Sono stato involontariamente profetico fin dal regno di Giovanni Paolo II.
All'epoca, una volta dissi agli amici che è facile rallegrarsi per un buon Papa. Cominciammo ad aggiungere al rosario l'intenzione "per il Papa e il suo successore".
Quando la radio annunciò l'elezione di papa Ratzinger, vidi qualcuno fare gesti rabbiosi e trattenere una volgare imprecazione. Pensai: "stavolta ci è andata bene: lunga vita al Papa!" (per la cronaca, Bergoglio nel 2005 aveva già racimolato un po' di voti in conclave). Pur non potendo prevedere il futuro, già dicevo agli amici: visto il calibro di Ratzinger, sarà davvero arduo che il successore sia all'altezza. Continuammo dunque a pregare "per il Papa e il suo successore".
In appena due anni papa Ratzinger liberalizza la Messa tridentina (in verità ce lo aspettavamo già dall'inizio dell'estate 2005 ma tardò di due anni: chissà che inimmaginabili pressioni avrà subìto nel frattempo). Negli anni successivi gode di molta più salute di quanta gliene auguravano a mezza bocca i suoi innumerevoli nemici. Infine, nel 2013, capitola miseramente - un rospo difficile da mandar giù ancor oggi.
Nonostante tutte le preghiere, il Bergoglio ha fatto una tale quantità di danni alla Chiesa che occorrerà cambiare l'intenzione di preghiera in "per il Papa e per i suoi successori", perché a devastare e dilapidare ci vuol poco, a ricostruire e rimettere in sesto non bastano vite intere.
Pregare perché Bergoglio si ravveda e confermi i suoi fratelli significa chiedere un miracolo enorme. Ma stando qui, seduti sulle macerie della Chiesa addirittura rovinata più dal Vicario di Cristo che dagli stessi vescovi (fatto inaudito), è davvero perché non c'è altro.
«Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».
sabato 30 aprile 2016
venerdì 29 aprile 2016
Quale diavolo di "spirito giusto"?
Per la centesima volta mi son sentito ripetere che la Amoris Laetitia andrebbe letta nello Spirito Giusto.
Avevo già i nervi un po' tesi, e perciò ho risposto che anche il Capitale di Marx, con lo Spirito Giusto, sembrerà compatibile col Vangelo, se non addirittura uguale: anzi, qualsiasi porcata immonda, qualsiasi valanga di cazzate, qualsiasi maremoto di merda, leggendoli secondo lo Spirito Giusto, permetteranno di scoprirne e apprezzarne dei sublimi distillati di Vangelo.
Tale Spirito Giusto è infatti quello del piegare delicatamente le ambiguità verso il proprio comodo (ossia verso il buonismo). Cioè quello del Maligno.
Avevo già i nervi un po' tesi, e perciò ho risposto che anche il Capitale di Marx, con lo Spirito Giusto, sembrerà compatibile col Vangelo, se non addirittura uguale: anzi, qualsiasi porcata immonda, qualsiasi valanga di cazzate, qualsiasi maremoto di merda, leggendoli secondo lo Spirito Giusto, permetteranno di scoprirne e apprezzarne dei sublimi distillati di Vangelo.
Tale Spirito Giusto è infatti quello del piegare delicatamente le ambiguità verso il proprio comodo (ossia verso il buonismo). Cioè quello del Maligno.
lunedì 14 marzo 2016
Quell'incontro ultrasegreto del Gruppo Giovani
Invitato blandamente da un compagno di scuola, da ragazzino avevo preso a frequentare un gruppetto affiatato che pendeva letteralmente dalle labbra di un certo prete. Il prete aveva ideato una comunità di giovani suoi fedelissimi, e da qualche anno stava brigando per farsela approvare dal vescovo.
Ci si vedeva il martedì sera nella sua parrocchia, ma durante la settimana c'era a parte anche l'incontro dei fedelissimi. Quanto più sono ideologizzati tanto più riescono a tenere il segreto, salvo piccoli incresciosi incidenti. Dopo un po' di mesi, infatti, durante l'estate, per puro caso uscendo sentii uno di loro dire a mezza voce che c'era l'incontro giovedì mattina alle undici, «anche se siamo solo noi tre».
