giovedì 18 luglio 2019

Il profumo dei trenta denari

Il giovane Flash domanda a Ironman quale è il suo superpotere. Ironman, avviando il motore della sua Mercedes super lusso, risponde: sono ricco. Sì, anch'io sono sicuro che un po' di sporca ricchezza mi avrebbe largamente facilitato il percorso verso il sacerdozio.

Ne doveva esser sicuro anche il gaio aspirante che si presentò in comunità con un sottinteso. Ogni volta che ci veniva a far visita la sua testa pelata sembrava sempre più lucida e le mani sempre meno vuote. Una volta la torta, una volta i dolci, una volta un arrosto, una volta un intera spesa per un pranzo luculliano... Il prepuzio preposito pareva sempre quasi pronto a derogare alla sua inderogabile norma del "qui tre vocazioni sono già troppe" (spoiler: non derogherà).

Nel mio interminabile gioco dell'oca vocazionale, a dispetto del fatto che mi capitava sempre la penalità del "Riparti dal Via!", ho in diverse occasioni messo mano alla carta bancomat. Gesti che consideravo un investimento - come quando ad esempio pagare un conto altrui significò non far perdere al prete alcuni preziosi minuti che servivano al colloquio con me. O come una gratitudine - non scrocco un pranzo andando a mani vuote. O come carità - una volta sospettavo che uno dei presenti era in difficoltà economiche e perciò pagai per tutti (guadagnandomi un gratuito sarcasmo da un altro dei presenti che, come me, pure aveva il bancomat).

Non ero ricco. Non lo sono mai stato. Ho solo investito quel poco che avevo e nei momenti in cui lo ritenevo utile. Anche rischiando. Qualche anno prima, in una diversa comunità in cui ero postulante sentii il superiore lamentarsi di un diluvio di imminenti e inevitabili spese. Sembrava sincero e preoccupato. Gli dissi che potevo mettergli a disposizione tutto quel che avevo sul mio conto bancario. Ero sincero (e avventato). Per mia immensa fortuna, il superiore colto alla sprovvista ringraziò e disse che non era necessario e tornò in sagrestia (solo qualche attimo dopo realizzai di essere stato troppo avventato... mentre lui realizzava di essere stato a sua volta troppo avventato nel non lasciarsi aperto nemmeno uno spiraglio).

Tranne rarissimi esemplari, i preti non hanno mai lavorato in vita loro. Mai guadagnato uno stipendio, nel senso di guadagnarselo a suon di serietà, responsabilità, puntualità. Questo genere di preti considera le offerte dei fedeli un atto dovuto anziché un dono inatteso. Considerano la ricchezza altrui come un'ingiustizia fino a che gran parte di quella ricchezza non trasloca nelle loro tasche (sì, proprio come i comunisti). Svalutano o dimenticano rapidamente cosa hanno ricevuto, ricordano (e rivalutano) molto largamente ciò che hanno dato. Come facilmente immaginabile, anche in ambiente tradizionalista vale il sottinteso: senza soldi non si cantano messe (tanto meno si accettano vocazioni, si considerano anime in difficoltà spirituale, si prendono sul serio richieste che dovrebbero essere prese a prescindere a causa dei doveri sacerdotali, eccetera), talvolta persino con la scusa ufficiale che non sguazzano nell'oro.

Nel proporgli di mettere subito a disposizione tutto ciò che avevo, il mio orizzonte era la comunità. Mi ero avvicinato alla comunità da pochi mesi ma ero già piuttosto certo di volervi rimanere a vita, per cui anche nell'ipotesi che quei soldi non mi sarebbero mai stati più restituiti restava inteso che da sacerdote di quella comunità la prima beneficiaria delle mie donazioni sarebbe stata la comunità stessa. Povero ingenuo! A creare il buco nero nei conti non erano state le spese e le bollette, ma i malriusciti intrallazzi del superiore e le regalie ai seminaristi frocetti (povero me illuso, che mi illudevo che questi ultimi si potevano in qualche modo tenere a distanza di sicurezza, incensarli quel tanto che basta da renderli inoffensivi, e magari assistere alla loro dipartita dalla comunità alla prima gelosia trasversale).

Piaccia o non piaccia, i costi essenziali della formazione di un seminarista devono essere a carico della comunità che li accetta, per evitare che il seminarista non ricco (cioè quasi qualunque seminarista) possa anche soltanto essere sfiorato per un attimo dalla mentalità del "ho pagato ma non ho ricevuto". Mentalità pericolosa perché i soggetti meglio armati (in senso economico e sociopatico e possibilmente omosessuale) ultimamente riescono nel loro intento (e no, non era un'ipotesi).

Torniamo al prepuzio preposito sopra citato. Che dopo aver tentato di costruire assurde scuse per togliermi dalle balle decise all'improvviso che i membri della comunità dovevano versare una retta mensile per contribuire alle imprecisate "spese". E che il sottoscritto dovesse pagare retroattivamente fino a cinque mesi prima, data di ingresso in comunità. Quel maledetto frocio aveva insomma bisogno urgente di un paio di migliaia di euro, probabilmente per pagarsi la ricostruzione dell'ano sfondatogli in qualche dark room da froci come lui. Un vero e proprio ricatto ai miei danni, che non tentò neppure di addolcire, e che anche a pagarlo sull'unghia non avrebbe cambiato di una virgola il suo disprezzo per me. Aveva solo deciso di monetizzare, dopo aver notato che dopo tante ingiustizie nei miei confronti ancora non avevo mai aperto bocca.

