martedì 8 novembre 2016

«Per timore dei circoncisi»

26 maggio 2014
Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?“ (Gal 2,14)

lunedì 17 ottobre 2016

Quegli esercizi consigliati ma proibiti

Una volta, da seminarista, mi ero iscritto a una settimana di esercizi spirituali per il mese di agosto, una di quelle robe in formato vacanziere anziché contenitore di prediche e asfissianti procedure liturgiche; mi ero iscritto anzitutto per la certezza che nessuno della mia diocesi sarebbe stato lì. L'occasione era stata una di quelle rarissime volte in cui il rettore del seminario ci aveva suggerito di cercarci autonomamente una "esperienza estiva" in aggiunta a quelle che ci programmava la diocesi, e una settimana di esercizi in montagna sarebbe stata considerata "esperienza estiva" senza eccessivi controlli clericostalinisti.

Condivisi la camera con un giovane carmelitano in procinto di lasciare l'ordine e di passare a una diocesi. Un buon uomo, cosciente della sua vocazione, ma coi nervi a pezzi perché si sentiva defraudato dal suo stesso ordine, che gli chiedeva per ubbidienza esattamente le cose che gli aveva vietato durante il noviziato, e viceversa.

A tavola era sempre un'allegra gazzarra, grazie al buon vino e all'arietta di montagna. Ero uno dei pochissimi seminaristi presenti, così socializzai con diversi preti. Sarebbe stata una settimana rinfrescante e rilassante, se non fosse stato per uno di loro, uno dei più anziani, che quando seppe che ero seminarista mi chiese stupito e preoccupato: e il vescovo ti lascia venire qui?

Era la domanda che avrei piuttosto dovuto farle io, gli risposi, non è che la diocesi va in crisi se un seminarista nel mese di agosto va a farsi una settimana fuori - un prete in vacanza, invece... Lui, però, senza cambiare espressione, mi disse che se un vescovo lascia andare così un seminarista, significa che ha già deciso di sbarazzarsene.

Restai senza parole, perché avevo capito che non scherzava, e soprattutto perché non era la prima volta che qualcuno che non conoscevo mi diceva, sulla base di poche informazioni su di me, che il vescovo era a caccia di scuse per dimettermi.

Non troppo tempo dopo ricevei quella famigerata telefonata del rettore del seminario che mi notificava che non avrei avuto l'avanzamento di carriera.

Nel corso degli anni ho scoperto che era esattamente come sapevo - i seminaristi non sono affatto "indispensabili" alla diocesi, sebbene rettori e formatori esigano che si diano da fare come forsennati in ogni momento, specialmente d'estate - e non per indurli a fuggire le tentazioni. Campi scuola, attività estive, animazione giochi parrocchia, e per di più spacciarsi per entusiasti e zelanti desiderosi di ricominciare daccapo come nel gioco dell'oca (o nelle fatiche di Sisifo). Quando all'inizio di un nuovo anno di seminario si era obbligati a "condividere" le esperienze fatte, ognuno elencava sotto lo sguardo falsamente sorridente (ma perfido scrutatore) del rettore le proprie operazioni estive.

E naturalmente il sottoscritto, pur avendo di che elencare (visto che il parroco era stato incaricato di farmi trottare come un mulo da soma), e pur avendo la capacità di imbastire tutto il ricamo (spacciando abbastanza credibilmente la processione del santo patrono come una roba da settimane di lavoro di "preparazione": ero credibile perché ognuno di loro sognava di farlo per settimane, di essere al centro dell'attenzione della parrocchia per intere settimane), il sottoscritto veniva guardato con sospetto e diffidenza perché oltre a dire cosa aveva fatto, aggiungeva blandamente anche cosa aveva imparato.

Quella carnevalata ipocrita, in quanto tale, è sempre stata del tutto inutile visto che una volta ordinati al sacerdozio l'entusiasmo e la parlantina dei novelli pretini ha sistematicamente un calo inesorabile, continuo, netto, fino all'arrendersi al tran-tran quotidiano, adeguando il proprio ministero pastorale al minimo sforzo possibile, e dandosi da fare su altri fronti: chi andandosene per centri di wellness, chi cercando ogni scusa per fare lunghi viaggi in macchina, chi cercando ogni occasione per mangiare senza freni... Il sacerdozio ridotto a un mestiere con le ore di "lavoro" comprimibili al minimo: il prete deve marcare la casellina del campo giovani? Lo indìce, delega a qualche collaboratore laico l'organizzazione, si fa vivo solo quando ha occasione di mangiare, di fare una predica o di celebrare l'inevitabile Messa tutta speciale. E che dire del pretino di famiglia campagnola che approfitta del tempo libero per darsi da fare nell'orto dei suoi familiari? "Braccia rubate all'agricoltura". E di quello che invece hanno dovuto portare in ospedale perché ufficialmente caduto dal ciclomotore? "Braccia rubate all'edilizia": tutto il paese sapeva che era caduto non dal ciclomotore, ma dall'impalcatura mentre aiutava suo fratello a dare una sistematina al loro solaio abusivo.

