Quando ero in seminario, l'avanzamento di carriera (cioè i ministeri istituiti) era il momento più desiderato dal seminarista. Era il momento in cui formalmente le autorità riconoscevano che grosso modo tutto va bene e che il seminarista sta procedendo regolarmente verso il sacerdozio. E perciò era il perno su cui il vescovo e i suoi pretoriani facevano leva quando avevano bisogno di provocare maggior dolore, quando sentivano di dover annichilire un seminarista. A giudicare dagli eventi riguardanti i soli ministeri istituiti, si direbbe che la spiritualità diocesana esiste davvero ed è fondata sui sottili ricatti.
Con uno sporco giochetto mi fu infatti negato l'avanzamento di carriera.
Quindici giorni prima della data di istituzione dei ministeri, un sabato sera, il rettore del seminario mi telefona sul cellulare mentre ero per strada andando in parrocchia. Mi dice che per decisione del vescovo non sarei stato istituito in questa tornata. Il rettore mi invita ad un colloquio, da tenersi però al suo rientro dagli esercizi spirituali parecchi giorni dopo. Ed aggiunge che il vescovo pure è già partito in mattinata e sarebbe rientrato dopo parecchi giorni.
In pratica, all'ultimo minuto utile mi veniva notificata la sorpresaccia e mi veniva detto che era troppo tardi per far cambiare le cose.
Telefonai immediatamente al vescovo. Ebbi la fortuna di trovarlo - non era ancora partito - e gli raccontai in poche parole della telefonata precedente e del mio sbigottimento. Lui, preso alla sprovvista, si lasciò sfuggire che era stato il rettore a decidere. Evidentemente non sapeva ancora cosa rispondere alla mia semplice domanda: "perché?"
Gli risposi che il rettore aveva invece affermato essere stato il vescovo a decidere. Il vescovo si arrampicò sugli specchi: sì, le decisioni le concertiamo, certo, comunque si è deciso così e così deve essere... ("si è deciso così": notare l'uso del verbo impersonale, tipico di chi prende decisioni ingiuste ma non vuole prendersene la responsabilità).
Naturalmente, da quella sera stessa, gli altri seminaristi - ufficialmente ancora all'oscuro della vicenda - cominciarono a trattarmi come un "non persona", come un estraneo a cui si può a stento dire buongiorno e buonasera, qualsiasi sillaba in più sarebbe infettiva, renderebbe compromessi. Il loro atteggiamento di estraneità era tale che in parrocchia ad uno di loro chiesero di me: "ma avete litigato? perché lo tratti così?"
Quindici giorni dopo andai alla Messa con l'istituzione dei ministeri. Dovetti insistere per servire Messa (in quelle occasioni preti e seminaristi vorrebbero in talare e cotta perfino i manichini, pur di aumentare la folla in servizio sul presbiterio). Fui trattato come un "non persona" perfino durante la Messa. Ero l'elemento estraneo, quello con cui anche lo scambiare un buongiorno o buonasera può essere pericoloso per la propria carriera. Persino il vescovo e il rettore del seminario mi tennero a distanza, come si fa con un mendicante seccante e oltremodo insistente. Tenevano a distanza non me, ma la loro coscienza. La mia sola presenza ricordava loro senza dubbio l'ingiusta manovrina. Nessuno voleva rischiare la "carriera" con l'esprimermi anche involontariamente una qualche forma di solidarietà.
La sola eccezione fu ovviamente lo scambio del segno della pace: il momento di massima ipocrisia della vita dei cattolici postconciliari.
Ad un osservatore esterno tutto questo potrebbe sembrare comprensibile se il seminarista "non-persona" fosse accusato di qualcosa di gravissimo (sospetto pedofilo?) o almeno di oggettivamente grave (sedicente veggente con visioni mistiche?).
Nel mio caso il gravissimo peccato era quello di essere "poco dialogante". Eufemismo per indicare uno che apprezza la Tradizione e il Magistero. Per dire uno che freme quando sente una bestemmia o un'eresia. Per dire uno che ritiene tempo sprecato parlare di Abramo e di Mosè a gente che non sa nemmeno come si fa il segno della croce e il motivo per cui è indispensabile la confessione. Per dire uno che convinto che è indispensabile avere la coscienza libera da peccati mortali prima di accostarsi alla Comunione.