Un ultimo aneddoto. Un commilitone si era vantato che un lontano parente aveva destinato in eredità un grosso immobile al primo fra nipoti e pronipoti che fosse stato ordinato al sacerdozio. E lui era l'unico seminarista di tutta la famiglia allargata. Gli dissi che su quella faccenda sarebbe stata necessaria la massima discrezione, e gli garantii che non ne avrei fatto parola. Ma lui mi guardò con quell'espressione con cui si commiserano gli inguaribili ingenui. Fece un'allusione per dirmi di procurarmi una "dote" da adoperare insieme agli altri mezzucci per convincere i superiori a ordinarmi. Ovviamente un poveraccio come me non poteva procurarsi qualche immobile come dote. Finì esattamente come previsto: il sottoscritto fu scacciato via, lui fu ordinato.

giovedì 6 giugno 2019

Quell'ultimo colloquio

Il rettore del seminario diocesano convocava ogni seminarista due o tre volte l'anno per un colloquio (cioè per almeno il 90% del tempo parlava lui). Coi suoi lecchini lacché era sempre un gioioso e rapido scambio di allegre battute. Con gli altri - incluso il sottoscritto - erano non meno di 90-120 minuti di seriosa e puntigliosa elencazione di incorreggibili difetti, naturalmente intercalati da sorrisetti e da inutili distinguo costruiti in modo che tu non ti ci possa appigliare.

Ti preparavi a quel colloquio, oltre che con la preghiera, anche con qualche video di Stanlio e Ollio, risorsa disperata necessaria ad esibire prontamente un sorriso diplomatico nei momenti più complicati. Rintracciavi mentalmente tutti gli episodi secondari della vita di seminario che lì in sede di colloquio avresti potuto vantare come un "curare la diocesanità" (a cui tanto tenevano ufficialmente), o come dei "momenti fraterni", e altre emerite cazzate obbligatorie. Costruivi letteralmente uno scenario mentale ideale a minimizzare i danni in quella specie di convocazione staliniana, scenario in cui stemperare pazientemente ogni obiezione e ammorbidire ogni spigolo. Ma non serviva a nulla perché quando risulti antipatico ai superiori, la tua carriera è irrimediabilmente compromessa. Ed è fin troppo facile che una vocazione vera risulti antipatica ad una vocazione falsa incaricata di vagliare le nuove leve.

Non era servito fottutamente a niente essere uscito di sabato sera con altri tre seminaristi "dopo la pastorale" (era stato sottilmente comandato dai superiori) per andare ad una merda di pizzeria-karaoke (i superiori esigevano che socializzassimo, e un paio di seminaristi spioni erano lì a misurare il nostro impegno) proprio all'ora in cui avresti voluto cenare in silenzio per poi spalmarti sul letto addormentandoti col rosario tra le dita (ché alle sei suona la sveglia). Non serviva a niente raccontargli dei momenti di "àgape fraterna" (pur avendo organizzato con pignoleria il modo apparentemente spontaneo di andare a prendere un caffè insieme a qualcuno di quei froci seminaristi chiacchieroni, sapendo benissimo che lo avrebbe subito raccontato al rettore, ai commilitoni e al parroco). Eri sempre quello in debito formativo, eri sempre quello che dialoga poco, sempre quello che in parrocchia "non si vede in giro", sempre quello che al momento di darsi da fare non è subito reperibile...

E mentre esibivi un generoso sorriso (non troppo marcato, per evitare sospetti) pensavi a venti strategie diverse, come un professionista degli scacchi in una partita-lampo, e l'allenamento mentale ti consentiva guizzi spettacolari di cui poi ti saresti congratulato con te stesso. Ma sterilizzare il venti per cento di quelle accuse non ti ha cambiato il destino. Il tuo destino era già scritto. Quel maledetto stronzo, in quell'ultimo colloquio, aveva in serbo l'ultima e più micidiale pallottola: trasformare seduta stante tutte le proprie precedenti ambiguità in dubbi sulla tua situazione, e dunque immediatamente i dubbi in condanna.

"Ho detto al vescovo che se fosse per me non ti farei andare avanti, ma l'ultima parola spetta a lui", mi dice il don Pilato. Sua Eccellenza il Vescovo mi dirà: "ma il rettore mi ha dato responso negativo e io non posso andare contro di lui". Quel frocio del parroco mi aveva detto: "ma io non ho detto nulla su di te, e comunque il mio parere non conta niente in quella sede". In quella sede il rettore disse: "il parere del parroco però è negativo, e io devo tenerne conto". Il Vescovo soggiungerà: "c'è poi anche il parere del tutto negativo del parroco, e questo è molto importante"... A completare il quadro, la kafkiana accusa del non aver migliorato nel dialogo, che è un po' come quando in Unione Sovietica ti davano del trotzkista senza sapere nemmeno cosa significasse esattamente (ad eccezione del garantirti la massima pena possibile e un marchio d'infamia fino alla morte).

