Quando il Concilio giunse alla fine, nei seminari di tale Congregazione, in particolare in Francia, credettero di dover cedere al primo segno di rivoluzione. La velocità con cui lo fecero fu pari solo alla resistenza che avevano opposto a qualsiasi riforma fino a quel momento. Gli "incontri" rimpiazzarono le lezioni, le più private devozioni furono sostituite da attivismo politico senza la più piccola transizione, e il ritualismo più conformista fece posto ad assurde improvvisazioni. Evito di citare cose più serie, che portarono perfino uno dei prelati americani più liberali a ritirare i suoi seminaristi da tale congregazione dopo i risultati irrefutabili di un'indagine dettagliata. Per rimanere in tema, occorre ammettere che c'era stata all'improvviso l'impressione di un "tana liberi tutti" in tutti i nostri seminari. Dopo il soffocante autoritarismo e l'ammorbante pietismo all'acqua di rose, presero piede la demagogia sfrenata, il caos totale, se non addirittura la cinica empietà...[Louis Bouyer]
«Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».
sabato 1 dicembre 2018
Tana liberi tutti
domenica 25 novembre 2018
L'utopia della settimana
Qualche sera fa ero in sala d'attesa dal medico. Un gruppetto di donne parlava di robe religiose. C'era una il cui intercalare era "gliscribeffarisei". C'era un'altra che si autoproclamava non particante "perchéipreti, perchéipreti". Quando una terza ha creduto di risolvere tutte le questioni dicendo che "dal battesimo siamo tutti sacerdoti" stavo per trasformarmi nell'incredibile Hulk. E proprio quando stavo per trasformarmi, una di loro ribatte che lei non si confessa dai preti ma "da sola, davanti alla croce", qualora ne senta davvero il bisogno.
Per fortuna la grattugiata di coglioni non è durata troppo: entrando nello studio del medico è finalmente tornata la normalità, quella in cui bocca e orecchie vengono utilizzate per comunicare fatti anziché per aumentare l'entropia dell'universo per mezzo di aria fritta e rumore.
Ecco, io vorrei sottoporre ad un'ora quotidiana di quella tortura tutti coloro che hanno ricevuto un qualche grado dell'ordine sacro. Dopo un po' di giorni sbotterebbero con un santo "ma basta con queste cazzate!", calerebbe un lunghissimo momento di silenzio in cui tutti gli avventori guardano stupiti e un po' divertiti, e poi ricomincerebbe la tortura.
Tortura intesa a far capire il risultato del Concilio: il dichiarato obiettivo di "coinvolgere di più i laici" è riuscito perfettamente, mentre non è riuscito per niente quello dato per scontato (cioè che il coinvolgimento avrebbe prodotto insperati frutti di presunta primavera conciliare). A lungo andare la tortura finalmente li convincerebbe che il prete ha da fare il prete e basta, cioè deve essere uno che dedica le sue migliori energie a celebrare devotamente i sacramenti e ad insegnare bene le cose essenziali della fede.
E invece...
Per fortuna la grattugiata di coglioni non è durata troppo: entrando nello studio del medico è finalmente tornata la normalità, quella in cui bocca e orecchie vengono utilizzate per comunicare fatti anziché per aumentare l'entropia dell'universo per mezzo di aria fritta e rumore.
Ecco, io vorrei sottoporre ad un'ora quotidiana di quella tortura tutti coloro che hanno ricevuto un qualche grado dell'ordine sacro. Dopo un po' di giorni sbotterebbero con un santo "ma basta con queste cazzate!", calerebbe un lunghissimo momento di silenzio in cui tutti gli avventori guardano stupiti e un po' divertiti, e poi ricomincerebbe la tortura.
Tortura intesa a far capire il risultato del Concilio: il dichiarato obiettivo di "coinvolgere di più i laici" è riuscito perfettamente, mentre non è riuscito per niente quello dato per scontato (cioè che il coinvolgimento avrebbe prodotto insperati frutti di presunta primavera conciliare). A lungo andare la tortura finalmente li convincerebbe che il prete ha da fare il prete e basta, cioè deve essere uno che dedica le sue migliori energie a celebrare devotamente i sacramenti e ad insegnare bene le cose essenziali della fede.