Pensai che potevo benissimo essere il quarto, e così quel giovedì mattina mi incamminai verso la parrocchia e mi presentai a sorpresa nella saletta della canonica. C'erano solo due di quei tre, colti di sorpresa al punto che il tappetto farfugliò qualcosa del tipo «nooo, ma cosa ci fai qui» seguito da un «va beh, oggi non si fa niente» detto fra sé e sé, e l'aristocratico tentò prima «noi stiamo studiando cose nostre», poi rincarò la dose «non sono cose che puoi capire», e infine per rimediare alla propria doppia gaffe fu costretto ad ammettere: «stavamo studiando questo articolo». Mi limitai a rispondere loro che avevo sentito "ci vediamo giovedì mattina" e che avevo creduto che riguardasse anche me.
Non ricordo quale fosse l'articolo, probabilmente una roba blanda di filosofia; l'aristocratico lo ripose nella sua cartellina e prese tre fotocopie di un altro articolo, una roba di storia della Chiesa, ma il tappetto aveva deciso che avremmo fatto meglio a chiacchierare del più e del meno e concludere l'incontro con la solita preghiera in chiesa. Dopodiché ci salutammo, e io aggiunsi: «fatemi sapere» (col sottinteso che non mi sarei più presentato a sorpresa), e uno di loro due aggiunse un'ulteriore gaffe dicendo che avrebbero dovuto chiedere prima il permesso al certo prete.
Ero ragazzino e quindi il fastidio per quelle ridicole affermazioni non bastò a farmi aprire gli occhi. Se fossero avvenuti oggi tali siparietti, avrei immediatamente azzerato ogni contatto col prete e col suo club esclusivo di fedelissimi segretissimi che il martedì sera mostrano una faccia e il giovedì mattina un'altra. Il modo più crudele di devastare simili club autoesclusivi è quello di accontentarli e lasciare che si cuociano nel loro stesso brodo.
Senonché a sorpresa il prete comandò che io venissi invitato "qualche volta" alle riunioni segrete dei fedelissimi. Nonostante tale benestare, costò loro un po' di fatica smorzare la diffidenza.
Come tutti i club iper-esclusivi, se vai a genio al capo diventi membro a pieno titolo da un minuto all'altro; se invece appartieni al resto del mondo allora il percorso per diventare membro si allungherà ogni volta che sta per terminare. Quel Gruppo Giovani, benché formato da poco più di una ventina di soggetti, contava già un cerchio magico, onnipotente, sotto cui c'era un primo strato di fedelissimi, e quindi una serie B col sottoscritto e altri cooptabili (questi ultimi però non sembravano essere tanto intenzionati a entrare), ed infine la bassa plebe.
La caratteristica principale dei fedelissimi del cerchio magico era il poter monopolizzare il prete, specialmente col sacramento della riconciliazione. Trenta, quaranta minuti per una confessione, ogni settimana. Ognuno. Una volta uno dei ragazzi durante la sua chilometrica confessione si accorse che il prete aveva cominciato a russare. Un'altra volta, per un lungo percorso in macchina, l'aristocratico pretese di essere solo in macchina col prete, costringendo una delle altre macchine a viaggiare in cinque; non volendo viaggiare scomodo insistei un po' per andare con lui e il prete, e l'aristocratico diede subito in escandescenze urlandomi: "devo parlargli!" con un'espressione in volto da cane rabbioso pronto all'attacco.
Non so cosa avessero tutti da dirgli di così verboso ogni settimana. Magari pregavano insieme, chissà, magari parlavano del più e del meno, colloqui interminabili su qualsiasi argomento, chissà: era sempre a tu per tu, con ognuno di loro, singolarmente. Il privilegio di monopolizzarlo. Cominciai a pensare che ognuno di loro fosse uno scoppiato e un logorroico, oppure tentasse di sembrarlo pur di continuare ad appartenere all'esclusivissimo club.