Ora, io sarei il primo ad usare quei vergognosi metodi, se fossero l'unico modo efficace per sbarazzarsi di un pedofilo o di un massone che avessero brigato per non farsi scoprire apparendo con le carte in regola. Il problema è che quegli sporchi metodi sono stati usati contro di me senza alcun motivo riguardante la fede, la vita morale, la chiamata al sacerdozio. Non vogliono uno con la vocazione al sacerdozio. Vogliono invece un clown, un finocchio, un travet, un frocetto, un impiegatuccio del sacro che non puzzi di Tradizione e che sia dottrinalmente e liturgicamente elastico. Infatti hanno cacciato via me e quelli come me, e hanno ordinato al sacerdozio un esercito di ricchioni e di pagliacci, alcuni dei quali spretati nel giro di pochi anni, senza contare quelli finiti sui giornali per questioni di rilevanza penale.

Quando il rettore mi congedò non avevo più il sorriso d'ordinanza, ma un'espressione di inossidabile perplessità. Uscendo da quella Stanza 101, guardai per un'ultima volta quella porta e gli augurai di ricevere adeguata ricompensa.

domenica 5 maggio 2019

Domenica sera

Dopo l'attività obbligatoria in parrocchia, la domenica sera si rientrava in seminario, con l'obbligo di presenziare ai vespri alle 19. Tutti facevano in modo da rientrare per le 18:30-18:45. Così, poteva capitare che un po' di traffico o qualche altro piccolo intoppo ti facessero arrivare in ritardo e saltare i vespri (entrare in cappella a preghiera già iniziata era uno dei peggiori marchi d'infamia... qualora non si appartenesse al gaio cerchio magico. Meglio assentarsi e fare in modo da comparire subito dopo il segnale del si può uscire dalla cappella).

La domenica sera il perfido animatore era quasi sempre assente, per imprecisati (cioè fantasiosi) impegni di parrocchia e di diocesi, ma appena rientrato si informava subito presso i suoi lecchini lacché. I ritardatari sarebbero stati poi bersaglio del solito mobbing di quei sorrisetti, quelle mezze occhiatacce calibrate, quelle mezze allusioni nell'omelia al mattino... La prima volta sei dispiaciuto e vorresti anche scusarti (ma ti accorgi subito che chi si scusa si accusa e il sorrisetto di risposta non coincide col perdono ma col timbro di conferma di un nuovo capo d'imputazione), la seconda volta sei seccato, la terza volta avverti che il peso è già eccessivo: ma perché ce l'ha con me? Un peso perché vorresti liberartene, vorresti dire che con o senza pioggia c'era davvero traffico sulla statale, vorresti gridare che eravate d'accordo a partire mezz'ora prima ma uno dei commilitoni si è presentato all'appuntamento con più di venti minuti di ritardo, vorresti gridare che non siete gli unici ad aver tardato, vorresti fargli notare che lui stesso è il più ritardatario di tutti, vorresti fargli notare che in un anno di rientri della domenica sera lui è stato puntuale solo tre volte, e tu ritardatario solo quattro...

E invece no. Ti mette il marchio di ritardatario. Non potevate partire prima? Inutile tentare di dirgli che eravamo partiti almeno dieci minuti prima e che l'intenzione era di partire mezz'ora prima. Non potevate anticipare la partenza? Inutile fargli notare che è la stessa domanda di prima e che comunque se quattro o cinque seminaristi anticipano, può sempre capitare una piccola emergenza o un ritardo ad uno di loro che coinvolge gli altri della stessa macchina. Guai a far notare che anche altri seminaristi si presentavano in ritardo la domenica sera, talvolta persino dopo le 23, con improbabile messaggino o telefonatina che il gaio animatore, per gaio sentir comune, automaticamente perdonava, al contrario di te e gli altri che non erano del suo gaio club. Con quel suo sguardino tagliente, quelle allusioni durante l'omelia il giorno dopo, quel proclamare pilatescamente di dover prendere provvedimenti o di segnalarlo nella relazione di fine anno, oppure, peggio, fartelo sapere attraverso qualche commilitone preoccupato per te, riusciva a fartelo pesare.

Tutto questo non riguarda l'attitudine al sacerdozio, tanto meno la puntualità. Che tu abbia attitudine o no, ai formatori non importa un fico secco. Sei solo una riga in un foglio Excel, con una fila di fumose caselline da smarcare: pastoralità, puntualità alle prove di canto, dialogo, diocesanità, disponibilità... Dichiareranno che sei pronto per il sacerdozio quando avranno le caselline piene. E se risulti loro antipatico per un qualsiasi motivo - fosse anche la tua maglietta (non sto esagerando, non è una metafora), le caselline non si riempiranno mai.

martedì 30 aprile 2019

Quel Natale e questo Natale

È passato un altro Natale in cui sono andato in chiesa in maglione e cappotto anziché in talare e tabarro.