C'era un giovane prete, di quelli che ritenevo intelligenti e motivati, che mi confidò desolato che dopo sei mesi di omelie non aveva più nulla da dire. Poi, il rettore del seminario che lamentava la scarsa (eufemismo) fedeltà al breviario, specialmente da parte dei preti giovani. Quindi, un giovane parroco manifestamente stufo di celebrare i sacramenti (confessioni? no, tornate mercoledì; messa del Lunedì dell'Angelo? macché, la saltiamo, tanto sono sicuramente tutti in gita, ecc.) Quei giovani preti clamorosamente a corto di nozioni di catechismo, che però passano mesi a predicare sulla Spendibilità Evangelizzante o sulla Opzione Fondamentale (quest'ultima adoperata dal pretino in questione per sottintendere che lui non ha bisogno di confessarsi, tanto ha già opzionato per il bene anziché per il male...)

E così arriviamo al mio caso. Il rettore ha un profondo disprezzo per il sottoscritto seminarista, reo di essere attaccato a forme preconciliari (cioè alla consacrazione mi inginocchio, non disprezzo la preghiera in latino, non uso mai le mani per la Comunione...) o bigotte (cioè dopo l'Ammissione tra i Candidati agli Ordini Sacri, mi presentai alla successiva tornata di ordinazioni sacerdotali in camicia-clergy anziché in jeans e maglietta). Il sottoscritto seminarista era particolarmente disprezzabile in quanto faceva "auto-formazione", cioè leggeva libri cattolici che - in quanto tali - non erano autorizzati dal rettore, per il quale le uniche letture utili e necessarie erano quei libercoli editi a Bose, nella comunità fondata dallo pseudomonaco Bianchi. Il sottoscritto, infine, aveva avuto la faccia di bronzo di prendere sul serio un consiglio elargito distrattamente dal rettore, ed era andato a quella settimana di esercizi in montagna, senza curarsi troppo della scarsa diocesanità di tale gesto.

Bisogna fargliela pagare cara, avrà pensato il rettore. Non è docile, non fa dialogo, non vuole crescere nella spiritualità diocesana, non è abbastanza entusiasta delle già scarse esperienze pastorali estive. Ora gliela combino io, e poi appena ho tempo avviso anche il vescovo e gli dico di togliere di mezzo questo ragazzotto inutile e dannoso.

domenica 16 ottobre 2016

Pornografia per modernisti


Questa foto è vera e propria pornografia per modernisti - come quei miei superiori del seminario, dei quali ricordo ancor oggi le seriose omelie sul tema "chi sono io per giudicare?", l'ossessivo intercalare sul "dialogo" con la "gggente", cioè il "corpo sociale" di Cristo, l'insistenza (e soprattutto il controllo fiscale e persecutorio) sul "darsi da fare" per le attività più disparate... tutto, qualsiasi cosa, pur di cancellare l'essenziale del sacerdozio.

mercoledì 6 luglio 2016

Il supplizio vocazionale di Tantalo

Per chi ancora non lo avesse capito, da tantissimi anni sono convinto di essere chiamato al sacerdozio ma sono stato ripetutamente bocciato da una masnada di frocioni.

Eh, sì, perché la pia credenza che uno chiamato al sacerdozio prima o poi per intervento divino vi acceda è contraddetta da quel passo del Vangelo in cui gli apostoli gonfi di sé scacciarono via uno che esorcizzava efficacemente ma non apparteneva al loro club. Vennero rampognati da Nostro Signore, ma ormai il precedente l'avevano creato.

Ho una vasta collezione di "non posso aiutarti", "non possiamo prenderti", "non devi rivolgerti a me", "vedremo cosa si può fare", "qui non prendiamo seminaristi già adulti o mandati via da altre diocesi", ecc., in tutte le salse.