La casta pretesca, impegnata solo nel conservare sé stessa e nelle sue piccinerie, non poteva tollerare la presenza di un elemento così estraneo.
E se nel piccolo - con me - si sono comportati così, come meravigliarsi che in casi più importanti si siano comportati allo stesso modo?
«Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».
martedì 17 novembre 2015
lunedì 16 novembre 2015
Signore, fino a quando?
Quanto tempo ci vorrà ai prossimi Pontefici per ricostruire ciò che da febbraio 2013 ad oggi è stato inquinato o distrutto?
domenica 15 novembre 2015
Quel montgomery
Nel negozietto-mercatino c'era un bel montgomery. Un esemplare unico, residuo di campionario. Ed il sottoscritto aveva bisogno di un cappotto. La spesa era notevole per il magro bilancio familiare, e quindi per due o tre volte ci limitammo a osservarlo da lontano.
La domenica il parroco francescano predicò a lungo della povertà e del donare ai più poveri. Al termine del sermone parlò - come prevedibile - delle spese per riparare la parrocchia, invitando ad essere il più generosi possibile. E così fu. Addio montgomery.
Pochi giorni dopo il parroco francescano se ne andava in giro con quel montgomery. Proprio quello. Proprio lui.
Da allora rivedemmo drasticamente il concetto di "generosità" nei confronti della parrocchia e dei francescani.
La domenica il parroco francescano predicò a lungo della povertà e del donare ai più poveri. Al termine del sermone parlò - come prevedibile - delle spese per riparare la parrocchia, invitando ad essere il più generosi possibile. E così fu. Addio montgomery.
Pochi giorni dopo il parroco francescano se ne andava in giro con quel montgomery. Proprio quello. Proprio lui.
Da allora rivedemmo drasticamente il concetto di "generosità" nei confronti della parrocchia e dei francescani.
lunedì 13 luglio 2015
Il primo comunista della storia...?
C’è una foto, del viaggio di “Papa Francesco” in America del Sud, che ha colpito l’immaginario popolare più di ogni altra.[Enrico Galoppini]
La consegna al Pontefice, da parte del Presidente boliviano Evo Morales, di un crocefisso a forma di… falce e martello!
Non so se una cosa del genere, nell’ambito dei doni che i papi ricevono da personalità di tutto il mondo, fosse mai accaduta. Si erano visti crocefissi invero “particolari”, come quello che, pochi giorni prima della canonizzazione di Giovanni Paolo II, cadde addosso ad uno sventurato: ed era per l’appunto un “crocefisso” a lui dedicato…
Ma quella fu una tragica e… sinistra “coincidenza”, mentre in questo caso si può parlare solo di un dono “di sinistra”, che riprende, strumentalizzandone la forma, il simbolo per antonomasia della tradizione cristiana.
Ora, lungi dallo sbracarci in una stantia retorica anticomunista che sappiamo a cosa è servita in America Latina (Evo Morales non è comunista, né “di sinistra” come s’intende in Occidente), ci chiediamo cosa spinga un Pontefice a non trovare come minimo eccentrico un regalo del genere. Anzi, Papa Bergoglio sembra assolutamente contento di quest’inedito capolavoro di “arte sacra”! E, non contento, lui che nasconde il crocefisso quando incontra i rabbini sionisti, s’è anche fatto mettere al collo un ciondolo che riproduceva il manufatto!
Sarà anche il caso di ricordare la freddezza con la quale, lo stesso Bergoglio, accolse il bel dono, fattogli dal Presidente russo Vladimir Putin, di un’icona sacra della Vergine Maria (quella che Stalin, udite udite, aveva opposto all’avanzata nazionalsocialista). Aveva il “difetto” di provenire dagli “scismatici”? Non comprende quale sforzo sta sopportando la Russia per evitare lo scatenamento finale delle peggiori forze dissolutive? A che gioco gioca il Vaticano?
domenica 12 luglio 2015
Quella frase amena che ha dannato tante anime
«Quella frase amena detta da Bergoglio, “Chi sono io per giudicare?”... ha fatto più danni, in termini di dannazione delle anime, della seconda guerra mondiale»[Danilo Quinto]
martedì 7 luglio 2015
Sulla barca di Pietro è meglio tapparsi le orecchie...