Anni fa, nella scalcinata parrocchietta in cui ero stato assegnato, mi presentai la sera del 24 dicembre col clergyman. Apriti cielo. Ovviamente avevo già pronta la scusa: dopo il rito di ammissione tra i candidati all'ordine sacro, almeno a Natale e Pasqua "bisogna dare un segno alla gente" (per usare la volgarissima lingua clericalese).

Il parroco, un tarchiato postsessantottino il cui sorrisetto nascondeva a stento la scomposta furia di cui è capace uno che non è riuscito a far carriera, quella scusa certamente se l'aspettava. Infatti mi chiese di andare a comprare delle robette per la canonica - carta igienica e altre amenità che non erano affatto tanto urgenti. Gli feci presente che dovevo "preparare la celebrazione" (per usare la volgarissima lingua clericalese) e lui anziché insistere tradì le sue intenzioni menzionando il mio clergyman. Eh, sì, gli faccio presente, è la sera della vigilia Natale, posso mica andare vestito così a fare la spesa proprio all'ora in cui sta per iniziare la Messa della notte? E lui spara la domanda retorica che aveva già pronta da tempo: ma allora ti vergogni di vestirti cosi?

Si aspettava un "no" (e quindi avrebbe insistito per umiliarmi mandandomi vestito così a comprare delle ridicolaggini, in odio a quel "segno alla gente" che fa pensare alla dignità del sacerdozio), ma aveva previsto anche un "sì" (e se ne sarebbe fatto forte dicendo in curia e al vescovo che il sottoscritto vive il suo percorso di discernimento come una forzatura, sempre in volgarissima lingua clericalese: il clergyman diventa improvvisamente sinonimo di "percorso di discernimento", cioè seminario, formatori, vescovo, parroci, tutto, solo perché si può usare nella guerra contro le vocazioni).

Gli risposi che il mio posto è in parrocchia e per questo sono vestito così, ma se proprio ci tiene, vado a fare la spesa. Ci teneva, ci teneva: ignorò perfino i ragazzetti che non vedevano l'ora di dare una mano. E così ci andai, dando fondo a tutte le mie energie mentali per immaginarmi invisibile (ero certo che qualcun altro in giro sarebbe stato spedito a controllare se nasconde il clergyman: ai lettori di questo blog potrebbe sembrare un'esagerazione da film di spionaggio, ma io davvero ho assistito in diretta a scene assurde, come nel caso di un seminarista colto in flagrante a comprarsi una camicia nel negozio di marca rinomata a decine di chilometri di distanza: non si è mai saputo chi è che lo aveva seguìto, identificato, e notato uscire dal negozio con gli acquisti appena fatti, e gli restò l'etichetta di vanesio e sfarzoso che perdura ancor oggi).

Per mia fortuna il negozio aveva appena chiuso. Volevo correre in parrocchia a fare il mio dovere - cioè a "preparare"  le cazzate natalizie obbligatorie (cartelloni, fiori, ammennicoli idioti, sedie...) ma strada facendo mi resi conto che il parroco l'aveva già avuta vinta su tutta la linea.

Sapeva che ci tenevo al clergyman e aveva trovato il modo migliore per umiliarmi.
Sapeva che detestavo il servizio in parrocchia e aveva trovato il modo migliore per farmi correre a farlo.
Sapeva che il mio apporto in parrocchia era inutile e aveva trovato non solo il modo di farmelo notare, ma anche il modo di poter farlo pesare contro di me ("eh, gli ho chiesto di comprare delle cose, ma ci ha messo troppo tempo, anzi, hanno lavorato senza di lui, anzi, è tornato subito ma poi non lavorava più come prima, anzi...").

Alle 22:30 passate il trambusto in chiesa è diventato insopportabile - chi corre di qua, chi sposta di là, chi prova le luci, chi le sedie, chi i microfoni, con quella indomabile frenesia di chi sta preparando il Grande Spettacolo Mondiale. Un'atmosfera opprimente, che però qua e là concede suo malgrado l'alibi: lascia fare a noi per le luci... Così, per dare aria ai polmoni e all'anima, resto fuori sul sagrato, con l'alibi del fare"servizio di accoglienza" (un'altra, ennesima, mostruosa cazzata dogmatica del vaticansecondismo imbecille) finché qualcuno dell'esercito degli ansiosi non mi chiamasse ad altro incarico "urgentissimo".

Càpitano una donna e una ragazzina, pochi minuti prima della Messa. La donna mi vede in clergyman e mi chiede se sia io il parroco. No, signora, mi manca ancora qualche annetto per diventar prete. Mi chiede allora, visto che è tardi, se sia ancora possibile confessarsi oppure fare la Comunione rinviando la confessione a dopo. Signora mia, se ci sono peccati mortali, la Comunione non si può fare, però potete comodamente tornare domani sera che c'è un'altra Messa e non c'è quasi nessuno (perché è la sera del 25) e avrete la possibilità di confessarvi prima della Messa.