Già, perché la diocesi di origine mi ha tenuto in caldo per tanti anni, dimettendomi per imprecisate incapacità di dialogo. Magari c'entra qualcosa il rettore che aveva sculettato in mia presenza come una checca scafata, oppure il fatto che non riuscivano a trasformarmi in un gaio clown da parrocchia, o magari il fatto che mi inginocchiavo alla consacrazione, oppure il fatto che nessuno dei parroci ultrà sessantottini riusciva a trasformarmi in un suo clone...

La congregazione, come già detto, mi mandò via perché non avevo pagato le migliaia di euro della tassa retroattiva sul noviziato, ma magari c'entra qualcosa il fatto che il superiore (che si era fatto letteralmente sfondare il culo nelle dark room romane, venendone ammonito dal proctologo di fiducia) era un emerito frocio che non vedeva l'ora di assecondare le piccinerie del suo amato novizio-figliuolo prediletto, in onore del quale raccontava a tavola i propri sogni omosessuali.

E l'altra comunità, invece, andò a farsi friggere perché il superiore, tutto intento a incensare il suo seminarista-figliuolo prediletto, calamitava guai dalla curia a profusione. Quando dalla curia dissero a quella checca repressa che il sottoscritto non poteva avere il tipico avanzamento di carriera, mi tenne nascosta la cosa fino a due settimane prima, notificandomela appena fabbricò una scusa per coprire la propria magagna.

I missionari, al secondo colloquio conoscitivo, mi dissero che non potevano proprio prendermi, neppure ricominciando da zero la formazione, perché nelle carte provenienti dalla mia diocesi di origine c'erano tante di quelle cattiverie - pur riconoscibili come tali - che era chiaro che intendevano farmi terra bruciata. E i missionari di tutto avevano bisogno tranne che di qualche nuovo nemico in zucchetto paonazzo.

Nel carnet ho perfino un prete arcisicuro della propria imminente nomina a vescovo, e la sua faccia quando all'ultimo momento elessero invece un professorino isterico al suo posto (capita ovunque: "indagate pure sul candidato X, tanto poi la Congregazione farà passare comunque il candidato Y"). Non sapendo come scusarsi - e non era mica colpa sua - mi portò a conoscere i monaci che da decenni non vedevano vocazioni. E no, non mi sento chiamato al monastero, tanto meno a fare il badante di un certo numero di vecchi, alcuni dei quali con seri problemi di (omo)sessualità.

Ho un comico elenco di pretini (più o meno frou-frou) desiderosi di fondare una nuova comunità, ma terrorizzati dalle reazioni dei vescovi, perché se hai intenzione di fondare vuol dire che hai le idee chiare su qualcosa, e gli uomini con le idee chiare fanno paura a questa generazione di Don Abbondio con mitria e pastorale orridi come loro. Nessuna di quelle comunità è stata mai fondata, e da giugno 2016 è in vigore un nuovo cavillo per bloccarle preventivamente. (Per reazioni si intende anche il talvolta malcelato desiderio di far carriera: e la paura di vedersi bloccato l'accesso all'ambita parrocchia o al corridoio per l'episcopato erano incluse nell'elenco).

E infine ho anche in lista un patetico elenco di vescovi che hanno promesso per poi non mantenere. Come quello che diceva "aspetta che a breve apro un seminario per vocazioni adulte", dopo dieci anni ancora non ha aperto nemmeno il pacco di biscotti. Un altro disse "fammi contattare dal sacerdote che ti segue" (che conosceva personalmente), e si è sempre fatto negare al telefono (sì, un vescovo che dice alla segretaria "se chiama il tal prete di' sempre che non ci sono"). Un altro ancora che nel fissare un appuntamento mi disse che "non prendo seminaristi da altre diocesi". E poi quello che in macchina (guidava lui) mi promise mari e monti, per poi concludere che tutta la mia formazione sarebbe stata affidata al rettore del seminario (un ricchione isterico che mi accolse dicendo che non si sa se cominciavo, non si sa se continuavo, non si sa se finivo, e se proprio tutto fosse andato bene per tanti anni non si sa se davvero accedevo al sacerdozio).

Ora, in seminario o in una casa di formazione, può ben succedere che un candidato venga verificato come definitivamente inadatto al sacerdozio. E può anche darsi che sia utile, per evitare scandali e strascichi, evitare di precisare pubblicamente i motivi per cui è stato dimesso. Solo che quando quest'ultimo metodo viene applicato per coprire le antipatie, le gelosie, le porcherie dei formatori, si compiono le peggiori ingiustizie.

