Lo scopo della vita di tale Nipote è quello di mostrarsi abbondantemente vissuta (nonostante l'età appena sui vent'anni), e devo ammettere che quando ho visto le sue profonde e cupe occhiaie ho pensato che c'è finalmente riuscita.
Questo genere di soggetti si trova di quando in quando agli Incontri Per i Giovani, cioè quei patetici raduni diocesani di cui tutti farebbero a meno se non fosse per il dovere sociale di marcarvi presenza. Il pretuncolo sornione con la faccia da bulldog e il vestiario da pensionato rincitrullito ammannisce sorrisi e si sforza di immedesimarsi nel modello bergogliano, addirittura beandosi di essere ubbidiente al Papa (infatti è la prima volta in vita sua che vede un Papa dire le stesse emerite cazzate gesuitiche che l'obeso parroco ha professato fin dal Sessantotto).
La vissuta nipote parla dei suoi "ex" con lo stesso tono con cui cita i suoi vecchi vestiti, parla di lavoro come se consistesse nell'aspettare la busta paga sfogliando il facebook, parla di macchine, profumi, vini e oggetti di lusso con la stessa cadenza e le stesse espressioni di uno spot pubblicitario. La zia Tizia annuisce e si sforza di apparirle à la page, chiedendole notizie del lavoro, dei fidanzati, degli spettacoli. La mondanità è una droga da somministrarsi a vicenda secondo rituali ben precisi.
Avevo già lasciato cadere un paio di allusioni alla fede, ma la Tizia ci mette del suo e tira in ballo - forse pensando di farmi un favore - il Pontefice che ha avuto il maggior successo nel far imbarazzare i cattolici. Ci ho già rimesso la benzina e il pedaggio autostradale, non voglio consumare anche un'abbondante dose di bicarbonato, e perciò mi affretto a declinare l'invito a cena col quale le due oche avrebbero inteso ricompensarmi per la scarrozzata gratis.
«Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».
lunedì 17 aprile 2017
giovedì 6 aprile 2017
Neppure il Papa ha più da ridire
Un gaio politico lussemburghese, insieme a suo "marito", accolti in Vaticano come se niente fosse.
Ma è davvero così potente la lobby gay? La gerarchia cattolica è davvero ridotta in questo stato?
Le conseguenze non si faranno attendere. Peccato che a pagarle saremo noi poveracci.
Ma è davvero così potente la lobby gay? La gerarchia cattolica è davvero ridotta in questo stato?
Le conseguenze non si faranno attendere. Peccato che a pagarle saremo noi poveracci.
mercoledì 5 aprile 2017
Quella scusa del ginocchio dolorante
Lasciamo parlare le fotografie.
In ginocchio davanti al Santissimo? No: seduto. La scusa ufficiale inventata da quelli che vogliono spacciarsi per "papisti" è che aveva il ginocchio dolorante...
Allora in che occasioni si inginocchia? Quando c'è da baciare il piede ad un extracomunitario acattolico. Stavolta il ginocchio non è dolorante (ma i "papisti" tacciono).
Queste immagini mi riportano vivi ricordi dell'epoca in seminario, in cui quei froci dei miei formatori detestavano inginocchiarsi. Quando non avevano pronta la scusa ridicola secondo cui la postura dei salvati è stare in piedi, se ne uscivano con l'altrettanto ridicola scusa di dolorini al ginocchio.
Ora hanno il Papa che all'epoca sognavano.
In ginocchio davanti al Santissimo? No: seduto. La scusa ufficiale inventata da quelli che vogliono spacciarsi per "papisti" è che aveva il ginocchio dolorante...
Allora in che occasioni si inginocchia? Quando c'è da baciare il piede ad un extracomunitario acattolico. Stavolta il ginocchio non è dolorante (ma i "papisti" tacciono).
Queste immagini mi riportano vivi ricordi dell'epoca in seminario, in cui quei froci dei miei formatori detestavano inginocchiarsi. Quando non avevano pronta la scusa ridicola secondo cui la postura dei salvati è stare in piedi, se ne uscivano con l'altrettanto ridicola scusa di dolorini al ginocchio.
Ora hanno il Papa che all'epoca sognavano.
domenica 2 aprile 2017
Altri episodi
Un mio commilitone, in seminario, un giorno si lamentò: "Ma dobbiamo dirlo tutti che l'animatore deve essere più presente!" Mi si gelò il sangue. Con tutte le cautele del caso, gli feci presente che non è il caso di lamentarsi che l'aguzzino debba essere "più presente" nel campo di concentramento. L'occhiuto controllore sembrava infatti avere il dono dell'ubiquità: mentre era in camera a sfogliare riviste, te lo ritrovavi alle spalle in corridoio mentre andavi al bagno, e ti rifilava o delle cose da fare, o una ramanzina sul fatto che non eri a studiare o pregare (anche se avevi il canonico rotolo di carta igienica in mano).
Una volta fummo ospitati presso un seminario le cui camere sembravano quelle di un albergo a quattro stelle, tranne per tendaggi e coperte. Mi sembrava imbarazzante stare in una camera così grande, lucida e luminosa, quando negli anni precedenti avevo dormito per l'intero anno in sgabuzzini appena ai limiti della decenza.
A tavola pure era così: posate vere tutte uguali e addirittura lucide, sedie comode da ristorante, ambiente spazioso e luminoso... e in compenso tovaglie e pietanze erano arrangiati alla buona. Evidentemente era un albergo riattato a seminario. La cappella era stata ricavata da quello che doveva essere un locale di servizio. Pur luminosa, era spoglia e asettica.
Insomma, tutto era curato, tranne il cibo per il corpo e quello per l'anima.
Un altro episodio della mia vita di seminario. I seminaristi - e ancor più i preti - erano invidiosi della mia amicizia con una novizia, amicizia che precedeva le nostre rispettive vocazioni. Un normale affetto tra amici era per loro come fumo negli occhi. L'omosessualità repressa porta sempre a uno strano genere di gelosie: per esempio una volta il mio commilitone soprannominato "la vipera", fra lo sdegnoso e l'irridente, mi definì il protettore di quell'ordine di suore.
Un altro commilitone venne a dirmi che dovevo stare alla larga da quella lì perché "le voci corrono". In altre parole, il tizio fu adoperato dal prete "animatore" per farmi avere indirettamente una minaccia.
Una volta fummo ospitati presso un seminario le cui camere sembravano quelle di un albergo a quattro stelle, tranne per tendaggi e coperte. Mi sembrava imbarazzante stare in una camera così grande, lucida e luminosa, quando negli anni precedenti avevo dormito per l'intero anno in sgabuzzini appena ai limiti della decenza.
A tavola pure era così: posate vere tutte uguali e addirittura lucide, sedie comode da ristorante, ambiente spazioso e luminoso... e in compenso tovaglie e pietanze erano arrangiati alla buona. Evidentemente era un albergo riattato a seminario. La cappella era stata ricavata da quello che doveva essere un locale di servizio. Pur luminosa, era spoglia e asettica.