La donna balbetta qualcosa e la figlia le chiede ingenuamente: mamma, ma i tuoi sono mortali? Interrompo la figlia mentre sta ancora parlando: beh, ognuno sa le proprie cose... e alla madre: sapete, a Natale è consigliato ma mica obbligatorio andare alla Messa di mezzanotte, visto che domani qui ci sono altre tre Messe di Natale uguali a questa, alle otto di mattina, alle dodici, e alle cinque del  pomeriggio che non ci viene quasi nessuno perché stanno ancora tutti a fare il pranzo di Natale... Oops, scusate, mi stanno chiamando in chiesa per un servizio urgentissimo.

Quel rospo che ho dovuto mandar giù per la carta igienica aveva almeno fruttato la possibilità che una donna e una ragazzina abbiano evitato una Comunione in stato di peccato mortale e forse anche l'aver capito che esistono peccati mortali. E questo a causa di una camicia clergy indossata da seminarista. Quel benedetto clergy (neanche talare, proprio un clergy con "colletto romano") è stata la scintilla per insegnare qualcosa che questa insipida genìa di preti postconciliari non ha saputo trasmettere in miliardi di omelie, fervorini, lezioncine, articolini.

Poco più tardi, durante la consacrazione, ero l'unico in ginocchio.

sabato 27 aprile 2019

Ostacoli al sacerdozio: la c.d. “formazione”

Quel caro buon Vecchio Amico, durante il primo anno, mi disse: sai, il bello del seminario Tal dei Tali è che nessuno ti rompe il cazzo. Mantieni un basso profilo, non ti assenti alle liturgie, stai tutto il resto del tempo in camera a studiare o dormire, e nessuno ti rompe il cazzo.

Fu la miglior pubblicità possibile per un seminario. Infatti dalle mie parti i formatori studiosamente s'ingegnavano giorno e notte per mettere nei guai ogni vocazione che non coincideva con le loro strane idee e innaturali attenzioni. Per esempio, sul giovanotto carino fioccavano i trenta e anche la lode, beccava sempre i turni di servizio più comodi, veniva sempre perdonato tutto: i formatori e i docenti erano o froci dentro, o froci fuori, o poco propensi a inimicarsi qualche bell'efebo o qualche altro frocio, e pertanto per il giovanotto carino era tutta una comoda via in discesa. Tanto più che di mente e di carattere era il tipico pagliaccetto da parrocchia, solo più carino degli altri. (No, il fatto che io e costui fossimo in buoni rapporti non mi giovò. Nella testa frocescamente bacata dei froci formatori ciò poteva esser interpretato solo come attrazione omo, cioè come un parvenu che tenta maldestramente di ammaliare la loro prenotatissima miss).

La pressoché totalità di coloro che si rifiutano di credermi o ha vinto la lotteria entrando in un seminario nella rarissima combinazione di circostanze in cui nessuno ti rompe il cazzo, o aveva qualche facilitazione di cui non si rendeva conto (come l'essere carino agli occhi dei formatori, omosessuali più o meno latenti). Un pagliaccio in buona fede, una volta prete, si disse sorpreso del mio caso, poiché lui aveva avuto "problemi in seminario" solo negli ultimi anni, sfangandola perché il vescovo era troppo a corto di vocazioni (ed anche perché i formatori lo vedevano allergico a talari, latino e pre-Concilio). Un altro prete, che per vari motivi a settant'anni ancora non aveva mai avuto un incarico da parroco, si diceva meravigliato che la presunta mia inabilità a diventare parroco fosse un ostacolo: "altrimenti non avrebbero dovuto ordinare neppure me, che ho sempre fatto l'insegnante".

Una volta, ospite di una casa di formazione, mi fecero pranzare a parte. Ero capitato nel giorno in cui i seminaristi avevano un pranzo settimanale coi formatori e ciò che si sarebbero detti a tavola doveva rimanere "tra loro". Non ci volle grande sforzo a capire il sottinteso: confusione tra foro interno e foro esterno. Uno le cose le dovrebbe confessare solo al confessore, e farsele dirigere solo dal direttore spirituale, in entrambi i casi nel segreto, specialmente segreto riguardo ai formatori. Altro che amici amiconi che "condividono tutto". Di sera, fuori dalla casa (e cioè in campo neutro), ebbi modo di parlare con uno di tali seminaristi. Dopo avergli offerto un buon paio di birre (in cervisia veritas) il soggetto ammise che lì da loro funziona tutto benissimo ma “se uno non rivela le proprie cose, i superiori la prendono a male”. Come a dire: ufficialmente non ti rompono il cazzo, però confondono il foro interno con l'esterno... Come meravigliarsi che un seminarista, sotto tale pressione, si rivolga all'alcol ogni volta che può? Successivamente venni a sapere che lo spedirono in capo al mondo per un annetto o due, tempo in cui doveva dimostrarsi entusiasta e zelante (altrimenti...) e allergico all'alcol. Insomma: anche dove non rompono, alla fine dei conti ugualmente rompono.

La formazione al sacerdozio, a causa della sua stessa lunghezza, è già discernimento. Hai bisogno di tempo perché le cose da studiare sono tante (soprattutto quelle che non ti serviranno mai e che ti lasceranno dentro solo un sapore nauseante e stantìo), e non puoi certo giocarti il ritmo “asincrono” da studentello universitario perché hai da rispettare gli orari delle liturgie, delle attività (sempre troppe), dei servizi comuni (sempre al momento sbagliato), hai da barcamenarti nei rapporti sociali perché in uno spazio chiuso e dove tutti hanno i minuti contati una piuma che cade a terra fa fracasso per un mese.