Ci sono andato dritto con tutte le mie forze (non solo spirituali) in seminario, in congregazione, in comunità, anche macinando chilometri, anche sputando letteralmente sangue, spendendo i migliori anni della mia vita, investendovi una quantità immane di soldi guadagnati lavorando, fidandomi più di quanto mi venisse chiesto. Ho sorriso filialmente quando avrei dovuto randellarli nelle gengive, ho ubbidito con prontezza quando avrei dovuto impalarli con un lampione (qualcuno avrebbe gradito), ho finto di non vedere - quando non esplicitamente coperto - le loro piccinerie, ho incensato con studiata attenzione i loro rispettivi figliuoli prediletti, sono uscito in punta di piedi laddove avrei dovuto sbattere la porta dopo averli accuratamente malmenati... So bene che tutto questo, alla fine della fiera, non importa granché: sono i formatori che ho avuto, il problema, non i miei limiti.

Davanti a Dio, conscio pure di tutti i miei peccati, sono definitivamente sicuro di aver dato tutto il possibile ma di essere incappato ogni volta in qualche esponente della parte più marcia della Chiesa. Un Don Abbondio merita critiche, ma in fondo in fondo la paura gliela perdoniamo. Ma un formatore gay più o meno latente, che ha tutto un particolarissimo metro di giudizio sulle vocazioni (cioè un figliuolo prediletto e tutti gli altri devono esser per forza figliastri invidiosi gelosi pelandroni da far rigare dritto), non può essere dimenticato o perdonato. Sarebbe una buona pastorale vocazionale ridurre allo stato laicale simili soggetti, ricordando che le vocazioni vanno selezionate fra i viri probati, non tra le checche.

sabato 2 luglio 2016

Esercizi: l'episodio dei finti diaconi

Ogni anno di seminario iniziava con una settimana di esercizi spirituali. Che consistevano in una gran quantità di prediche alternate a lungaggini in cappella. Il predicatore era invariabilmente un esperto divulgatore di aria fritta, per cui per non annoiarsi era opportuno portarsi di nascosto qualche buon libro da leggere - non necessariamente di spiritualità.

Siccome negli esercizi Tutto Deve Essere Più Speciale, il predicatore pretese per ogni messa due seminaristi chierichetti che al momento della Comunione trattava col riguardo che liturgicamente spetta ai diaconi. Cioè dava loro la particola (una parte dell'ostia appena consacrata) e pretendeva che facessero la Comunione insieme a lui, dopodiché passava alla distribuzione della comunione agli altri. Un abuso liturgico come tanti altri: nei seminari l'unica cosa che non manca mai è la voglia di Fare Qualcosa Di Speciale, cioè la noia e il disappunto per le cose normali.

Fui selezionato anch'io per servirgli Messa e mi diedi subito da fare per convincere il commilitone a chiedere al predicatore di amministrarci la Comunione normalmente, non come i diaconi. Con mia sorpresa fu subito d'accordo e andammo a parlargli. Il prete predicatore, colto di sorpresa poco prima di celebrare, farfugliò un "va bene" pensando, lungo tutta la Messa, al modo in cui potesse più crudelmente vendicarsi. I seminaristi si accorsero che proprio quel giorno non c'era stata la pagliacciata usuale, e uno di loro - quello che nella sua parrocchia di origine era soprannominato La Checca - mi chiese come mai il predicatore avesse fatto così. Feci il finto tonto. Non avvenne nient'altro di notevole, e l'episodio sembrò essere seppellito nell'oblìo.

Un po' di settimane dopo ci fu una Tregiorni dei seminaristi. Il vescovo celebrò la Messa e distribuì la Comunione. Mi presentai in fila come al solito, a mani giunte. Dopo avermi detto «il Corpo di Cristo», il vescovo si bloccò e aggiunse: «no, voglio darteLo nelle mani». Misi subito le mani a coppa, perché istintivamente a un ordine del vescovo si può solo ubbidire. «Le mani», ripeté sottovoce il vescovo, come se fosse stupito di vedermi ubbidire. Fu una delle rarissime volte in cui ho fatto la Comunione "con le mani". Tornai al posto, senza perdere la compostezza, e dopo aver ispezionato con la massima discrezione palmo e dita per possibili frammenti, mi inginocchiai per il ringraziamento.

Quell'episodio durante gli esercizi del seminario doveva aver fatto il giro del mondo a velocità supersonica, venendo gonfiato ad ogni rimbalzo. Ero passato per quello lì che aveva paura di fare la Comunione "con le mani". Il vescovo si era allarmato e si era personalmente autoincaricato di controllare questo Ribelle al Superdogma del Postconcilio, adoperando il Santissimo Sacramento come strumento utile a trarre elementi conclusivi per l'indagine.