Passò un annetto di riunioni del martedì sera, talvolta riunione del giovedì sera più esclusiva, di qualche gita fuoriporta del sabato pomeriggio e della Messa della domenica. Era chiaro che sarei rimasto perennemente in serie B: non avevo mai osato chiedere - e neppure alludere - all'avanzamento di carriera, un po' per timore reverenziale, un po' perché non sapevo esattamente cosa chiedere, e un po' per evitare risposte fumose ma chiaramente negative e indecifrabili rinvii alle calende greche. Ero interessato ad una maggiore amicizia col prete, ma l'aria che si respirava nel gruppo era sempre la stessa, per cui per essergli più amico occorreva salir di carriera: e visto che tutti pensavano così, anch'io - ragazzino inesperto - finii per pensarla allo stesso modo.
Nell'estate successiva, in una riunione segretissima e specialissima, dopo la preghiera iniziale il prete ci disse che la forma del gruppo stava per essere «un po' cambiata» a causa delle decisioni del vescovo. Il vescovo, in sintesi, aveva stabilito che era inutile creare un nuovo gruppo giovani per fare cose che si possono fare in qualsiasi gruppo giovani di qualsiasi parrocchia. Sottinteso: aveva capito che il collante del gruppo era solo l'essere fedelissimi di quel prete e cooptati da lui. Evidentemente il vescovo non gradiva che ad ogni spostamento del prete da una parrocchia all'altra sarebbe immediatamente corrisposto uno spostamento di tutto il gruppo in blocco, come già avvenuto qualche anno prima.
Il prete la prese alquanto maluccio anche se fece di tutto per non farlo notare. Fu però capace di trarre vantaggio dalla crisi. Il gruppo divenne ufficialmente più libero e più autonomo (inaudito: perfino qualche riunione del martedì senza il prete!), in realtà ci furono delle promozioni dalla serie A al cerchio magico, delle retrocessioni dal cerchio magico alla serie A, qualche promozione dalla serie B alla serie A (ma non il sottoscritto), e infine la serie A e la serie B furono abbandonate nelle grinfie di altro clero. Per il prete infatti cominciò il valzer dei trasferimenti di parrocchia in parrocchia: aveva deciso di conservarsi solo il cerchio magico di quelli disposti a seguirlo ovunque. In breve tempo tutti smisero di contattarmi, specialmente il cerchio magico: sorridenti come sempre, ma chissà perché avevano sempre da fare e non sapevano mai quando ci sarebbe stata un'altra riunione.
Non so quanto tempo impiegai per rendermene conto - dopotutto ero ancora un ingenuo ragazzino - ma ad un certo punto capii che tolta la figura del prete, di tutta l'amicizia e la condivisione restava solo aria fritta, e che ognuno aveva troppi impegni nei momenti in cui per un qualsiasi motivo pensavi a loro, e che non valeva la pena continuare ad affannarsi ad inseguire il prete e la sua scia di ultrafedelissimi.
Il valzer dei trasferimenti continuò per qualche altro anno mentre per le normali vicende della vita il cerchio magico si ridusse a tre o quattro inseparabili amiconi. Quando si tratta di distruggere, la curia vescovile è di un'efficienza sovietica.
Non credo che ci sia mai stato del torbido tra il prete e i suoi ragazzi. Era uno che sa ascoltare con pazienza, e perciò calamitava a sé quelli che non avendo nulla da dire parlano senza sosta, quelli che hanno qualche squilibrio affettivo e si attaccano al primo che li prende sul serio, quelli che in ogni ambiente in cui si trovano cercano sempre di appartenere a qualche club esclusivo.
Ci si vedeva il martedì sera nella sua parrocchia, ma durante la settimana c'era a parte anche l'incontro dei fedelissimi. Quanto più sono ideologizzati tanto più riescono a tenere il segreto, salvo piccoli incresciosi incidenti. Dopo un po' di mesi, infatti, durante l'estate, per puro caso uscendo sentii uno di loro dire a mezza voce che c'era l'incontro giovedì mattina alle undici, «anche se siamo solo noi tre».