Quella lunghezza è già discernimento: salvo rari casi - comunque difficili da identificare in altri modi - uno può fingersi diverso per qualche giorno, qualche settimana, forse addirittura qualche mese, ma non può riuscirci per interi anni. Le attitudini del singolo vengono inesorabilmente fuori anche se fosse autorizzato a restar sempre chiuso in camera e ad uscirne solo per liturgie e lezioni. Nei corridoi del seminario ho appreso di ogni singolo lato oscuro dei miei commilitoni nell'arco di pochi mesi al massimo, senza nemmeno aver bisogno di pronunciare molte più parole di "buongiorno" e "buonasera". Non serve grande sforzo: anche il più ipocrita ed esperto a recitare la parte prima o poi finisce involontariamente per tradire ciò che voleva nascondere.

Il problema della formazione al sacerdozio è la pretesa che le lettere dimissorie equivalgano ad un certificato di abilitazione professionale: se il candidato non è adattissimo a fare il mestiere del parroco secondo le previsioni di produttività prestabilite dalla cricca curiale, allora o lo si costringe con la forza o più facilmente lo si sbatte fuori. Dopotutto alla Chiesa le vocazioni non servono a niente (“Tre vocazioni qui sono anche troppe”, come disse quel gran frocione del preposito dal culo sfondato, facendosi sentire più da Nostro Signore che da noialtri).

Quel buon Vecchio Amico, comunque, dopo il terzo anno non ne poté più: troppi froci. Per cui non basta neppure tenere un basso profilo e star sempre in camera in silenzio. L'omosessualità - specie quella latente - diventa un problema serio in un ambiente chiuso e tutto maschile, perché introduce tensioni. Prima o poi trovi qualcuno che si ingelosisce, qualcun altro che decide di metterti alla prova, qualcun altro che vorrebbe accasarti (non necessariamente con lui), qualcun altro che crede di aver ricevuto la missione divina di distruggerti lentamente perché non hai dato corda a Tizio e Caio...

Non diversamente va negli ordini religiosi. Come in quello Super Famoso dove la casa di formazione è di fatto un assembramento di coppiette omo. Se non hai scelto il tuo partner, sarà lui a scegliere te. Te ne accorgerai perché diventa un tuo stalker, diventa geloso, si lascia andare a scene di pianto se ti vede parlare per più di un minuto con qualcun altro (cioè sospetta che lo tradisci) o se non gli concedi di permanere a chiacchierare in camera tua per più di venti minuti e fuori orario... I superiori fanno finta di niente, anzi, alzano il rating di quelli più carini. Se ci stai, la tua carriera sarà facile, il successo sarà comodo (ma le rate omo da "pagare" non finiranno mai). Chiudono anche un occhio, finché possibile, sul fatto che qualche tuo commilitone sia andato addirittura prostituendosi (rigorosamente omo) nei cessi della stazione (e magari costui è giunto tranquillamente al sacerdozio): dopotutto, oggidì chi è che non ha bisogno di soldi?

venerdì 26 aprile 2019

Formatori: una precisazione

Il rapporto fra formatori e seminaristi dovrebbe essere quello tra uomini, non quello tra vicine di casa. Tra uomini: "chiamo l'idraulico che detesto, perché risolve il problema". Tra vicine di pollaio: "l'idraulico mi è antipatico, non lo chiamo più! meglio tenermi il problema piuttosto che risolverlo. Inoltre, non chiamandolo, risparmio!"

Tra uomini significa che si bada alla vigna del Signore - anche qualora si trattasse di collaborare a far assumere un operaio per un'area della vigna di competenza altrui. Tra uomini significa che si bada all'essenziale (la fede ce l'ha? avverte la chiamata? è virile? ha mica qualche seria debolezza morale?) piuttosto che all'accessorio (è un tradizionalista? sarà in grado di reggere una parrocchia? parteciperà con florido e dialogante entusiasmo a tutti i consigli pastorali, fiaccolate contro l'antisemitismo e l'omofobia?)

sabato 23 marzo 2019

Primo anno di seminario: sintesi personale

Verso la fine di ogni anno di seminario i superiori chiedono ad ogni seminarista di consegnare una relazione personale in cui aver personalmente descritto le difficoltà e gli ostacoli emersi durante l'anno per quanto riguarda la formazione (spirituale, umana, pastorale e intellettuale), nonché i positivi risultati raggiunti. Il testo andava scritto stando in cappella, in seguito ad almeno un'ora di preghiera silenziosa, e scritto nella massima sincerità.

Ma nonostante l'apparenza di buone intenzioni, tale testo sarebbe stato utilizzato (tanto per cambiare) per aggravare le accuse ai seminaristi che i formatori avevano già nel mirino (cioè i sospetti tradizionalisti). Per cui la prima bozza - quella sincera, sgorgata dal cuore di fronte al Santissimo Sacramento - era impossibile da consegnare ai superiori.