E invece...
martedì 13 novembre 2018
sabato 3 novembre 2018
Un caso di mobbing
Era diacono e prossimo all’ordinazione. La sua unica ricchezza era quel cane. La sede della comunità era circondata da prati e con un giardino sul retro. Il cane era affettuoso e soprattutto molto silenzioso, non abbaiava, non dava fastidio.
Il superiore della comunità, approfittando di un’assenza di parecchi giorni del diacono, aveva trovato il modo di sbarazzarsi del cane. Disse al diacono che il cane era scomparso, non si sa se per fuga volontaria o per furto con destrezza. Il diacono ricordò con dolore tutte le volte che il superiore aveva vagamente alluso al “non possiamo tenere con noi questo cane”, ma ingoiò il rospo.
Un mesetto dopo fervevano i preparativi per l’ordinazione sacerdotale. Un prete in più in comunità: neanche stessero conquistando la diocesi. Il superiore sarebbe andato trionfante dal vescovo a dire: eccellenza, ci prendiamo anche la parrocchia di San Dropiero Di Onigi, la comunità cresce, non ce la può negare... Arriva la notizia che il cane aveva provocato un banale incidente su una strada statale cinquanta chilometri più a sud. Identificato il cane, erano risaliti al diacono e chiedevano risarcimenti. Non proprio il tipo di notizia che ti aspetti mentre ti prepari all’ordinazione.
Finalmente l’ordinazione e la prima Messa. L’omelia è tenuta dal superiore della comunità perché così vuole la tradizione (cioè il superiore) della piccola comunità. Fu l’ultimo rospo da ingoiare. Il mattino successivo il neo-ordinato parte per una decina di giorni di ferie (il tipico tour sacerdotale presso amici e parenti) ma poi rinvia più volte il rientro. La faccia del superiore comincia a rabbuiarsi ogni giorno di più. Dopo tre settimane finalmente il novello sacerdote è rientrato in diocesi ma da tutt’altra parte: ha un incarico in una parrocchia. Ha abbandonato la comunità, provocando un insano piacere a curia e vescovo, perché l’ultimo a saperlo è stato proprio il superiore, che non può far nulla perché la comunità non ha ancora abbastanza “riconoscimenti” da poter reclamare.
Il mobbing talvolta non paga, ma mi permetto di dubitare che il superiore abbia fatto tesoro della dura lezione. Questa storia mi ricorda in particolare uno dei Racconti della Kolyma di Varlam Šalamov. Solo che lì il “superiore” era il tipico apparatchik ubriaco. Il superiore della comunità era uno che ogni giorno celebrava Messa. Ogni giorno si interrogava sui suoi peccati. Ogni giorno meditava, recitava ufficio e breviario, proclamava la Parola, eccetera. Mi chiedo quale complicato arzigogolo avrà escogitato per giustificare a sé stesso la faccenda del cane, tanto più che era stata il coronamento di anni di mobbing.
Il superiore della comunità, approfittando di un’assenza di parecchi giorni del diacono, aveva trovato il modo di sbarazzarsi del cane. Disse al diacono che il cane era scomparso, non si sa se per fuga volontaria o per furto con destrezza. Il diacono ricordò con dolore tutte le volte che il superiore aveva vagamente alluso al “non possiamo tenere con noi questo cane”, ma ingoiò il rospo.
Un mesetto dopo fervevano i preparativi per l’ordinazione sacerdotale. Un prete in più in comunità: neanche stessero conquistando la diocesi. Il superiore sarebbe andato trionfante dal vescovo a dire: eccellenza, ci prendiamo anche la parrocchia di San Dropiero Di Onigi, la comunità cresce, non ce la può negare... Arriva la notizia che il cane aveva provocato un banale incidente su una strada statale cinquanta chilometri più a sud. Identificato il cane, erano risaliti al diacono e chiedevano risarcimenti. Non proprio il tipo di notizia che ti aspetti mentre ti prepari all’ordinazione.