Pensai che potevo benissimo essere il quarto, e così quel giovedì mattina mi incamminai verso la parrocchia e mi presentai a sorpresa nella saletta della canonica. C'erano solo due di quei tre, colti di sorpresa al punto che il tappetto farfugliò qualcosa del tipo «nooo, ma cosa ci fai qui» seguito da un «va beh, oggi non si fa niente» detto fra sé e sé, e l'aristocratico tentò prima «noi stiamo studiando cose nostre», poi rincarò la dose «non sono cose che puoi capire», e infine per rimediare alla propria doppia gaffe fu costretto ad ammettere: «stavamo studiando questo articolo». Mi limitai a rispondere loro che avevo sentito "ci vediamo giovedì mattina" e che avevo creduto che riguardasse anche me.
Non ricordo quale fosse l'articolo, probabilmente una roba blanda di filosofia; l'aristocratico lo ripose nella sua cartellina e prese tre fotocopie di un altro articolo, una roba di storia della Chiesa, ma il tappetto aveva deciso che avremmo fatto meglio a chiacchierare del più e del meno e concludere l'incontro con la solita preghiera in chiesa. Dopodiché ci salutammo, e io aggiunsi: «fatemi sapere» (col sottinteso che non mi sarei più presentato a sorpresa), e uno di loro due aggiunse un'ulteriore gaffe dicendo che avrebbero dovuto chiedere prima il permesso al certo prete.
Ero ragazzino e quindi il fastidio per quelle ridicole affermazioni non bastò a farmi aprire gli occhi. Se fossero avvenuti oggi tali siparietti, avrei immediatamente azzerato ogni contatto col prete e col suo club esclusivo di fedelissimi segretissimi che il martedì sera mostrano una faccia e il giovedì mattina un'altra. Il modo più crudele di devastare simili club autoesclusivi è quello di accontentarli e lasciare che si cuociano nel loro stesso brodo.
Senonché a sorpresa il prete comandò che io venissi invitato "qualche volta" alle riunioni segrete dei fedelissimi. Nonostante tale benestare, costò loro un po' di fatica smorzare la diffidenza.
Come tutti i club iper-esclusivi, se vai a genio al capo diventi membro a pieno titolo da un minuto all'altro; se invece appartieni al resto del mondo allora il percorso per diventare membro si allungherà ogni volta che sta per terminare. Quel Gruppo Giovani, benché formato da poco più di una ventina di soggetti, contava già un cerchio magico, onnipotente, sotto cui c'era un primo strato di fedelissimi, e quindi una serie B col sottoscritto e altri cooptabili (questi ultimi però non sembravano essere tanto intenzionati a entrare), ed infine la bassa plebe.
La caratteristica principale dei fedelissimi del cerchio magico era il poter monopolizzare il prete, specialmente col sacramento della riconciliazione. Trenta, quaranta minuti per una confessione, ogni settimana. Ognuno. Una volta uno dei ragazzi durante la sua chilometrica confessione si accorse che il prete aveva cominciato a russare. Un'altra volta, per un lungo percorso in macchina, l'aristocratico pretese di essere solo in macchina col prete, costringendo una delle altre macchine a viaggiare in cinque; non volendo viaggiare scomodo insistei un po' per andare con lui e il prete, e l'aristocratico diede subito in escandescenze urlandomi: "devo parlargli!" con un'espressione in volto da cane rabbioso pronto all'attacco.
Non so cosa avessero tutti da dirgli di così verboso ogni settimana. Magari pregavano insieme, chissà, magari parlavano del più e del meno, colloqui interminabili su qualsiasi argomento, chissà: era sempre a tu per tu, con ognuno di loro, singolarmente. Il privilegio di monopolizzarlo. Cominciai a pensare che ognuno di loro fosse uno scoppiato e un logorroico, oppure tentasse di sembrarlo pur di continuare ad appartenere all'esclusivissimo club.
Passò un annetto di riunioni del martedì sera, talvolta riunione del giovedì sera più esclusiva, di qualche gita fuoriporta del sabato pomeriggio e della Messa della domenica. Era chiaro che sarei rimasto perennemente in serie B: non avevo mai osato chiedere - e neppure alludere - all'avanzamento di carriera, un po' per timore reverenziale, un po' perché non sapevo esattamente cosa chiedere, e un po' per evitare risposte fumose ma chiaramente negative e indecifrabili rinvii alle calende greche. Ero interessato ad una maggiore amicizia col prete, ma l'aria che si respirava nel gruppo era sempre la stessa, per cui per essergli più amico occorreva salir di carriera: e visto che tutti pensavano così, anch'io - ragazzino inesperto - finii per pensarla allo stesso modo.