«Mi sento di dire qualcosa che può sembrare controversa o forse perfino eretica. Non so, ma c’e’ qualcuno che sa che anche con le nostre differenze, noi siamo UNO (uniti)».Quando una cazzata del genere la diceva il parroco, correvo in privato a fargliela rimangiare.
Quando la diceva il rettore del seminario, mi limitavo a lasciarmi sfuggire qualche battutina in pubblico.
E ora che l'ha detta Bergoglio, mi sento devastato e insultato.
Fino a quando, Signore?
Il guaio è che se dopo Bergoglio comparisse un pontefice "lefebvriano", subirebbe cento(mila) volte tanto ciò che noi non oseremmo augurare al Bergoglio.
sabato 20 giugno 2015
Un'altra di quelle battutine che mi costarono la carriera
Eravamo i soliti nove nel solito furgoncino, diretti alla facoltà teologica. Per diversi minuti il seminarista neocatecumenale ci aveva arringati dicendo che i suicidi non vanno all'inferno (non è che credesse all'esistenza dell'inferno, che secondo lui, se proprio esiste, contiene al più Hitler e qualche carceriere di Auschwitz: gli interessava solo esibire un po' di parlantina "teologica" durante il noioso viaggio mattutino).
All'uscita della galleria concluse la propria omelia centellinando argutamente le parole: "insomma, i suicidi non vanno all'inferno".
Ci furono alcuni lunghissimi secondi di silenzio, rotti solo dal frastuono del traffico. Nessuno aveva intenzione di entrare nel campo minato: o gli si facevano i complimenti, oppure ci si accollava il pesante onere del dimostrare gli errori del giovinotto nei pochi minuti rimasti prima di giungere alla facoltà. Da cui il marcato e prolungato silenzio.
Ad un certo punto riaprii uno degli occhi - mi ero quasi appisolato - e ruppi quel silenzio rispondendogli in dialetto e con un tono di voce stentoreo che sorprese perfino me: gli dissi: «Armà... spàrati».
Quella che seguì fu la risata generale più ciclopica dell'anno, che proseguì fino alla facoltà teologica, e in aula a lezione iniziata ancora si rideva - e si raccontavano sottovoce l'episodio. L'unico a non ridere era ovviamente quello che aveva tentato di togliere dall'inferno la categoria dei suicidi.
Alcuni giorni dopo il vescovo intavolò col sottoscritto, privatamente, un discorso sulla cura pastorale nei casi di suicidio (oh, pura e semplice coincidenza, eh?). Mi interrogò chiedendomi cosa dovrebbe fare un parroco per il funerale di un suicida. Preso alla sprovvista, gli risposi che col permesso del vescovo si poteva celebrare il funerale: "Sì", mi confermò, però bisogna avere la delicatezza pastorale... cura pastorale... organizzazione pastorale... sensibilità pastorale...
Fu il suo modo di sgridarmi per la battuta fatta qualche giorno prima. Pur avendo pienamente ragione, avevo "peccato" evidentemente contro l'Unità Pastorale del Clero e dei Possibili Futuri Candidati all'Ordine Sacro. Avevo "peccato" dando una risposta sintetica e precisa, laddove il Dialogo esige posizioni perennemente sfumate e che non facciano mai sentire dalla parte del torto l'interlocutore (anche quando quest'ultimo dice una vaccata stellare). Avevo "peccato" ricordando la dottrina tradizionale della Chiesa e - peccatone dei peccatoni - avevo adoperato l'ironia contro un chierico.
All'uscita della galleria concluse la propria omelia centellinando argutamente le parole: "insomma, i suicidi non vanno all'inferno".
Ci furono alcuni lunghissimi secondi di silenzio, rotti solo dal frastuono del traffico. Nessuno aveva intenzione di entrare nel campo minato: o gli si facevano i complimenti, oppure ci si accollava il pesante onere del dimostrare gli errori del giovinotto nei pochi minuti rimasti prima di giungere alla facoltà. Da cui il marcato e prolungato silenzio.