Insomma, tutto era curato, tranne il cibo per il corpo e quello per l'anima.
Un altro episodio della mia vita di seminario. I seminaristi - e ancor più i preti - erano invidiosi della mia amicizia con una novizia, amicizia che precedeva le nostre rispettive vocazioni. Un normale affetto tra amici era per loro come fumo negli occhi. L'omosessualità repressa porta sempre a uno strano genere di gelosie: per esempio una volta il mio commilitone soprannominato "la vipera", fra lo sdegnoso e l'irridente, mi definì il protettore di quell'ordine di suore.
Un altro commilitone venne a dirmi che dovevo stare alla larga da quella lì perché "le voci corrono". In altre parole, il tizio fu adoperato dal prete "animatore" per farmi avere indirettamente una minaccia.
martedì 28 marzo 2017
"Questi vogliono farmi fuori!"
Il citato seminarista "madre superiora" ebbe la bella pensata, nei primissimi giorni di seminario, di uscire di pomeriggio in corridoio in pigiama. Evidentemente era un diritto che aveva acquisito nel seminario minore (e che dimostrava quale considerazione si aveva lì per il sacerdozio). Fu solo per le sguaiate risate dei commilitoni che smise di ostentare l'attitudine pantofolaia.
Alla vacanza estiva obbligatoria dei seminaristi del secondo anno non si presentò: era stato "aiutato a capire" che doveva lasciare il seminario (altrimenti la sua assenza alla vacanza sarebbe stata considerata un gesto gravissimo). La notizia della sua espulsione non era ancora ufficiale, ma già la prima sera della vacanza qualcuno osò scherzarci su: imitando la sua voce, si lamentò dicendo: "mamma! la comunità mi prende in giro! il rettore mi prende in giro! l'animatore mi prende in giro! mamma! questi vogliono cacciarmi via!"
Intervenne l'animatore immediatamente, con una voce gelida, dicendo: "qui nessuno vuol cacciar via nessuno". Era una minaccia, perché quando un prete parla occorre considerare come ipotesi seria sia quello che ha detto, sia il suo esatto contrario. Per cui nessuno ci scherzò più su.
Nel settembre successivo, inizio del terzo anno, il soggetto era misteriosamente assente: "ha deciso di prendersi un periodo di riflessione", disse l'animatore. Che tradotto dalla lingua pretesca significa che è stato cacciato via. Così, colui che aveva scherzato alla vacanza, dopo essersi assicurato che l'orecchio dell'animatore fosse nella più remota lontananza, ripeté la scenetta: "mamma! la comunità mi prendeva in giro! il rettore mi prendeva in giro! l'animatore mi prendeva in giro! mamma! questi mi hanno scacciato via!"
"Mamma" era sempre stata un'allusione al fatto che il figuro telefonava a sua madre quasi ogni giorno, per raccontarle spontaneamente cosa aveva mangiato, come aveva dormito, cos'era avvenuto a lezione, e forse anche per lamentarsi. (sì, un candidato al sacerdozio totalmente "mammone", con l'attitudine e l'intelligenza di un bambino di sette anni, e forse anche per questo è stato fatto fuori).
La "comunità" - cioè buona parte dei seminaristi - seguendo l'istinto del branco concesso dalli superiori davvero prendeva in giro il soggetto, visto che l'abuso di bevande gassate e l'attitudine a darsi per malato a partire da temperature di 36,1° era abbastanza frequente. Quando lo stesso rettore ne fece in sua assenza un'imitazione, e quando lo stesso animatore sempre in sua assenza ne imitò gesti e parole, fu chiaro che volevano cacciarlo via. Molto tempo dopo se ne rese conto lui stesso.
L'ultimo ricordo che ho di lui è una sua vanteria, che si ingigantiva man mano che annuivo, secondo cui una ventenne lo aveva già eletto come suo direttore spirituale ed aspettava la sua ordinazione per poterlo avere anche come confessore. Un'idiozia di dimensioni epiche, visto che un prete cretino celebra validamente i sacramenti e ha la grazia di stato, ma un seminarista non può celebrare un tubo e non ha nessuna grazia (e i "ministeri istituiti" di cui eventualmente gode il suo curriculum valgono zero spaccato al di fuori delle liturgie: prima del diaconato è perfettamente sostituibile con un laico qualsiasi).
Alla vacanza estiva obbligatoria dei seminaristi del secondo anno non si presentò: era stato "aiutato a capire" che doveva lasciare il seminario (altrimenti la sua assenza alla vacanza sarebbe stata considerata un gesto gravissimo). La notizia della sua espulsione non era ancora ufficiale, ma già la prima sera della vacanza qualcuno osò scherzarci su: imitando la sua voce, si lamentò dicendo: "mamma! la comunità mi prende in giro! il rettore mi prende in giro! l'animatore mi prende in giro! mamma! questi vogliono cacciarmi via!"
Intervenne l'animatore immediatamente, con una voce gelida, dicendo: "qui nessuno vuol cacciar via nessuno". Era una minaccia, perché quando un prete parla occorre considerare come ipotesi seria sia quello che ha detto, sia il suo esatto contrario. Per cui nessuno ci scherzò più su.
Nel settembre successivo, inizio del terzo anno, il soggetto era misteriosamente assente: "ha deciso di prendersi un periodo di riflessione", disse l'animatore. Che tradotto dalla lingua pretesca significa che è stato cacciato via. Così, colui che aveva scherzato alla vacanza, dopo essersi assicurato che l'orecchio dell'animatore fosse nella più remota lontananza, ripeté la scenetta: "mamma! la comunità mi prendeva in giro! il rettore mi prendeva in giro! l'animatore mi prendeva in giro! mamma! questi mi hanno scacciato via!"
"Mamma" era sempre stata un'allusione al fatto che il figuro telefonava a sua madre quasi ogni giorno, per raccontarle spontaneamente cosa aveva mangiato, come aveva dormito, cos'era avvenuto a lezione, e forse anche per lamentarsi. (sì, un candidato al sacerdozio totalmente "mammone", con l'attitudine e l'intelligenza di un bambino di sette anni, e forse anche per questo è stato fatto fuori).
La "comunità" - cioè buona parte dei seminaristi - seguendo l'istinto del branco concesso dalli superiori davvero prendeva in giro il soggetto, visto che l'abuso di bevande gassate e l'attitudine a darsi per malato a partire da temperature di 36,1° era abbastanza frequente. Quando lo stesso rettore ne fece in sua assenza un'imitazione, e quando lo stesso animatore sempre in sua assenza ne imitò gesti e parole, fu chiaro che volevano cacciarlo via. Molto tempo dopo se ne rese conto lui stesso.