Dopo enorme fatica il nostro eroe partorì la seconda versione, qui di seguito riportata, avendo tentato in ogni modo di ammorbidirla senza dire falsità. Prima di consegnarla, il seminarista tentò per cautela di leggerla ad un commilitone fidato e intrallazziere, il quale lo interruppe al punto 2 della sintesi iniziale gridando con terrore: "ma vuoi farti scacciare dal seminario!? riscrivila daccapo senza dire nulla che possa urtare la suscettibilità dei formatori!" Per cui neppure questa versione ottimista e giuliva fu consegnata.

* * *

Relazione di fine anno - Primo anno di seminario maggiore

In sintesi
  1. il seminarista si è ben inserito nella vita comunitaria ed ha stabilito un rapporto schietto con i superiori;
  2. il tempo a disposizione del seminarista è insufficiente rispetto alle attività richiestegli;
  3. non sempre è stata rispettata la spiritualit๠del seminarista.
Formazione spirituale

Il seminarista ha sopportato pazientemente l’imposizione di preghiere e metodi di preghiera che non sempre hanno rispettato la sua spiritualità. Ha inoltre sopportato malvolentieri alcune indelicatezze² liturgiche.

Indubbiamente positivo invece il rapporto col padre spirituale (anche per la libertà di orario concessa al seminarista) e la possibilità di servirgli Messa di tanto in tanto.

Il seminarista è stato fedele ai tempi di preghiera comunitaria e personale, vissute con serenità e con la stabilità che desiderava, a scapito talvolta³ della salute.

Formazione umana

L’insistenza sullo “stare in sala comune” per “fare comunità” appare ingiustificata in quanto il seminarista, di carattere un po’ riservato ma decisamente allegro, è riuscito a costruire (e continua a costruire) rapporti umani⁴ stabili e sinceri anche con persone in difficoltà.

Il seminarista è stato fedele a tutti gli incarichi e servizi che gli sono stati affidati (a meno di motivi di salute⁵, ed a costo di piccoli⁶ rimproveri da parte di qualche professore), nonché sempre disponibile nei confronti degli altri – ma dovrebbe esserlo meno sia perché di ciò alcuni⁷ ne approfittano, sia a causa del carico di impegni e servizi.

Formazione pastorale

Giudizio positivo a causa della vicinanza alla diocesi, per cui è stato possibile, quasi tutti i fine settimana, prestare servizio nella parrocchia assegnatagli. Secondo l’indicazione dell’Animatore ad inizio anno, e in accordo⁸ col Parroco, non ha ricevuto incarichi impegnativi, rinviati al prossimo anno⁹.

Formazione intellettuale

I discreti risultati raggiunti premiano probabilmente più la formazione culturale precedente che l’effettivo impegno nello studio.

Nonostante infatti i risultati degli esami tutto sommato positivi, a motivo delle numerose attività di seminario (pulizie e servizi personali, comunitari ed intercomunitari, feste, incontri, imprevisti, assistenza a seminaristi e sacerdoti, nonché altri impegni altrettanto praticamente inevitabili nel quotidiano) è stata abbastanza dura riuscire a trovare il tempo per uno studio intelligente e non nozionista.

* * *


Note per la comprensione del testo:
  1. "non rispettata la spiritualità" significa che i formatori si erano ripetutamente e pubblicamente fatti beffe di qualsiasi cosa etichettabile come tradizionale, come se fosse qualcosa di vergognoso e infantile e di ostacolo al sacerdozio
  2. si tratta di numerosi e gravi abusi liturgici perpetrati in nome del "qui siamo in seminario e perciò facciamo le cose in modo più speciale" 
  3. andare a Messa con la febbre a 39 in onore del Signore, sì, ma anche perché nei riguardi dei sospetti tradizionalisti c'è un ossessivo controllo presenze
  4. la fissazione del "fare comunità" e del "relazionarsi" è psicologismo gesuitante da quattro soldi. In seminario occorre perennemente recitare la parte delle oche giulive
  5. se sei nel mirino vorranno considerarti "a prescindere" un lavativo pelandrone scansafatiche pigrone inadatto al sacerdozio; se sei una delle checche favorite dei formatori qualsiasi scusa sceglierai sarà buona per scansarti turni e servizi
  6. al docente non interessa che il carico di servizi ti abbia impedito di essere presente, e al formatore non interessa che in certe occasioni il docente abbia deciso a sorpresa che era necessaria la tua presenza. Pertanto, dovendo scegliere quale callo pestare, hai scelto quello che dava meno conseguenze in diocesi (e a fine anno hai ricordato che era necessario tentare di minimizzare l'accaduto)
  7. le checche preferite dei formatori consideravano poco meno che camerieri coloro che erano nel mirino. Quel largo giro di parole serve per stemperare le delazioni delle checche senza offrire terreno alla gravissima accusa della mancata "disponibilità"
  8. un sospetto tradizionalista non può essere assegnato a incarichi normali (catechesi, attività educative, ecc.) perché promuoverebbe la Tradizione invece che la froceria. Pertanto il parroco ti dice: "starai con i ragazzi", cioè sarai il clown che ciondola nei locali della parrocchia ad uso dei ragazzini annoiati (che peraltro già stravedevano per te). Il parroco non sapeva che anche l'animatore del seminario aveva suggerito la stessa inutile attività in nome di un imprecisato crescere nel dialogo
  9. wishful thinking. In realtà ogni anno era uno "starai con i ragazzi".