Nell'estate successiva, in una riunione segretissima e specialissima, dopo la preghiera iniziale il prete ci disse che la forma del gruppo stava per essere «un po' cambiata» a causa delle decisioni del vescovo. Il vescovo, in sintesi, aveva stabilito che era inutile creare un nuovo gruppo giovani per fare cose che si possono fare in qualsiasi gruppo giovani di qualsiasi parrocchia. Sottinteso: aveva capito che il collante del gruppo era solo l'essere fedelissimi di quel prete e cooptati da lui. Evidentemente il vescovo non gradiva che ad ogni spostamento del prete da una parrocchia all'altra sarebbe immediatamente corrisposto uno spostamento di tutto il gruppo in blocco, come già avvenuto qualche anno prima.
Il prete la prese alquanto maluccio anche se fece di tutto per non farlo notare. Fu però capace di trarre vantaggio dalla crisi. Il gruppo divenne ufficialmente più libero e più autonomo (inaudito: perfino qualche riunione del martedì senza il prete!), in realtà ci furono delle promozioni dalla serie A al cerchio magico, delle retrocessioni dal cerchio magico alla serie A, qualche promozione dalla serie B alla serie A (ma non il sottoscritto), e infine la serie A e la serie B furono abbandonate nelle grinfie di altro clero. Per il prete infatti cominciò il valzer dei trasferimenti di parrocchia in parrocchia: aveva deciso di conservarsi solo il cerchio magico di quelli disposti a seguirlo ovunque. In breve tempo tutti smisero di contattarmi, specialmente il cerchio magico: sorridenti come sempre, ma chissà perché avevano sempre da fare e non sapevano mai quando ci sarebbe stata un'altra riunione.
Non so quanto tempo impiegai per rendermene conto - dopotutto ero ancora un ingenuo ragazzino - ma ad un certo punto capii che tolta la figura del prete, di tutta l'amicizia e la condivisione restava solo aria fritta, e che ognuno aveva troppi impegni nei momenti in cui per un qualsiasi motivo pensavi a loro, e che non valeva la pena continuare ad affannarsi ad inseguire il prete e la sua scia di ultrafedelissimi.
Il valzer dei trasferimenti continuò per qualche altro anno mentre per le normali vicende della vita il cerchio magico si ridusse a tre o quattro inseparabili amiconi. Quando si tratta di distruggere, la curia vescovile è di un'efficienza sovietica.
Non credo che ci sia mai stato del torbido tra il prete e i suoi ragazzi. Era uno che sa ascoltare con pazienza, e perciò calamitava a sé quelli che non avendo nulla da dire parlano senza sosta, quelli che hanno qualche squilibrio affettivo e si attaccano al primo che li prende sul serio, quelli che in ogni ambiente in cui si trovano cercano sempre di appartenere a qualche club esclusivo.
martedì 1 marzo 2016
Bastava la sola idea di avere un parente prossimo al sacerdozio...
Un anziano cugino di mio padre, saputo del mio ingresso in seminario, mi chiese di confezionargli una corona del rosario. Un oggetto semplice che probabilmente nelle sue pie intenzioni gli avrebbe rinforzato il legame col sacerdozio, con la Chiesa, con la Beatissima Vergine.
Una sorella di mia madre, ospedalizzata e nell'imminenza della morte, volle vedermi. Mentre mi stringeva forte la mano - quanto le scarse forze le permettevano - non mi disse nulla, ma capii che desiderava Messe in suffragio una volta che fossi diventato sacerdote. Un nipote che le era divenuto più prezioso dei suoi stessi figli.
E poi quei miei due zii che nel vedermi a servire Messa in talare e cotta, tornarono a fare la Comunione. Anche lì un gesto tra la semplicità e l'ingenuità.
Sapere che un loro nipote stava per accedere al sacerdozio... chi l'avrebbe mai detto? In famiglia, a memoria d'uomo, non c'erano mai stati consacrati, né dal lato di mia madre, né dal lato di mio padre. Negli occhi di quei parenti sopra citati era balenata prima l'occasione preziosa che l'occasione di vanto.