Il mattino dopo il vescovo mi convocò con una scusa per farmi tutto un panegirico sulla Comunione "sulle mani" e sulla assoluta problematicità dell'ostacolare tale attività, così salutare e necessaria nelle parrocchie. Lo ascoltai come al solito, cioè annuendo con calibrato entusiasmo e in attesa del termine della predica personalizzata. Non sembrava una richiesta di perdono, ma solo il voler dar soddisfazione alla propria insicurezza mentre era roso dal tarlo del dubbio e del timore di allevare una serpe in seno, cioè un seminarista che si rifiuta di fare la Comunione sulle Mani! (non gli passerà nemmeno per la testa di averlo compiuto lui, l'abuso liturgico e l'insulto al Signore, rifiutandomi la Comunione "alla bocca" ed esigendola "alle mani").

Finalmente il vescovo arrivò al dunque: mi chiese cos'era successo quando ho servito messa durante gli esercizi. Gli dissi candidamente che in coscienza non me la sentivo di partecipare a quell'abuso e che lo avevamo chiesto in due al predicatore e che eravamo stati accontentati. Dissi "abuso" anziché "abuso liturgico", per non sembrare un professorino con la matita rossa (ma pensate un po' come occorre calibrare accuratamente le parole quando si parla col proprio superiore). Il vescovo, visibilmente imbarazzato, replicò mischiando insieme una considerazione sul dover seguire il Messale, una sul non essere troppo rubricisti, e una sull'ubbidire sempre al celebrante. Dopodiché mi congedò, senza però togliermi dalla lista dei sospetti criptolefebvriani, e senza apparentemente rendersi conto della sua personalità bipolare: da un lato, vescovo che non concede nessun permesso che non sia stato già concesso a tutta la Chiesa, dall'altro, vescovo che non vede l'ora di accontentare i suoi preti più facinorosi in termini di progressismo liturgico, chiesastico e dottrinale.

giovedì 30 giugno 2016

Castrazione vocazionale

In una Chiesa normale, la sola possibilità di una vocazione in più accenderebbe i cuori (di sicuro in Paradiso c'è grande esultanza anche per la sola intenzione di consacrare la propria vita). Gesù ha personalmente raccomandato di pregare per le vocazioni: gli operai per la messe sono sempre "pochi", in qualunque epoca. Se Gesù si è personalmente scomodato a precisare che le vocazioni sono "poche", possiamo facilmente immaginare quanto sia grave nella Chiesa di oggi quell'assurda autocastrazione vocazionale.

In tempi non troppo lontani da noi nella Chiesa c'era posto per tutti i tipi di vocazioni, indipendentemente dall'età, dalla storia personale, dal livello di salute spirituale e fisica. In tarda età ci si poteva ritirare in un convento, a terminare i propri giorni dedicandosi esclusivamente alla preghiera e alla gloria di Dio. "Vorrei essere un frate quando il respiro manca". C'erano persino ordini religiosi penitenziali, adatti a chi proveniva da una vita non proprio limpida, in cui si poteva vivere la consacrazione e perfino il sacerdozio ma lontani dal rischio di scandalizzare. Oltre alle congregazioni religiose di prestigio e di grande ascetica, c'erano anche quelle un po' più rilassate (non proprio osannate da tipi come sant'Alfonso), adatte a coloro che non avevano la tempra spirituale e fisica per le prime.

Insisto a sottolineare il fatto che c'era posto per tutti: forse non il posto che uno poteva ambire, ma di sicuro un posto dove chiunque poteva dirsi: andrò via da qui solo quando smetterò di desiderare la vita consacrata. Padre Enrico Zoffoli considerava l'ingresso nei padri Passionisti un onore, la permanenza una croce, il morirvi una grazia. Un onore accedervi: più un onore che una scelta. Una croce la permanenza, perché la vita consacrata non è una vita comoda. E soprattutto una grazia il restarvi fedeli fino alla morte.

Tutto questo oggi non c'è più. Oggi vediamo una situazione paradossale: da un lato la maniacale caccia alle vocazioni (penso ad esempio a quegli ordini femminili che vanno disperatamente rastrellando giovani filippine e africane), dall'altro la schizzinosità di fronte a chi desidererebbe entrare (non dimentichiamo poi i casi in cui ti accettano, ti parcheggiano a fare l'omino delle pulizie, e poi finalmente dopo un po' di anni decidono che non ti avevano mai voluto: come quel ricchione frocio d'un superiore che con disprezzo disse che nella sua comunità «tre vocazioni sono anche troppe»).