L'ultimo ricordo che ho di lui è una sua vanteria, che si ingigantiva man mano che annuivo, secondo cui una ventenne lo aveva già eletto come suo direttore spirituale ed aspettava la sua ordinazione per poterlo avere anche come confessore. Un'idiozia di dimensioni epiche, visto che un prete cretino celebra validamente i sacramenti e ha la grazia di stato, ma un seminarista non può celebrare un tubo e non ha nessuna grazia (e i "ministeri istituiti" di cui eventualmente gode il suo curriculum valgono zero spaccato al di fuori delle liturgie: prima del diaconato è perfettamente sostituibile con un laico qualsiasi).
sabato 18 marzo 2017
Lamentano scarsità di vocazioni, ma intendono mestieranti di parrocchia
Quando vieni ingiustamente colpito, provi dolore e spesso anche risentimento. Ma quando vieni ingiustamente massacrato, oltre ogni immaginabile limite, non hai più nemmeno le forze per provare risentimento. Semplicemente ti rendi conto, proprio a causa dell'atroce dolore, che Nostro Signore sta assistendo attentamente alla scena.
Così, quando il vescovo mi disse che non intendeva in alcun modo portarmi al sacerdozio, lo ringraziai, perché non mi veniva in mente altro. Gli ripetei di essere convinto di essere chiamato al sacerdozio: se perciò non sono adatto alla diocesi, dove devo andare? La domanda era più che lecita: si suppone che un vescovo che ti ha accolto da parecchi anni in seminario, che ha letto attentamente tutte le carte che ti riguardano, che ha parlato di te con tutti i suoi collaboratori di fiducia per tutti questi anni, debba avere un'idea di ciò che potresti costruttivamente fare per la Chiesa.
E invece no. Non ce l'aveva. Farfugliò un non so, passò qualche interminabile e pesantissimo secondo di silenzio, e poi disse che potevo entrare in qualche ordine religioso, o in qualche altra diocesi (esatto: disse che non sono adatto al sacerdozio in diocesi, e poi dice che potrei essere adatto in un'altra diocesi).
Quindi disse che lui era competente solo per la propria diocesi, che poteva dire solo sì o no per il sacerdozio nella sua diocesi. Col sottinteso che il resto non lo riguarda. Dopo che per tanti anni era stato il riferimento ultimo della mia vocazione, mi ha candidamente dichiarato di non avere alcuna idea sulla forma della mia vocazione.
Può darsi che la responsabilità di tutto sia veramente sua. Oppure può darsi che doveva ubbidire all'ordine perentorio di qualcuno che lui temeva. Fu ovviamente irremovibile, e perennemente sulle spine perché temeva che qualche goccia potesse far traboccare il vaso. O forse addirittura se lo augurava: non c'è niente di meglio del poter dire che un seminarista ha dato in escandescenze lì in episcopio, e quindi è da espellere perché esaurito, disubbidiente, e incapace di dialogare. Invece no: mi ero limitato solo a ringraziare, in modo naturale, senza alcun sarcasmo.
Uscito verso le scale, inforcai gli occhiali da sole. Non volevo che qualcuno vedesse le mie lacrime. Uscii dal portoncino e presi la stradina in salita, in direzione opposta rispetto a casa: avevo assoluto bisogno di fare due passi, e di sostituire con aria pulita l'arietta pesantemente velenosa e diabolica respirata lì dentro.
Da quel giorno non solo ho sempre evitato di contattarlo: ho anche evitato di partecipare a liturgie in cui ci fosse anche un minimo rischio della sua presenza, o del rettore del seminario, o dei preti diocesani che avevano contribuito a mettermi nei guai. Dopo che hanno giocato con gli anni della tua vita, ingannandoti, "mettendoti alla prova" (cioè sprecando e agendo con inutile sadismo), non riesci più a guardarli in faccia, non hai nemmeno le forze per maledirli, se mai le avessi avute.
Il vescovo era stato maledettamente chiaro e preciso quella volta che mi disse che non intendeva portare al sacerdozio coloro che riteneva inadatti all'incarico di parroco. Come a dirmi che il sacerdozio coincide col mestiere del parroco, ed in particolare il parroco-manager-clown in voga al momento. Come a dire che il donarsi a Cristo nella forma della vita sacerdotale è un puro accessorio, anzi, non deve ostacolare il mestiere del parroco. Una legge che naturalmente valeva solo per le vocazioni recenti, visto che in diocesi c'erano parecchi preti che in vita loro non erano mai stati parroci.
Tutto ciò strideva con la comica gestione della diocesi, dove gli incarichi di parroco venivano centellinati con estrema parsimonia, in modo da mantenere precari i preti che non si piegavano alle mode clerical-progressiste, e da far salire le quotazioni al borsino curiale dove i volponi di lungo corso potevano meglio speculare. Non sia mai che capitasse una parrocchia dove non ci vuole andare nessuno: e ora come la si copre? Dove lo si reperisce un prete ubbidiente, dal momento che le vocazioni di quel genere le abbiamo soppresse tutte?
Io chiedevo solo di vivere il sacerdozio. Celebrare Messa, amministrare sacramenti, insegnare le cose della fede... "Non era dei nostri, perciò glielo abbiamo proibito". Non ero dei loro. Non ero la checca-clown approvabile dal team degli scrupolosi vagliatori controllori.
"Ma la vita sacerdotale è anche altro", mi aveva detto una volta il vescovo. Notò che lo fissavo, e tentò di tirare fuori qualche esempio. Gli vennero solo astrazioni: "per esempio, dialogare con la gente". Continuai a fissarlo, cercando di capire in quale Vangelo ci fosse scritto "andate e dialogate con la gente della parrocchia e talvolta pure fuori parrocchia: siate gli amiconi del quartiere per i borghesotti annoiati in vena di clericalate, siate l'animale da compagnia per le persone che hanno tempo da perdere, e soprattutto non rovinate il sacro Dialogo con i doveri di stato".
Così, quando il vescovo mi disse che non intendeva in alcun modo portarmi al sacerdozio, lo ringraziai, perché non mi veniva in mente altro. Gli ripetei di essere convinto di essere chiamato al sacerdozio: se perciò non sono adatto alla diocesi, dove devo andare? La domanda era più che lecita: si suppone che un vescovo che ti ha accolto da parecchi anni in seminario, che ha letto attentamente tutte le carte che ti riguardano, che ha parlato di te con tutti i suoi collaboratori di fiducia per tutti questi anni, debba avere un'idea di ciò che potresti costruttivamente fare per la Chiesa.
E invece no. Non ce l'aveva. Farfugliò un non so, passò qualche interminabile e pesantissimo secondo di silenzio, e poi disse che potevo entrare in qualche ordine religioso, o in qualche altra diocesi (esatto: disse che non sono adatto al sacerdozio in diocesi, e poi dice che potrei essere adatto in un'altra diocesi).
