento non abbia pozzanghere e va via. Il tutto con la finestrella socchiusa, in modo che vapori e odori non ristagnino.

Un culattone, invece, si barrica imperiosamente nel locale toilette, spranga la finestrella, apre la doccia a ottomila gradi e diecimila unità di pressione e quindi procede ad un imperscrutabile e lunghissimo rituale bizantino di preparazione prima di sdocciarsi. Esce dalla doccia solo quando il boiler sputa fuori acqua fredda. Se proprio si sente giovialmente caritatevole, dà una semi-inesistente tirata di straccio (lasciando comunque il pavimento ridotto a una palude) e va via lasciando un nuvolone di vapore sprangando bene la porta in modo da non lasciarlo fuggire (non sia mai che le muffe si sentano perseguitate). Poi torna due ore dopo per sbarbarsi e scopre con furioso sdegno che il nuvolone è tutto ancora lì e ha solidificato una crosta opaca sullo specchio e altrove. E vede pure le impronte degli scarponi di un altro frocetto che era andato a vuotare la vescica infischiandosene del pavimento e della finestrella. Va dunque adirato a lamentarsi col superiore e questi, lieto per la delazione ed empaticamente furente, annuncia che prenderà seri provvedimenti contro gli altri che hanno lasciato al suo povero ricchion-pargolo quell'inconcepibile scempio.

Il fatto è che in ogni ambiente chiuso, piccolo o grande che sia, la quiete è garantita solo dall'accordo tra gentiluomini, una cosa possibile solo a uomini adulti e virili. Cameratismo. Vivi e lascia vivere. Lascia pulito così com'era. Non fare il furbo pensando che tra poco qualcuno pulirà qualsiasi cosa sporchi, perché se per un'improvvisa e imprevedibile emergenza il turno salta o viene rinviato di 24 ore...

Uno incapace di fidarsi del prossimo tende a sostituire la fiducia moltiplicando regolamenti e turni di servizio. Che per loro natura vengono interpretati agli amici (cioè ai leccapiedi e agli invertiti del cerchio magico) e applicati ai nemici (cioè a coloro che ubbidiscono, e siccome ubbidiscono ai 613 precetti del superiore, perché non aggiungerne altri 714? dopotutto il loro compito è di ubbidire, e l'ubbidienza al superiore è ubbidienza a Dio, perbacco!)

Lunedì pomeriggio: Seminarista Virile A Caso sottrae tempo prezioso a studio e riposo per ottemperare al turno di pulizia locale bagni (dura prova per la propria pazienza: occorre cercare di non pensare a "chi" potrebbe aver lasciato le sgommate di merda nel water, più l'immane pantano nei dintorni del piatto doccia, più i semisolidi residui di dentifricio e spuma da barba su specchi e accessori, nonché la sorprendente impronta di una ciabatta sul muro a un metro e quaranta d'altezza e magari anche l'insettino non immaginario timbrato lì), usando una ragionevole dose di detersivi e assicurandosi che l'essenziale sia abbastanza pulito da poter far contento il superiore. Ha appena finito, che passa il superiore: "e che è, tutto qui? già lasci? invece di fare pulizie più approfondite!" Quello stramaledetto coglione d'un frocio ricchione, che magari ha ancora l'alito che sa di specie del pane e del vino e le chiappe che puzzano di sagrestia perché lì vi ha celebrato il riposino post-Messa, ti sgrida senza neppure sapere quanto tempo hai impiegato a pulire lo scempio di quelle latrine accusandoti a prescindere di averci messo troppo poco tempo. Ma scusate, per quale motivo sono entrato in questa comunità? devo diventar prete o pulitore di cessi? (e dire che mentre pulivo pregavo e cercavo di non pensare a quelli che hanno lasciato letteralmente un pezzettone di merda incastrato nelle setole dello scopino del w.c.) Oh, mi si dirà, ma santa Teresa di Lisieux di fronte a questo genere di umiliazioni aveva un approccio completamente diverso! Ovvio: era santa, aveva molta più pazienza di me, e la sua santità non era stata fabbricata dalla quantità di umiliazioni stile agente torturatore dell'epoca staliniana, ma dalla grazia di Dio.