Ad un certo punto riaprii uno degli occhi - mi ero quasi appisolato - e ruppi quel silenzio rispondendogli in dialetto e con un tono di voce stentoreo che sorprese perfino me: gli dissi: «Armà... spàrati».
Quella che seguì fu la risata generale più ciclopica dell'anno, che proseguì fino alla facoltà teologica, e in aula a lezione iniziata ancora si rideva - e si raccontavano sottovoce l'episodio. L'unico a non ridere era ovviamente quello che aveva tentato di togliere dall'inferno la categoria dei suicidi.
Alcuni giorni dopo il vescovo intavolò col sottoscritto, privatamente, un discorso sulla cura pastorale nei casi di suicidio (oh, pura e semplice coincidenza, eh?). Mi interrogò chiedendomi cosa dovrebbe fare un parroco per il funerale di un suicida. Preso alla sprovvista, gli risposi che col permesso del vescovo si poteva celebrare il funerale: "Sì", mi confermò, però bisogna avere la delicatezza pastorale... cura pastorale... organizzazione pastorale... sensibilità pastorale...
Fu il suo modo di sgridarmi per la battuta fatta qualche giorno prima. Pur avendo pienamente ragione, avevo "peccato" evidentemente contro l'Unità Pastorale del Clero e dei Possibili Futuri Candidati all'Ordine Sacro. Avevo "peccato" dando una risposta sintetica e precisa, laddove il Dialogo esige posizioni perennemente sfumate e che non facciano mai sentire dalla parte del torto l'interlocutore (anche quando quest'ultimo dice una vaccata stellare). Avevo "peccato" ricordando la dottrina tradizionale della Chiesa e - peccatone dei peccatoni - avevo adoperato l'ironia contro un chierico.
domenica 7 giugno 2015
Sciatterie pretesche
Ho letto la triste notizia della fèrula riparata con nastro isolante.
Per tutti gli anni del seminario ho combattuto per la dignità dei preti (nella maggior parte delle occasioni è stato di nascosto: ricucendo, stirando, ripulendo, riordinando...) dovendo spesso richiamarli addirittura alla decenza perché i soggetti in questione erano davvero convinti che "prete" dovesse significare "sciatto" (come se la mitica 'gggente si sentisse "vicina" alla Chiesa solo in presenza di preti con l'aria di profughi alluvionati).
In una scala da 0 a 100, dove 0 è "totalmente sciatto", 70 è "ragionevolmente dignitoso" e 100 era "adeguato", era già una grande vittoria riportarli da 10 a 30 o 40.
Ora, dal soglio pontificio, si esibisce in mondovisione una riparazione da bifolco frettoloso, proprio sulla ferula. Nemmeno stavolta sarà una coincidenza.
Con questo pontificato la sobrietà passa dunque da oggetto di irrisione a fastidio da eliminare. Anche gli sciattoni potranno gridare: "ma noi facciamo come il Papa".
Per tutti gli anni del seminario ho combattuto per la dignità dei preti (nella maggior parte delle occasioni è stato di nascosto: ricucendo, stirando, ripulendo, riordinando...) dovendo spesso richiamarli addirittura alla decenza perché i soggetti in questione erano davvero convinti che "prete" dovesse significare "sciatto" (come se la mitica 'gggente si sentisse "vicina" alla Chiesa solo in presenza di preti con l'aria di profughi alluvionati).
In una scala da 0 a 100, dove 0 è "totalmente sciatto", 70 è "ragionevolmente dignitoso" e 100 era "adeguato", era già una grande vittoria riportarli da 10 a 30 o 40.
Ora, dal soglio pontificio, si esibisce in mondovisione una riparazione da bifolco frettoloso, proprio sulla ferula. Nemmeno stavolta sarà una coincidenza.
Con questo pontificato la sobrietà passa dunque da oggetto di irrisione a fastidio da eliminare. Anche gli sciattoni potranno gridare: "ma noi facciamo come il Papa".
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