Finalmente l’ordinazione e la prima Messa. L’omelia è tenuta dal superiore della comunità perché così vuole la tradizione (cioè il superiore) della piccola comunità. Fu l’ultimo rospo da ingoiare. Il mattino successivo il neo-ordinato parte per una decina di giorni di ferie (il tipico tour sacerdotale presso amici e parenti) ma poi rinvia più volte il rientro. La faccia del superiore comincia a rabbuiarsi ogni giorno di più. Dopo tre settimane finalmente il novello sacerdote è rientrato in diocesi ma da tutt’altra parte: ha un incarico in una parrocchia. Ha abbandonato la comunità, provocando un insano piacere a curia e vescovo, perché l’ultimo a saperlo è stato proprio il superiore, che non può far nulla perché la comunità non ha ancora abbastanza “riconoscimenti” da poter reclamare.
Il mobbing talvolta non paga, ma mi permetto di dubitare che il superiore abbia fatto tesoro della dura lezione. Questa storia mi ricorda in particolare uno dei Racconti della Kolyma di Varlam Šalamov. Solo che lì il “superiore” era il tipico apparatchik ubriaco. Il superiore della comunità era uno che ogni giorno celebrava Messa. Ogni giorno si interrogava sui suoi peccati. Ogni giorno meditava, recitava ufficio e breviario, proclamava la Parola, eccetera. Mi chiedo quale complicato arzigogolo avrà escogitato per giustificare a sé stesso la faccenda del cane, tanto più che era stata il coronamento di anni di mobbing.
venerdì 26 ottobre 2018
mercoledì 24 ottobre 2018
Quel che tentavo di dire ai miei compagni di seminario...
Molto tempo fa, in una galassia molto, molto lontana, questa era la prima preoccupazione della maggior parte dei sacerdoti: la condizione morale delle anime, inclusa la propria. Oggi molti vescovi e sacerdoti, così come molti genitori e guide varie all’interno della Chiesa, sembrano molto più preoccupati dei sentimenti e della felicità emotiva di coloro che sono sotto la loro cura, piuttosto che della loro effettiva condizione morale.[mgr. Charles Pope]
Si preoccupano di più della correttezza politica e di non turbare chi è impegnato nella politica dell’identità e che fondano la loro stessa identità su abitudini aberranti e peccaminose e su inclinazioni malate. Che una persona sia felice e affermata sembra oggi più importante dell’essere chiamata a pentirsi e guarire e ad essere preparata per il giorno del giudizio. La felicità transitoria e apparente eclissa la felicità vera ed eterna. Inoltre, il silenzio di fronte ad orribili peccati, il demandare tutto a potenti ecclesiastici e a leader culturali di questo mondo, il servilismo nei loro confronti, sembrano superare ogni preoccupazione per il danno causato alle anime e alle vite degli altri.
sabato 20 ottobre 2018
lunedì 15 ottobre 2018
Quel clero sodomita che tenta di depenalizzare il sacrilegio
«E' quindi inevitabile che chi vive quotidianamente in istato di peccato mortale, e per di più in condizione permanente di sacrilegio - in quanto ministro di Dio e unto del Signore - si senta giudicato e sia portato a modificare anche i principj morali che egli viola abitualmente. Così, come il ladro vorrebbe veder depenalizzato il furto e l'assassino derubricato l'omicidio, anche il sodomita - vieppiù se sacrilego - vorrà sgravarsi la coscienza dal peso non indifferente del sapersi in palese contraddizione con quella Legge naturale e divina che ostinatamente infrange, e che deliberatamente lascia o addirittura incoraggia ad infrangere, sotto le specie di una connivente tolleranza o di una perversa complicità. Non gli basta profanare ogni giorno il tempio dello Spirito Santo: egli vuole ergersi a legislatore, arrogandosi il diritto di decidere al posto di Dio ciò ch'è lecito e ciò che non lo è. e non è forse questa la colpa di Lucifero?»[Opportune Importune]
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