mercoledì 20 marzo 2019

Rapporto: primo anno di seminario

Formazione spirituale
  • Professionisti dell’entusiasmo (testimoni di una fede fatta solo di “animazione”, formalismi, paroloni, cantatine).
  • Abusi liturgici – primo fra tutti “l’anafora di san Basilio” (neppure al Vescovo faceva piacere che si usasse una preghiera eucaristica non riportata nel messale), la comunione “self‑service” (indelicatezza nei confronti dell’Eux, oltre che declassamento e ridicolizzazione del ruolo del sacerdote), diverse pagliacciate con gli abiti liturgici (tollerate quando non incoraggiate).
  • Insistenza sospetta sulla preghiera spontanea (spiritualismo fideista e pentecostalista).
  • Linguaggio ambiguo – termini mai usati: grazia, morte, inferno, purgatorio, paradiso, resurrezione dei corpi (la conoscenza delle verità di fede è data per scontata).
  • Riduzione della fede a organizzazionismo, insieme di regole e regolette, breviari e libretti dei canti, canzoncine e ricerca continua di “novità” perché “tanto per cambiare un po’” (noia mortale).
  • Riduzione della confessione ad una devozione qualunque, da “giornata penitenziale” (come se fosse estranea alla Comunione).
  • Linguaggio ambiguo (come se il sacerdozio equivalesse al mestiere del parolaio): ideologia della “Parola”, da cantare o declamare pomposamente.
  • Messa feriale mai inferiore ai 55/60 minuti (pesantezza liturgica annoiante), nonché raffica di preghiere e preghierine giusto per accontentare anche i “bigotti” (falsa “par condicio”).
  • Atmosfera di sacralità proporzionale agli addobbi in cappella (alla faccia del tabernacolo che è sempre lo stesso...).
  • Imposizione di preghiere e preghierine, nonché controllo poliziesco delle assenze e dei ritardi anche nei casi di attività “libere” (totalitarismo pastorale).
  • Riduzione dei luoghi sacri a studio di registrazione – “vado a farmi una suonatina in cappella” (risultato ultimo della “religione del libretto dei canti”).
  • Calici di terracotta, tabernacolo in legno e senza chiave (pauperismo e superficialità spacciati per semplicità), nonché una certa approssimazione nei paramenti sacri e sull’altare in merito a ceri, panni sacri, fiori, etc.
  • Etichettamento come bigotteria a tutto ciò che non è “allineato” all’andazzo (persecuzione non violenta).
  • Scarsa o nulla considerazione dei tempi di preghiera, lettura spirituale e meditazione personali (assolutizzazione ingenua della comunitarietà).
  • Uso eccessivo di “canti da parrocchia” e uso “pro forma” (ma in compenso infrequente) di qualche raro gregoriano (riduzione della dimensione del canto a “zecchino d’oro da parrocchia”).
  • Preparazione sospettosamente finalizzata al ruolo ambiguo di amministratore/animatore di centro parrocchiale (invece che di santo sacerdote).
  • Ecumenismo umanitarista e sincretino (la “religione del dialogo”).
Formazione umana
  • Guerra di nervi (alla faccia della carità cristiana): risposte ambigue con facce ancora più ambigue, sgridate e critiche inviate per terza persona, sceneggiate derisorie, “prediche contro” (camorra pastorale).
  • Libertà sostanzialmente negata (gesti che devono fare “tutti!”) e atteggiamento meschinamente poliziesco; fra l’altro non si può uscire se non il lunedì pomeriggio.
  • Omertà, ipocrisia, sindrome da circolo chiuso (una caserma), atteggiamenti peraltro invogliati (sindrome da gregge di pecoroni e leccapiedi); sincerità e lealtà cedono il passo alla “buona riuscita”.
  • Insistenza comicamente sospetta sullo “stare in sala comune” per “fare comunità” (ideologia sociologica).
  • Tolleranza a maniche troppo larghe per effeminati, falsi, demotivati e tiepidi (in compenso si muove guerra fredda contro chi ha una fede più cosciente e limpida).
  • Iperattività selvaggia (azzeramento del tempo libero, in stile militaresco): uno non ha tempo per sé stesso.
Formazione pastorale
  • Catechesi e omelie tra lo spiritualismo ed il sentimentalismo (testimoni di un’assenza).
  • Testimonianze “esterne” al limite (e talvolta ben oltre) dell’eresia (disattenzione o tacita accettazione?).
  • Riduzione del servizio pastorale a una generica “missione bontà” (buonismo filantropico televisivo e volontarista).
Formazione intellettuale
  • Studio nozionista, tecnicista, schiavo delle mode dell’ambiente teologico; studio meccanico, disordinato, non in vista di una santa formazione sacerdotale, con la generale fissazione del “dialogo”, nonché eresie più o meno ben mascherate nel generale ottundimento filosofico e teologico (cioè: nel migliore dei casi, inutile).