Quindi disse che lui era competente solo per la propria diocesi, che poteva dire solo sì o no per il sacerdozio nella sua diocesi. Col sottinteso che il resto non lo riguarda. Dopo che per tanti anni era stato il riferimento ultimo della mia vocazione, mi ha candidamente dichiarato di non avere alcuna idea sulla forma della mia vocazione.
Può darsi che la responsabilità di tutto sia veramente sua. Oppure può darsi che doveva ubbidire all'ordine perentorio di qualcuno che lui temeva. Fu ovviamente irremovibile, e perennemente sulle spine perché temeva che qualche goccia potesse far traboccare il vaso. O forse addirittura se lo augurava: non c'è niente di meglio del poter dire che un seminarista ha dato in escandescenze lì in episcopio, e quindi è da espellere perché esaurito, disubbidiente, e incapace di dialogare. Invece no: mi ero limitato solo a ringraziare, in modo naturale, senza alcun sarcasmo.
Uscito verso le scale, inforcai gli occhiali da sole. Non volevo che qualcuno vedesse le mie lacrime. Uscii dal portoncino e presi la stradina in salita, in direzione opposta rispetto a casa: avevo assoluto bisogno di fare due passi, e di sostituire con aria pulita l'arietta pesantemente velenosa e diabolica respirata lì dentro.
Da quel giorno non solo ho sempre evitato di contattarlo: ho anche evitato di partecipare a liturgie in cui ci fosse anche un minimo rischio della sua presenza, o del rettore del seminario, o dei preti diocesani che avevano contribuito a mettermi nei guai. Dopo che hanno giocato con gli anni della tua vita, ingannandoti, "mettendoti alla prova" (cioè sprecando e agendo con inutile sadismo), non riesci più a guardarli in faccia, non hai nemmeno le forze per maledirli, se mai le avessi avute.
Il vescovo era stato maledettamente chiaro e preciso quella volta che mi disse che non intendeva portare al sacerdozio coloro che riteneva inadatti all'incarico di parroco. Come a dirmi che il sacerdozio coincide col mestiere del parroco, ed in particolare il parroco-manager-clown in voga al momento. Come a dire che il donarsi a Cristo nella forma della vita sacerdotale è un puro accessorio, anzi, non deve ostacolare il mestiere del parroco. Una legge che naturalmente valeva solo per le vocazioni recenti, visto che in diocesi c'erano parecchi preti che in vita loro non erano mai stati parroci.
Tutto ciò strideva con la comica gestione della diocesi, dove gli incarichi di parroco venivano centellinati con estrema parsimonia, in modo da mantenere precari i preti che non si piegavano alle mode clerical-progressiste, e da far salire le quotazioni al borsino curiale dove i volponi di lungo corso potevano meglio speculare. Non sia mai che capitasse una parrocchia dove non ci vuole andare nessuno: e ora come la si copre? Dove lo si reperisce un prete ubbidiente, dal momento che le vocazioni di quel genere le abbiamo soppresse tutte?
Io chiedevo solo di vivere il sacerdozio. Celebrare Messa, amministrare sacramenti, insegnare le cose della fede... "Non era dei nostri, perciò glielo abbiamo proibito". Non ero dei loro. Non ero la checca-clown approvabile dal team degli scrupolosi vagliatori controllori.
"Ma la vita sacerdotale è anche altro", mi aveva detto una volta il vescovo. Notò che lo fissavo, e tentò di tirare fuori qualche esempio. Gli vennero solo astrazioni: "per esempio, dialogare con la gente". Continuai a fissarlo, cercando di capire in quale Vangelo ci fosse scritto "andate e dialogate con la gente della parrocchia e talvolta pure fuori parrocchia: siate gli amiconi del quartiere per i borghesotti annoiati in vena di clericalate, siate l'animale da compagnia per le persone che hanno tempo da perdere, e soprattutto non rovinate il sacro Dialogo con i doveri di stato".
mercoledì 15 marzo 2017
Preti modernisti, siete contenti adesso?
Avete sempre disprezzato la genuflessione («la posizione dei salvati è in piedi!» «io faccio l'inchino profondo!») e l'inginocchiarsi («devozionismo! medioevo! vecchiette!»): come vi sentite adesso che il papa retroattivamente convalida le vostre piccinerie? Soddisfatti? Contenti? Non è una soddisfazione un po' troppo magra?
martedì 14 marzo 2017
lunedì 13 marzo 2017
Ora applaudono, ma tra un attimo perseguiteranno senza pietà
Fin dai primi giorni di seminario notai quell'ossessivo ripetere "i poveri, i poveri, dalla parte dei poveri, opzione preferenziale per i poveri, i poveri..." e quindi c'era tutta una gara (a parole che poi non sfociavano troppo nei fatti) a chi baciava i piedi al negro (non sia mai che un pensionato minimo italiano, magari addirittura cattolico, venga considerato "povero").
Salvo poi evitare in ogni modo di inginocchiarsi al Santissimo e guardare in cagnesco chi era anche soltanto sospettabile di pregare segretamente in latino.
I desiderata (desideratissima) dei nostri formatori del seminario sono stati tutti esauditi. E adesso?
Salvo poi evitare in ogni modo di inginocchiarsi al Santissimo e guardare in cagnesco chi era anche soltanto sospettabile di pregare segretamente in latino.
I desiderata (desideratissima) dei nostri formatori del seminario sono stati tutti esauditi. E adesso?
giovedì 9 marzo 2017
giovedì 2 marzo 2017
mercoledì 1 marzo 2017
Un sacerdote in meno, tante anime a penare in più
Un mio sogno ricorrente: uscendo dal cortile per entrare in macchina, vedo in strada tante persone che avrebbero bisogno di un passaggio. Una donna anziana mi chiede con timoroso garbo se ho un posto libero. Altri, più timidamente, si limitano a guardarmi da lontano nella speranza di cogliere un mio cenno. Costernato, devo risponderle che non ho più posti. Lei mi ringrazia in silenzio, con un breve sorriso, e si allontana. Molti degli altri continuano da lontano a gettarmi qualche timida occhiata, senza parlare, aspettando che qualcosa cambi.
Nello svegliarmi non posso fare a meno di ricordare tutte quelle anime del purgatorio altrimenti dimenticate. E tutte quelle anime viventi che avrebbero bisogno di un sacerdote... ed è stato loro negato. Negato dai vescovi e dai formatori del seminario. Negato dalla mentalità secondo cui il "presbitero" (non sia mai che dicano "sacerdote") dev'essere un uomo di dialogo, un tessitore di comunionalità, uno "vicino alla gente", talmente vicino alla "gente" da ignorare coloro che hanno bisogno di lui per un sacramento, un insegnamento, una guida. La pastorale è infatti in antitesi ai tre munus sacerdotali. Una parrocchia viva è quella dove più si celebrano spettacoli, riunioni, giochi, giornalino, sagre, gruppi, volantini, raccolte fondi, cartelloni, tornei, cineforum, campi scuola, vacanza estiva... La pastorale per una parrocchia viva è infatti quella che la riduce a un'ente morto e inutile, un circolo ricreativo in cui il sacro è solo uno degli accessori secondari e magari anche trascurati.