Ma non sono solo i frocetti del cerchio magico. Anche il superiore, per la fretta messagli da imprecisati impegni (neppure lui saprebbe definire quali), riesce talvolta a trasformare un bagno lindo in una lugubre palude, riuscendo a sentirsi giustificato. Quando dunque arriva uno dei suoi gai frocetti a sdocciarsi (sono igienisti non per amore del pulito, ma perché si sentono perennemente sporchi "dentro"), crederà subito che è impossibile che sia stato qualcuno del suo gaio club, men che meno il superiore, per cui griderà furiosamente al complotto cospiratorio e in men che non si dica il superiore proclamerà "è un'indecenza!" con tutta la conseguente valanga di sottintesi sovietici.

Giovedì mattina: Seminarista Principe Di Culandra si annoia. Oggi è il suo turno di pulizia latrine. Non è andato a lezione perché aveva dolori reumatici. En passant: il tipico seminarista virile si dichiara malato quando ha la febbre ad almeno 39°; quello frocetto ha invece sempre da esibire tutta una collezione di emicranie, dolorini al pancino, mini-tosse, doloretti reumatici, febbroni da cavalluccio a dondolo da nientemeno che 36,01°, più una sorprendente serqua di malanni da vecchi matusa anche se magari non ha nemmeno venticinque anni e non riesce a distinguere tra malattia, melanconia, ipocondria, noia, froceria... in breve: è sostanzialmente un malato immaginario. Ordunque, giovedì mattina, entrato nel locale bagno per il turno di pulizie, si scandalizza per non averlo trovato già pulito come la cristalliera del GranDuca di MastroLindo. Con disprezzo per lo sporco (soprattutto quello immaginario) getta eroicamente mezzo bottiglione di detersivo nel secchio, tira la secchiata 50% acqua e 50% detersivo direttamente sul pavimento, dà una passata ultrarapidissima lasciando aloni di schiuma e detersivo ovunque, svuota un intero bottiglione di detersivo di pulizia water direttamente nel water e aziona rapidissimamente lo sciacquone. Finito. Non mette nemmeno a posto secchio e straccio (e opportunamente evita di controllare se c'è ancora il pezzettone di sua merda tra le setole dello spazzolone): bisognerà aspettare che quel 50% acqua e 50% detersivo si asciughino. Torna finalmente esausto in camera per il riposo del gaio guerriero, dove lo aspetta l'ampio contenitore di biscotti, ma ancor prima di rientrare già si lamenta che le mani gli fanno male: ha lavorato troppo...

Un Seminarista Virile A Caso, rientrato dalle lezioni, si accorge dello stato penoso del bagno e cambia direzione intendendo andare a svuotare la vescica nel malandato bagno di servizio del garage dall'altra parte dell'istituto. Meglio una latrina modello Stazione Termini Anni Novanta che lasciare impronte che qualcuno potrebbe riconoscere (no, non è un modo di dire). Ma oggi gli è andata buca: il superiore lo ha notato avvicinarsi al locale bagni e fare dietrofront ancor prima di entrare. Col sorrisetto di chi ti ha colto in castagna ti dice: quelle cose vanno rimesse a posto, su! Gli fai notare che il pavimento è ancora bagnato. Ma su, dai, ci ripassi e poi asciughi, impone categorico il mega-frocio. Vorresti fargli notare che non era il tuo turno di pulizie e che pertanto non dovresti supplire alla pigrizia altrui. Vorresti fargli notare che rimettere mazza e secchio a posto implica che per uscire senza sporcare occorrerebbe levitare come san Giuseppe da Copertino. Vorresti fargli notare che è proprio per non peggiorare la situazione che stai chiedendo uno sforzo supplementare alla tua vescica per correre in garage. Vorresti fargli notare che quel suo atteggiamento da gran visconte con la puzza al naso non solo sta dando pessimo esempio ai suoi fedelissimi, ma sta riducendo il rapporto tra te e lui a un insieme di pure apparenze. Allora, con la vescica che ti impreca contro il prete ricchione, entri, cerchi di mettere a posto senza lasciar tracce, e per un attimo il tuo sguardo si posa sullo specchio. Sei indeciso se fingere di non aver notato (altrimenti ti toccherà pulirlo) oppure se far notare di aver notato (altrimenti penserà che qualcuno dispettoso lo ha sporcato di proposito dopo le pulizie, magari qualcuno che doveva vendicarsi per aver dovuto riporre secchio e detersivi colto in flagrante mentre cercava di svignarsela).