Non ho mai coltivato legami con la famiglia allargata, e ancor meno ne coltivavo durante il periodo del seminario. Quando fui ingiustamente dimesso dal vescovo chiusi del tutto ogni contatto con la parentela (cosa facilitata sia dalla mia perpetua assenza da Facebook, sia dall'essermi allontanato dal paese per un lungo periodo), perché semplicemente non volevo dare spiegazioni. Mi avrebbero chiesto - mi è stato ripetutamente e incessantemente e inutilmente chiesto - se avessi avuto una donna, o se avessi fatto qualche grosso pasticcio, o se ci fossero dei motivi impronunciabili...
Nulla di tutto questo. Non riuscivo a spiegare loro che ero stato fatto fuori per antipatie, perché non ero una checca come loro, perché non provenivo dai loro clan. Il vescovo mi aveva detto: «non possiamo dirti di no ma non vogliamo dirti di sì», assumendosi davanti a Dio una responsabilità gravissima. Parenti e amici non sarebbero mai riusciti a credere che coloro che si lamentano della scarsità di vocazioni mandano via le vocazioni tenendosi solo le più effeminate.
Una sorella di mia madre, ospedalizzata e nell'imminenza della morte, volle vedermi. Mentre mi stringeva forte la mano - quanto le scarse forze le permettevano - non mi disse nulla, ma capii che desiderava Messe in suffragio una volta che fossi diventato sacerdote. Un nipote che le era divenuto più prezioso dei suoi stessi figli.
E poi quei miei due zii che nel vedermi a servire Messa in talare e cotta, tornarono a fare la Comunione. Anche lì un gesto tra la semplicità e l'ingenuità.
Sapere che un loro nipote stava per accedere al sacerdozio... chi l'avrebbe mai detto? In famiglia, a memoria d'uomo, non c'erano mai stati consacrati, né dal lato di mia madre, né dal lato di mio padre. Negli occhi di quei parenti sopra citati era balenata prima l'occasione preziosa che l'occasione di vanto.
Non ho mai coltivato legami con la famiglia allargata, e ancor meno ne coltivavo durante il periodo del seminario. Quando fui ingiustamente dimesso dal vescovo chiusi del tutto ogni contatto con la parentela (cosa facilitata sia dalla mia perpetua assenza da Facebook, sia dall'essermi allontanato dal paese per un lungo periodo), perché semplicemente non volevo dare spiegazioni. Mi avrebbero chiesto - mi è stato ripetutamente e incessantemente e inutilmente chiesto - se avessi avuto una donna, o se avessi fatto qualche grosso pasticcio, o se ci fossero dei motivi impronunciabili...
Nulla di tutto questo. Non riuscivo a spiegare loro che ero stato fatto fuori per antipatie, perché non ero una checca come loro, perché non provenivo dai loro clan. Il vescovo mi aveva detto: «non possiamo dirti di no ma non vogliamo dirti di sì», assumendosi davanti a Dio una responsabilità gravissima. Parenti e amici non sarebbero mai riusciti a credere che coloro che si lamentano della scarsità di vocazioni mandano via le vocazioni tenendosi solo le più effeminate.
domenica 28 febbraio 2016
domenica 14 febbraio 2016
Chiacchierata surreale
- Sei mai stato fidanzato?
- Sì, una volta...
- E come mai finì?
- Finì che lei mi mandò via.
- Cosa avevi fatto per farti mandar via? Infedeltà?
- No, diceva che non avevo raggiunto gli obiettivi di dialogo...
- Tutto qui? Un'accusa così fumosa? Nessuna accusa più concreta?
- Tutto qui.
- Ma poi in seguito non ti sei più fidanzato.
- In verità ci avevo provato...
- Quanto tempo durò?
- Non durò neanche una giornata.
- E perché ti mandò via anche la seconda?
- Perché la prima l'aveva subito rintracciata per dirle che non avevo raggiunto gli obiettivi di dialogo che si era prefissata...
- E la seconda ci ha creduto? Sul serio?
- Non so se ci ha creduto sul serio. So solo che non voleva inimicarsi la prima.