Non mi illudo certo che la buona volontà mi avrebbe fatto evitare danni una volta giunto al sacerdozio. Ma ciò che mi aspettavo dalla vita sacerdotale era drammaticamente diverso da ciò che si aspettavano i miei compagni di corso. Per i quali, senza mezzi termini, la prima ambizione era rimediare un incarico da parroco, cioè un distributore di prediche stipendiato dalla curia, con entrate economiche supplementari dalle offerte per i sacramenti, e con un piccolo regno (la parrocchia) su cui spadroneggiare. Dopo un certo numero di anni, magari, accedere a qualche incarico importante con supplemento di stipendio e forse pure un titolo da monsignore, e per i più ambiziosi (cioè almeno metà dei compagni di seminario) pure l'episcopato. Le anime, cioè le pecorelle da pascere, c'entrano solo come consistenza numerica del proprio successo, solo come parco buoi che volontariamente sgancia qualche soldino. E le anime del purgatorio - quelle per le quali mi capitava quel sogno ricorrente - sono al massimo l'etichetta in nome della quale aspettarsi il pagamento per le intenzioni a tariffa standard.
Nello svegliarmi non posso fare a meno di ricordare tutte quelle anime del purgatorio altrimenti dimenticate. E tutte quelle anime viventi che avrebbero bisogno di un sacerdote... ed è stato loro negato. Negato dai vescovi e dai formatori del seminario. Negato dalla mentalità secondo cui il "presbitero" (non sia mai che dicano "sacerdote") dev'essere un uomo di dialogo, un tessitore di comunionalità, uno "vicino alla gente", talmente vicino alla "gente" da ignorare coloro che hanno bisogno di lui per un sacramento, un insegnamento, una guida. La pastorale è infatti in antitesi ai tre munus sacerdotali. Una parrocchia viva è quella dove più si celebrano spettacoli, riunioni, giochi, giornalino, sagre, gruppi, volantini, raccolte fondi, cartelloni, tornei, cineforum, campi scuola, vacanza estiva... La pastorale per una parrocchia viva è infatti quella che la riduce a un'ente morto e inutile, un circolo ricreativo in cui il sacro è solo uno degli accessori secondari e magari anche trascurati.
Non mi illudo certo che la buona volontà mi avrebbe fatto evitare danni una volta giunto al sacerdozio. Ma ciò che mi aspettavo dalla vita sacerdotale era drammaticamente diverso da ciò che si aspettavano i miei compagni di corso. Per i quali, senza mezzi termini, la prima ambizione era rimediare un incarico da parroco, cioè un distributore di prediche stipendiato dalla curia, con entrate economiche supplementari dalle offerte per i sacramenti, e con un piccolo regno (la parrocchia) su cui spadroneggiare. Dopo un certo numero di anni, magari, accedere a qualche incarico importante con supplemento di stipendio e forse pure un titolo da monsignore, e per i più ambiziosi (cioè almeno metà dei compagni di seminario) pure l'episcopato. Le anime, cioè le pecorelle da pascere, c'entrano solo come consistenza numerica del proprio successo, solo come parco buoi che volontariamente sgancia qualche soldino. E le anime del purgatorio - quelle per le quali mi capitava quel sogno ricorrente - sono al massimo l'etichetta in nome della quale aspettarsi il pagamento per le intenzioni a tariffa standard.
martedì 21 febbraio 2017
Il privilegio della camera singola
All'epoca vinsi una stranissima lotteria: in tutti gli anni di seminario maggiore sono sempre stato in camera singola.
La fissazione di rettori e animatori, pur avendo a disposizione camere libere, era di imporre almeno un anno di camera doppia ad ogni seminarista (salvo ovviamente i super raccomandati di turno). Lo scopo dichiarato era quello di ottenere un reciproco smussare gli spigoli del carattere. Ciò che invariabilmente ottenevano era la trasformazione dei malcapitati in ferratissimi ipocriti e professionisti della mediocrità - e probabilmente era proprio questo il vero risultato che segretamente i formatori speravano.
Una volta, all'inizio del terzo anno, corse voce che sarei stato assegnato in camera con uno che l'anno precedente aveva guadagnato la nomea di dormiglione (e il sottoscritto, che di mattina arrivava in cappella appena uno o due minuti prima della Messa, pure stava per guadagnarsela). Non so se i commilitoni lo avessero dedotto dal fatto che per due anni consecutivi eravamo entrambi stati in camera singola, oppure avessero udito qualche mezza parolina dal prete animatore: in ogni caso bramavano di osservare la mia reazione e perciò fecero in modo che la notizia "accidentalmente" fosse recepibile a distanza ragionevole dai miei timpani.
In un lampo decisi che la tattica migliore era quella di dare per scontato che la camera doppia fosse inevitabile in modo da spostare l'attenzione dalle mie reazioni alle loro. Mi permisi perciò di scherzarci su: "ecco, sulla porta ci scriveremo grosso così: Dormitorio".
Un quarto d'ora dopo venne l'animatore a distribuire le stanze e miracolosamente finii in una singola. Avevano capito la minaccia e notificato al volo all'animatore. Avrei lasciato il dormiglione dormire ogni santo pomeriggio. Avrei adottato la tecnica del vivi e lascia vivere, tanto più con uno che in cambio del dormire in santa pace avrebbe fatto altrettanto. Avrei insomma sterilizzato lo "smussare spigoli" e la "mediocrizzazione" pretesi dai formatori, puntando al ribasso e garantendo complicità ad uno altrettanto seccato. Il dormiglione fu poi espulso alla fine di quell'anno per la gelosia di un altro prete animatore, ma questa è un'altra storia.
Nota: il seminario in teoria è tempo di preghiera e di studio, dove teoricamente i futuri sacerdoti vengono nutriti di buona spiritualità e buona dottrina, teoricamente senza stressare né il fisico né lo spirito. In pratica è un raffazzonato ammasso di attività che presume che la giornata del seminarista duri 48 ore. Col risultato che in ogni momento si è assillati dal dover completare (o magari solo del far risultare completate) altre attività. Per esempio, con la scusa del libro di meditazione, in cappella ci si porta gli appunti dell'esame. Durante le lezioni si prepara il manifestino per la sala comune. Durante la conferenzina obbligatoria si sonnecchia ad occhi aperti per recuperare qualche minutino delle mancate ore di sonno. Le pulizie della camera si rinviano fino a un momento prima che qualcuno entri. Ci si porta il telefonino ovunque, di nascosto, per poter sfruttare i momenti morti per inviare messaggi. Quando possibile, si fugge dal refettorio non appena ingollato l'ultimo boccone. In certe occasioni addirittura si cerca di servir Messa in modo da poter scappare via dalla sagrestia dopo la processione d'uscita mentre i poveracci stanno ancora eseguendo il lagnoso e inevitabile canto finale. Per gli esami di teologia si sottolinea una mezza frase per ogni pagina (col sottinteso che il resto della pagina è da ignorare) perché quella roba è talmente fumosa e autoreferenziale che basta ricordare un paio di parole per costruirvi una risposta quasi accettabile.