Certe scene sembrano nonnismo da caserma dell'epoca in cui la leva era obbligatoria. Sono gli insicuri, gli annoiati, e soprattutto le checche a credere che per affermare sé stessi occorra crudelmente calpestare qualche "inferiore". Un prete - dico: un prete, cioè uno che ogni santo giorno recita l'Ufficio e le Ore, celebra la Messa, medita la Parola, si fa l'esame di coscienza, possibilmente assolve in confessionale e celebra altri sacramenti, e per di più molla prediche a chiunque per gran parte del giorno - dovrebbe quantomeno avere qualche scrupolo prima di lasciarsi andare al nonnismo. E invece... soggetti del genere dediti effettivamente al nonnismo per favorire il loro circolo di checche, sono poi gli stessi che vanno ossessivamente sindacando sulla formazione umana, sulla disponibilità al dialogo e al servizio, sul maturare, crescere, condividere... Sembrano pagine di Šalamov o di Solženicyn. Invece è solo il punto di arrivo della formazione al sacerdozio postconciliare.

sabato 1 dicembre 2018

Tana liberi tutti

Quando il Concilio giunse alla fine, nei seminari di tale Congregazione, in particolare in Francia, credettero di dover cedere al primo segno di rivoluzione. La velocità con cui lo fecero fu pari solo alla resistenza che avevano opposto a qualsiasi riforma fino a quel momento. Gli "incontri" rimpiazzarono le lezioni, le più private devozioni furono sostituite da attivismo politico senza la più piccola transizione, e il ritualismo più conformista fece posto ad assurde improvvisazioni. Evito di citare cose più serie, che portarono perfino uno dei prelati americani più liberali a ritirare i suoi seminaristi da tale congregazione dopo i risultati irrefutabili di un'indagine dettagliata. Per rimanere in tema, occorre ammettere che c'era stata all'improvviso l'impressione di un "tana liberi tutti" in tutti i nostri seminari. Dopo il soffocante autoritarismo e l'ammorbante pietismo all'acqua di rose, presero piede la demagogia sfrenata, il caos totale, se non addirittura la cinica empietà...
[Louis Bouyer]

domenica 25 novembre 2018

L'utopia della settimana

Qualche sera fa ero in sala d'attesa dal medico. Un gruppetto di donne parlava di robe religiose. C'era una il cui intercalare era "gliscribeffarisei". C'era un'altra che si autoproclamava non particante "perchéipreti, perchéipreti". Quando una terza ha creduto di risolvere tutte le questioni dicendo che "dal battesimo siamo tutti sacerdoti" stavo per trasformarmi nell'incredibile Hulk. E proprio quando stavo per trasformarmi, una di loro ribatte che lei non si confessa dai preti ma "da sola, davanti alla croce", qualora ne senta davvero il bisogno.

Per fortuna la grattugiata di coglioni non è durata troppo: entrando nello studio del medico è finalmente tornata la normalità, quella in cui bocca e orecchie vengono utilizzate per comunicare fatti anziché per aumentare l'entropia dell'universo per mezzo di aria fritta e rumore.

Ecco, io vorrei sottoporre ad un'ora quotidiana di quella tortura tutti coloro che hanno ricevuto un qualche grado dell'ordine sacro. Dopo un po' di giorni sbotterebbero con un santo "ma basta con queste cazzate!", calerebbe un lunghissimo momento di silenzio in cui tutti gli avventori guardano stupiti e un po' divertiti, e poi ricomincerebbe la tortura.

Tortura intesa a far capire il risultato del Concilio: il dichiarato obiettivo di "coinvolgere di più i laici" è riuscito perfettamente, mentre non è riuscito per niente quello dato per scontato (cioè che il coinvolgimento avrebbe prodotto insperati frutti di presunta primavera conciliare). A lungo andare la tortura finalmente li convincerebbe che il prete ha da fare il prete e basta, cioè deve essere uno che dedica le sue migliori energie a celebrare devotamente i sacramenti e ad insegnare bene le cose essenziali della fede.

E invece...