(sembra assurdo? no: tutto diventa credibile se si sostituisce "fidanzamento, fidanzata, matrimonio" con "seminario, vescovo, sacerdozio").
- Sì, una volta...
- E come mai finì?
- Finì che lei mi mandò via.
- Cosa avevi fatto per farti mandar via? Infedeltà?
- No, diceva che non avevo raggiunto gli obiettivi di dialogo...
- Tutto qui? Un'accusa così fumosa? Nessuna accusa più concreta?
- Tutto qui.
- Ma poi in seguito non ti sei più fidanzato.
- In verità ci avevo provato...
- Quanto tempo durò?
- Non durò neanche una giornata.
- E perché ti mandò via anche la seconda?
- Perché la prima l'aveva subito rintracciata per dirle che non avevo raggiunto gli obiettivi di dialogo che si era prefissata...
- E la seconda ci ha creduto? Sul serio?
- Non so se ci ha creduto sul serio. So solo che non voleva inimicarsi la prima.
(sembra assurdo? no: tutto diventa credibile se si sostituisce "fidanzamento, fidanzata, matrimonio" con "seminario, vescovo, sacerdozio").
sabato 30 gennaio 2016
Sulla malintesa ubbidienza
Andai a quel ritiro spirituale praticamente al solo scopo di poter parlare a tu per tu con il Superiore della Comunità. Gli avrei esposto il mio caso e gli avrei chiesto se in un futuro anche non vicinissimo ci fosse stato uno spiraglio per me.
Dopo tre giorni di delicato inseguimento finalmente una sera dopo cena riuscii a salutarlo e a presentarmi a lui mentre non c'erano altre orecchie nei dintorni. Eravamo sull'uscio che dava sul cortile, indecisi se entrare o uscire. Per attaccar discorso, dissi qualcosa sulla liturgia. Una parola tira l'altra, e vien fuori la liturgia tridentina. Che in comunità non si celebrava mai: «noi non vogliamo passare per quelli che...»
Mi caddero le braccia e anche gli altri arti. In quelle poche parole mi aveva confessato la sua pavidità, il conformismo della comunità e l'ipocrisia prodotta da una malintesa ubbidienza a un'imprecisabile entità.
Un attimo dopo, con la tipica arroganza sorridente delle scafate parrocchiane di sagrestia, una delle anziane signore si avvicinò per parlare col Padre Superiore, ed io arretrai di un passo per incoraggiarla a catturarlo e togliermelo dalle balle. Voleva inondarlo delle preoccupazioni riguardanti sua figlia, una faccenda che puzzava di frivolo da un chilometro di distanza. La scafata non mi degnò neppure di uno sguardo di ringraziamento, il Padre Superiore non sembrava aver altro da dirmi, e arretrai di un ulteriore passo svanendo nella penombra del cortile. I preti pavidi meritano di veder sprecato il proprio tempo con la gente insignificante che gode nel parlare per ore di questioni insignificanti.
Per costoro il cercare solo il regno di Dio consiste solo nell'eseguire gli incarichi ricevuti quel tanto che basta per non essere sgridati (e un pizzico in più nel caso aspirino a far carriera o amino gli elogi o sentano un po' di sporco nella propria coscienza). Nel giorno del giudizio il Padre Superiore si sentirà dire: ma come, ti avevo mandato tante vocazioni e tu invece hai fatto entrare solo quegli idioti che avresti dovuto tenere accuratamente fuori dalla porta...
Ed il piagnucolone: «ma come? Signore, io ho ubbidito, ho ubbidito a tutti i Piani di Pastorale Vocazionale...»
Dopo tre giorni di delicato inseguimento finalmente una sera dopo cena riuscii a salutarlo e a presentarmi a lui mentre non c'erano altre orecchie nei dintorni. Eravamo sull'uscio che dava sul cortile, indecisi se entrare o uscire. Per attaccar discorso, dissi qualcosa sulla liturgia. Una parola tira l'altra, e vien fuori la liturgia tridentina. Che in comunità non si celebrava mai: «noi non vogliamo passare per quelli che...»
Mi caddero le braccia e anche gli altri arti. In quelle poche parole mi aveva confessato la sua pavidità, il conformismo della comunità e l'ipocrisia prodotta da una malintesa ubbidienza a un'imprecisabile entità.