Tutto questo degenera in caso di camera doppia. Una camera doppia significa che qualsiasi cosa che hai risulterà "puzzolente" (il tuo compagno di stanza dirà immediatamente al branco cos'è che non profuma di lavanda). Il branco saprà presto di ogni minuto di ogni tua attività personale (incluse preghiera e studio, incluse defecazioni e minzioni), talvolta se ne farà beffe, talaltra la vanterà (ma non è un fatto positivo, perché poi tutti si aspetteranno che tu ripeta quel risultato e lo migliori nel tempo), mentre gli animatori prenderanno sul serio quelle beffe e quelle lodi e te le faranno pesare a morte.
La fissazione di rettori e animatori, pur avendo a disposizione camere libere, era di imporre almeno un anno di camera doppia ad ogni seminarista (salvo ovviamente i super raccomandati di turno). Lo scopo dichiarato era quello di ottenere un reciproco smussare gli spigoli del carattere. Ciò che invariabilmente ottenevano era la trasformazione dei malcapitati in ferratissimi ipocriti e professionisti della mediocrità - e probabilmente era proprio questo il vero risultato che segretamente i formatori speravano.
Una volta, all'inizio del terzo anno, corse voce che sarei stato assegnato in camera con uno che l'anno precedente aveva guadagnato la nomea di dormiglione (e il sottoscritto, che di mattina arrivava in cappella appena uno o due minuti prima della Messa, pure stava per guadagnarsela). Non so se i commilitoni lo avessero dedotto dal fatto che per due anni consecutivi eravamo entrambi stati in camera singola, oppure avessero udito qualche mezza parolina dal prete animatore: in ogni caso bramavano di osservare la mia reazione e perciò fecero in modo che la notizia "accidentalmente" fosse recepibile a distanza ragionevole dai miei timpani.
In un lampo decisi che la tattica migliore era quella di dare per scontato che la camera doppia fosse inevitabile in modo da spostare l'attenzione dalle mie reazioni alle loro. Mi permisi perciò di scherzarci su: "ecco, sulla porta ci scriveremo grosso così: Dormitorio".
Un quarto d'ora dopo venne l'animatore a distribuire le stanze e miracolosamente finii in una singola. Avevano capito la minaccia e notificato al volo all'animatore. Avrei lasciato il dormiglione dormire ogni santo pomeriggio. Avrei adottato la tecnica del vivi e lascia vivere, tanto più con uno che in cambio del dormire in santa pace avrebbe fatto altrettanto. Avrei insomma sterilizzato lo "smussare spigoli" e la "mediocrizzazione" pretesi dai formatori, puntando al ribasso e garantendo complicità ad uno altrettanto seccato. Il dormiglione fu poi espulso alla fine di quell'anno per la gelosia di un altro prete animatore, ma questa è un'altra storia.
Nota: il seminario in teoria è tempo di preghiera e di studio, dove teoricamente i futuri sacerdoti vengono nutriti di buona spiritualità e buona dottrina, teoricamente senza stressare né il fisico né lo spirito. In pratica è un raffazzonato ammasso di attività che presume che la giornata del seminarista duri 48 ore. Col risultato che in ogni momento si è assillati dal dover completare (o magari solo del far risultare completate) altre attività. Per esempio, con la scusa del libro di meditazione, in cappella ci si porta gli appunti dell'esame. Durante le lezioni si prepara il manifestino per la sala comune. Durante la conferenzina obbligatoria si sonnecchia ad occhi aperti per recuperare qualche minutino delle mancate ore di sonno. Le pulizie della camera si rinviano fino a un momento prima che qualcuno entri. Ci si porta il telefonino ovunque, di nascosto, per poter sfruttare i momenti morti per inviare messaggi. Quando possibile, si fugge dal refettorio non appena ingollato l'ultimo boccone. In certe occasioni addirittura si cerca di servir Messa in modo da poter scappare via dalla sagrestia dopo la processione d'uscita mentre i poveracci stanno ancora eseguendo il lagnoso e inevitabile canto finale. Per gli esami di teologia si sottolinea una mezza frase per ogni pagina (col sottinteso che il resto della pagina è da ignorare) perché quella roba è talmente fumosa e autoreferenziale che basta ricordare un paio di parole per costruirvi una risposta quasi accettabile.
Tutto questo degenera in caso di camera doppia. Una camera doppia significa che qualsiasi cosa che hai risulterà "puzzolente" (il tuo compagno di stanza dirà immediatamente al branco cos'è che non profuma di lavanda). Il branco saprà presto di ogni minuto di ogni tua attività personale (incluse preghiera e studio, incluse defecazioni e minzioni), talvolta se ne farà beffe, talaltra la vanterà (ma non è un fatto positivo, perché poi tutti si aspetteranno che tu ripeta quel risultato e lo migliori nel tempo), mentre gli animatori prenderanno sul serio quelle beffe e quelle lodi e te le faranno pesare a morte.
giovedì 26 gennaio 2017
mercoledì 18 gennaio 2017
Cosa sforna il seminario
Molti miei ex commilitoni, oggi tutti preti, da seminaristi amavano simulare liturgie. Nelle calde sere di inizio estate prendevano un'ostia dalla credenza, si sedevano accanto alla finestra e tenendola tra e dita recitavano: Padre veramente santo...
Erano gli stessi che in assenza dei pretazzi amavano paludarsi di camici, stole e casule (quelli veri) e chiedere seriamente ai commilitoni: come mi sta?
Ma uno dei loro giochi preferiti era fingersi vescovo. Un bastone da tendaggio o una scopa andava bene come pastorale; per la mitria, le rare volte che non ne potevano pescare una vera nell'armadio della sagrestia, utilizzavano la scatola del panettone - qualcuno se l'era addirittura ritagliata nel cartoncino. Impugnato il "pastorale", iniziavano l'omelia. Inutile dire che l'omelia era perfettamente compatibile con quella del vescovo (soprattutto imitandone la cadenza e i tic), perché composta dalle solite frasi fatte e politically correct.
Inutilmente ricordai loro più volte che simili atteggiamenti - dello scherzare sulle cose sacre e addirittura giocare con i paramenti - erano sufficienti come impedimento all'ordinazione. Avrei dovuto ricordare loro che erano anche segno di riduzione della fede a recita di frasi e messinscena di gesti, ma dubitavo seriamente che fossero capaci di capire un concetto del genere.