La crisi delle vocazioni c'è perché la gloria di Dio, nonostante tante chiacchiere clericali e tanti documenti vocazionali, non c'entra più niente.

Una decina d'anni fa una mia cara amica, titubante sull'entrare in una certa congregazione, si è sentita dire amorevolmente dalla suora responsabile vocazionale: su, pensaci bene: qui avrai sempre un tetto e un piatto caldo. Ha gentilmente salutato e non è tornata più: oggi il tetto e il piatto caldo se li guadagna lavorando e vivendo da sola. Sarebbe stata una storia diversa se la responsabile delle vocazioni le avesse detto: qui avrai una vita dura, ma ti garantisco per ogni giorno fino alla morte preghiera, silenzio, adorazione, ed Eucarestia.

Un giovane si presentò dal suo vescovo a chiedergli di diventare sacerdote. Il vescovo subito lo raffreddò amorevolmente dicendogli: "sì, ma non devi dire così, devi chiedere di fare un periodo di verifica, che poi il percorso di seminario è tutta una verifica, che in qualsiasi momento può essere interrotto... ci vediamo fra tre mesi, intanto prega..." Uno va lì con gratitudine e col cuore contrito e forgiato da una decisione definitiva sulla propria vita, e si sente rinviare sciattamente a "fra tre mesi" (e tre mesi dopo verrà rinviato di un altro mese, prima di poter avere finalmente un colloquio di almeno due minuti).

Un altro - ugualmente maggiorenne - si sentì dire dal suo vescovo: ma tu non hai esperienza di vita, dai, torna qui da me quando avrai una fidanzata. (e certo, uno si prepara al sacerdozio fidanzandosi, no? E magari pure compiendo gli atti che i fidanzati sono stufi di portare in confessione, no?)

E altri ancora, che credevano di essere stati accettati in seminario, per interi anni - dal primo all'ultimo giorno - si son sentiti dire che dovevano cambiare, che dovevano migliorare, che dovevano crescere nel dialogo. E più "cambiavano", più "miglioravano", e più "crescevano nel dialogo", e più sentivano che i superiori li avevano parcheggiati lì in seminario in attesa di trovare una scusa per mandarli via.

E quando finalmente al termine del seminario quei ponziopilato con faccia di bronzo trovavano il coraggio di dire che non ti ritenevano adatto «neppure con altri dieci anni di formazione», al danno segue la beffa: il seminarista chiede umilmente dove può trovar modo di realizzare la propria vocazione, e si sente rispondere «non so; posso solo dire: certamente non qui».

Ed è anche la mia storia.

mercoledì 29 giugno 2016

Sadomasochismo gesuitico

«Io credo che la Chiesa non solo deve chiedere scusa ai gay, ma deve chiedere perdono anche ai poveri, alle donne stuprate, ai bambini sfruttati nel lavoro, deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi. I cristiani devono chiedere perdono per aver accompagnato tante scelte sbagliate».
[Bergoglio]

Nell'esatta ora in cui l'indegno successore di Pietro vomitava tali gesuitiche gesuitanti idiozie, notavamo coppiette omosessuali che si scambiavano effusioni in pubblico, davanti alla cattedrale.

mercoledì 22 giugno 2016

Quelli che se lo...

La Chiesa insegna che gli atti omosessuali sono peccato. Nella vulgata popolare "amore" significa inevitabilmente "sesso", specialmente tra i cattolici televisionati.

Episodio.

Due ragazze della parrocchia, sedute sui gradini dell'ingresso del centro parrocchiale, stavano facendo uno strano discorso. Mentre mi avvicinavo, sentii che parlavano pensosamente del cosiddetto amore omosessuale. Una di loro disse: "ma dopotutto che c'è di male? Se si amano..." e si girò verso di me per estrarmi maliziosamente una conferma o smentita, aggiungendo: "che faranno mai di male?"

Mentre ancora mi avvicinavo, presi fiato e a pieni polmoni dissi in dialetto: "quelli? ...Quelli? ...Quelli se lo chiavano nel culo!" Rimbombò per tutta la piazza.

Le due donzelle gridarono qualcosa come uno "yieeek!" strozzato in gola, e cambiarono immediatamente discorso, mentre io pacificamente entravo nel centro parrocchiale.