Un attimo dopo, con la tipica arroganza sorridente delle scafate parrocchiane di sagrestia, una delle anziane signore si avvicinò per parlare col Padre Superiore, ed io arretrai di un passo per incoraggiarla a catturarlo e togliermelo dalle balle. Voleva inondarlo delle preoccupazioni riguardanti sua figlia, una faccenda che puzzava di frivolo da un chilometro di distanza. La scafata non mi degnò neppure di uno sguardo di ringraziamento, il Padre Superiore non sembrava aver altro da dirmi, e arretrai di un ulteriore passo svanendo nella penombra del cortile. I preti pavidi meritano di veder sprecato il proprio tempo con la gente insignificante che gode nel parlare per ore di questioni insignificanti.
Per costoro il cercare solo il regno di Dio consiste solo nell'eseguire gli incarichi ricevuti quel tanto che basta per non essere sgridati (e un pizzico in più nel caso aspirino a far carriera o amino gli elogi o sentano un po' di sporco nella propria coscienza). Nel giorno del giudizio il Padre Superiore si sentirà dire: ma come, ti avevo mandato tante vocazioni e tu invece hai fatto entrare solo quegli idioti che avresti dovuto tenere accuratamente fuori dalla porta...
Ed il piagnucolone: «ma come? Signore, io ho ubbidito, ho ubbidito a tutti i Piani di Pastorale Vocazionale...»
venerdì 22 gennaio 2016
Quelle riviste
Nel tardo pomeriggio portai nella sala comune, quando nessuno mi vedeva, la mia piccola e preziosa collezione di riviste. Mi pareva giusto condividere con gli altri seminaristi ciò che avevo di bello. Anche se non avessero capito nulla di aeronautica, erano zeppe di belle foto: aerei, paesaggi, elicotteri, aeroporti.
A sera, poco prima di cena, le riviste erano state trasferite in blocco nel cestino delle immondizie lì a lato. Ho un sospetto che sfiora la certezza, che sia stato il Figliuolo Prediletto del superiore. Mi limitai a recuperare pietosamente le riviste e a riportarle in camera mia, per ripulirle e salvarle.
La chiusura mentale dei seminaristi è qualcosa di inaudito. Da un lato amano commentare cento volte con voce libidinosa ogni foto di ogni catalogo di articoli religiosi (specialmente paramenti), dall'altro si permettono talvolta di inveire contro coloro che sguazzano tra pizzi e merletti, e poi non appena gli si propone la libertà di guardare qualcosa di diverso (e non peccaminoso), istintivamente cestinano tutto. Quelle riviste che avevo donato alla comunità erano state trattate come spazzatura.
Il guaio è che tali seminaristi fanno carriera proprio in virtù di quell'istinto. Un seminarista capace di leggere qualcosa di diverso dal catalogo paramenti e dall'annuario diocesano, è un seminarista pericoloso, "non dialogante", che perde tempo con frivolezze, che non prega, ecc.
A sera, poco prima di cena, le riviste erano state trasferite in blocco nel cestino delle immondizie lì a lato. Ho un sospetto che sfiora la certezza, che sia stato il Figliuolo Prediletto del superiore. Mi limitai a recuperare pietosamente le riviste e a riportarle in camera mia, per ripulirle e salvarle.
La chiusura mentale dei seminaristi è qualcosa di inaudito. Da un lato amano commentare cento volte con voce libidinosa ogni foto di ogni catalogo di articoli religiosi (specialmente paramenti), dall'altro si permettono talvolta di inveire contro coloro che sguazzano tra pizzi e merletti, e poi non appena gli si propone la libertà di guardare qualcosa di diverso (e non peccaminoso), istintivamente cestinano tutto. Quelle riviste che avevo donato alla comunità erano state trattate come spazzatura.
Il guaio è che tali seminaristi fanno carriera proprio in virtù di quell'istinto. Un seminarista capace di leggere qualcosa di diverso dal catalogo paramenti e dall'annuario diocesano, è un seminarista pericoloso, "non dialogante", che perde tempo con frivolezze, che non prega, ecc.
Iscriviti a:
Post (Atom)