Non capivano un'acca di latino, ma amavano sciorinare paroloni greci ed ebraici nelle conversazioni; consideravano il sacerdozio un mestiere, il mestiere del parroco che somministra un po' di bigotterie (testuale!) alle vecchiette che devono mollare le offerte, e avevano come obiettivo il lanciare attività (a cui poi avrebbero dovuto lavorare i leggendari "volontari" delle parrocchie) e raccogliere applausi e lodi; consideravano peccato solo ciò che verrebbe annuciato con sdegno e disprezzo nei notiziari televisivi. Tutti sintomi di una chiara vittoria del gesuitismo anni prima del Bergoglio.
Pur essendo i formatori a conoscenza di simili atteggiamenti, tali soggetti sono tutti puntualmente giunti al sacerdozio perché da diversi decenni i vescovi premiano solo la mediocrità. Vogliono preti intercambiabili in modo da poterli spostare di parrocchia in ogni momento: non appena avviene un pasticcio da qualche parte, si prepara il valzer delle nomine, e cominciano i dolori di pancia di chi vuole una parrocchia, di chi non vuole quella assegnata, di chi non vuole essere trasferito, di chi accetta solo se un certo altro prete viene trattato peggio... e tutto puntualmente si risolve nel pestare chi ubbidisce e nel lasciare in pace chi disubbidisce. Per cui il loro ideale di sacerdozio è un soggetto insignificante che non lascia ricordo di sé, sostituibile con uno altrettanto insignificante e dimenticabile e la macchina della "pastorale" può proseguire senza perdere un colpo.
Preti "intercambiabili", cioè appiattiti: non sia mai che uno abbia qualche idea diversa dal mainstream fatto di campi scuola (dilettanti di turismo religioso allo sbaraglio), ottavari (guai a chiamarli novene, guai a farli normalmente), gestione gruppi (la fissazione del voler far sentire ogni laico un "protagonista" di qualcosa), attivazione di qualsiasi iniziativa in cui ci si possa infilare dentro la parola "giovani" che va sempre di moda.
Ecco perché le Messe si sono ridotte a un elenco di formulette e canzonette che circondano il sacro momento dell'Omelia - cioè quei venti minuti di insulsa predica domenicale. Ecco perché i preti gggiovani sono così insignificanti anche all'apice della loro vita sacerdotale.
Episodio. Nel primo anno di seminario maggiore, i commilitoni ebbero la geniale idea di fare un breve sketch comico in refettorio. Un gruppetto di loro adoperando i camici e qualche altro panno bianco si travestì da suore e si produsse in una serie di battutine poco originali oltre che inutilmente volgari, facendo infine entrare con tutti gli onori un seminarista grassone travestito da "madre superiora", strappando così un diluvio di applausi da tutti, compresi i formatori (e il rettore stesso, che aveva pregato tutti di non alzarsi subito perché ci sarebbe stata la breve scenetta comica).
Il sottoscritto non applaudì. Ma si sentì osservato. Cercò di non far notare di provar vergogna al posto di quei dementi. Ma fu osservato, da qualcuno che prese nota e se la legò al dito.
lunedì 9 gennaio 2017
Il rettore frocio
Premessa: gli ingegner Spaccapelo e i cani di Pavlov restino nella cuccia - questa paginetta non riguarda politica o sesso.
Sì, nel parlare di quel rettore di seminario m'è venuto da indicarlo sprezzantemente come frocio. Non intendevo il problema dell'omosessualità in sé ma le conseguenze per i seminaristi della mentalità che da essa viene generata o facilitata.
La sessualità non naturale (pornografia, omosessualità, onanismo...) non sazia l'istinto. Per cui da un lato rende l'uomo schiavo (perché tenta sempre di più di saziarsi con qualcosa che non sazia) e dall'altro influenza il modo di considerare sé stessi e il prossimo.
Il seminario è un ambiente chiuso ed esclusivamente maschile. Dunque un rettore di seminario con qualche tendenza omosessuale anche soltanto latente avrà di conseguenza un metro di giudizio intaccato da tale tendenza verso qualcosa di non naturale.
Le sue simpatie, le sue preferenze, le sue valutazioni, i suoi momenti di generosità e di severità, ecc., non saranno più esclusivamente legati ai legittimi gusti (il rettore milanista), ai legittimi timori (il rettore con la fissa contro gli sprechi), ad argomenti che la ragione può ricondurre sui giusti binari (il rettore avaro, il rettore autoritario, il rettore attento al prestigio...), ma a qualcosa di non naturale.
Col risultato che negli anni la sua solitudine diventa inconsapevolmente l'alibi per l'allestimento del suo harem, la generosità diventa favoritismo a coloro che in qualche modo lo attraggono, la cura spirituale diventa inclinazione a lasciarsi a poco a poco soggiogare da quelli che hanno anche solo simbolicamente a che fare con la sua sete di qualcosa che non disseta...
Basta poco tempo in seminario - al massimo qualche mese di fronte ai casi più latenti - per rendersi conto di aver a che fare con un rettore con inclinazione. In tal caso è opportuno fare immediatamente le valigie perché è una guerra persa in partenza. Sono invece tantissimi che come me hanno appreso troppo tardi, e a prezzo troppo caro, la lezione.
È una dannosissima illusione il credere di poter resistere nella sopportazione, nell'ubbidienza, nella preghiera, nel farsi amici i suoi figliuoli prediletti. Perché significa in fin dei conti o contare solo sulle proprie forze, o esigere ciecamente un miracolo. Gli dai cinque, pretenderà dieci. Gli dai dieci, dodici, quindici, chiederà trenta. Gli dai quaranta, cinquanta, si lamenterà che non hai dato almeno duecento. Non sei del suo harem e perciò ti renderà a poco a poco la vita un inferno. Il cappio attorno al tuo collo può solo stringersi. Con la scusa del metterti alla prova tenterà in ogni modo di farti saltare i nervi, tanto più se si accorge che hai ragione, e ancor peggio se si renderà conto che sai bene che ai membri del suo harem e al suo figliuolo prediletto non è stato chiesto nemmeno un centesimo di quanto viene severamente esigito da te. Tu hai un difettino? Questa cosa non va bene, anche l'anno scorso ti avevo detto che dovevi migliorare ma ancora non vedo frutti, ancora non sei convincente, anzi, si direbbe che sei anche un po' peggiorato... Il suo figliuolo prediletto ha una sfilza di seri difetti? Crescerà, col tempo sicuramente maturerà, lo so io che sono il rettore, che ne puoi sapere tu?
Adopererà con malizia ogni versetto del Vangelo per stritolarti, sorridendoti mentre ti mente, adulandoti mentre prepara una relazione di fuoco e fiamme contro di te, promuovendoti (di qualche bazzecola) mentre mette in giro false voci su di te, quelle sue mani che alle otto ti amministrano l'Eucarestia alle otto e venti vergheranno nero su bianco calunnie contro di te. Non ci sarà mai verso di fargli cambiare idea, né scappatoia ragionevolmente protetta dai suoi colpi di coda nel caso venga sostituito. Si può solo peggiorare: ma lo sa solo chi in seminario c'è stato dentro per davvero, lo sa solo chi ha avuto da ubbidire a dei gai formatori.
Un prete che riconosca di avere anche solo qualche tendenza latente rifiuterebbe di essere posto in un ambiente come il seminario, tanto più con l'incarico di rettore o vice-rettore. Non ci meraviglieremmo se un prete poco casto (anche solo nei pensieri) rifiutasse di essere rettore di una comunità di giovani donne, vivendo con loro in un ambiente chiuso, sia pure qualora le giovani in questione non siano proprio dei fiori di rinomata bellezza. Eppure, di fronte alla tendenza all'omosessualità di un rettore di seminario, non troviamo molto da ridire a che la volpe (anche solo tendenza alla volpe) venga infilata a comandare nel pollaio. A te pollo, con pressappochismo se non cinismo, ti si dirà: resisti, prega, coraggio, pazienta, resisti, prega di più...
Non c'è verso. E se qualcuno stesse ancora pensando "ma io conosco un caso che... io ho visto uno che ce l'ha fatta... la preghiera... bla bla bla...": non c'è verso, e ripeto: non - c'è - verso!
La svirilizzazione del clero postconciliare è dovuta proprio ai seminari ridotti ad harem di mezzi uomini.
Sì, nel parlare di quel rettore di seminario m'è venuto da indicarlo sprezzantemente come frocio. Non intendevo il problema dell'omosessualità in sé ma le conseguenze per i seminaristi della mentalità che da essa viene generata o facilitata.
La sessualità non naturale (pornografia, omosessualità, onanismo...) non sazia l'istinto. Per cui da un lato rende l'uomo schiavo (perché tenta sempre di più di saziarsi con qualcosa che non sazia) e dall'altro influenza il modo di considerare sé stessi e il prossimo.
Il seminario è un ambiente chiuso ed esclusivamente maschile. Dunque un rettore di seminario con qualche tendenza omosessuale anche soltanto latente avrà di conseguenza un metro di giudizio intaccato da tale tendenza verso qualcosa di non naturale.
Le sue simpatie, le sue preferenze, le sue valutazioni, i suoi momenti di generosità e di severità, ecc., non saranno più esclusivamente legati ai legittimi gusti (il rettore milanista), ai legittimi timori (il rettore con la fissa contro gli sprechi), ad argomenti che la ragione può ricondurre sui giusti binari (il rettore avaro, il rettore autoritario, il rettore attento al prestigio...), ma a qualcosa di non naturale.
Col risultato che negli anni la sua solitudine diventa inconsapevolmente l'alibi per l'allestimento del suo harem, la generosità diventa favoritismo a coloro che in qualche modo lo attraggono, la cura spirituale diventa inclinazione a lasciarsi a poco a poco soggiogare da quelli che hanno anche solo simbolicamente a che fare con la sua sete di qualcosa che non disseta...
Basta poco tempo in seminario - al massimo qualche mese di fronte ai casi più latenti - per rendersi conto di aver a che fare con un rettore con inclinazione. In tal caso è opportuno fare immediatamente le valigie perché è una guerra persa in partenza. Sono invece tantissimi che come me hanno appreso troppo tardi, e a prezzo troppo caro, la lezione.
È una dannosissima illusione il credere di poter resistere nella sopportazione, nell'ubbidienza, nella preghiera, nel farsi amici i suoi figliuoli prediletti. Perché significa in fin dei conti o contare solo sulle proprie forze, o esigere ciecamente un miracolo. Gli dai cinque, pretenderà dieci. Gli dai dieci, dodici, quindici, chiederà trenta. Gli dai quaranta, cinquanta, si lamenterà che non hai dato almeno duecento. Non sei del suo harem e perciò ti renderà a poco a poco la vita un inferno. Il cappio attorno al tuo collo può solo stringersi. Con la scusa del metterti alla prova tenterà in ogni modo di farti saltare i nervi, tanto più se si accorge che hai ragione, e ancor peggio se si renderà conto che sai bene che ai membri del suo harem e al suo figliuolo prediletto non è stato chiesto nemmeno un centesimo di quanto viene severamente esigito da te. Tu hai un difettino? Questa cosa non va bene, anche l'anno scorso ti avevo detto che dovevi migliorare ma ancora non vedo frutti, ancora non sei convincente, anzi, si direbbe che sei anche un po' peggiorato... Il suo figliuolo prediletto ha una sfilza di seri difetti? Crescerà, col tempo sicuramente maturerà, lo so io che sono il rettore, che ne puoi sapere tu?
Adopererà con malizia ogni versetto del Vangelo per stritolarti, sorridendoti mentre ti mente, adulandoti mentre prepara una relazione di fuoco e fiamme contro di te, promuovendoti (di qualche bazzecola) mentre mette in giro false voci su di te, quelle sue mani che alle otto ti amministrano l'Eucarestia alle otto e venti vergheranno nero su bianco calunnie contro di te. Non ci sarà mai verso di fargli cambiare idea, né scappatoia ragionevolmente protetta dai suoi colpi di coda nel caso venga sostituito. Si può solo peggiorare: ma lo sa solo chi in seminario c'è stato dentro per davvero, lo sa solo chi ha avuto da ubbidire a dei gai formatori.
Un prete che riconosca di avere anche solo qualche tendenza latente rifiuterebbe di essere posto in un ambiente come il seminario, tanto più con l'incarico di rettore o vice-rettore. Non ci meraviglieremmo se un prete poco casto (anche solo nei pensieri) rifiutasse di essere rettore di una comunità di giovani donne, vivendo con loro in un ambiente chiuso, sia pure qualora le giovani in questione non siano proprio dei fiori di rinomata bellezza. Eppure, di fronte alla tendenza all'omosessualità di un rettore di seminario, non troviamo molto da ridire a che la volpe (anche solo tendenza alla volpe) venga infilata a comandare nel pollaio. A te pollo, con pressappochismo se non cinismo, ti si dirà: resisti, prega, coraggio, pazienta, resisti, prega di più...
Non c'è verso. E se qualcuno stesse ancora pensando "ma io conosco un caso che... io ho visto uno che ce l'ha fatta... la preghiera... bla bla bla...": non c'è verso, e ripeto: non - c'è - verso!
La svirilizzazione del clero postconciliare è dovuta proprio ai seminari ridotti ad harem di mezzi uomini.
martedì 8 novembre 2016
«Per timore dei circoncisi»
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