sabato 14 dicembre 2019

Quando manca anche il minimo sindacale

Da piccolo sono stato qualche volta dispettoso e arrogante, venendo generalmente ripagato con fior di mazzate (e anche col sarcasmo, perché il colpire l'amor proprio a volte fa più male delle mazzate). Qualche annetto dopo ho finalmente capito che c'è un "minimo sindacale" al di sotto del quale non esistono giustificazioni per ammorbidire una severa punizione (come la pena di morte, che ha senso perché chi ha compiuto qualcosa che gli farebbe perdere molto più che la dignità di uomo non può recuperarla altrimenti). Successivamente, l'approfondire la conoscenza della fede e della morale cristiana mi ha consolidato tale convinzione: cioè normalità la legge naturale, minimo sindacale il civile buonsenso. Ossia quanto basta per distinguere tra il cristiano porger l'altra guancia dal perdonismo idiota che consiste nel vigliacchissimo farsi zerbini di tutto e di tutti.

Così, anche di fronte a casi che reclamano una punizione severa e per nulla ammorbidita (come ad esempio il vandalismo, letteralmente e figurativamente inteso) cerco di essere almeno un po' distaccato, di concentrare le mie energie mentali nel cercare una soluzione al danno prima che una giustizia o una vendetta. Cioè tentare di risolvere l'impossibile problema dell'architettare una soluzione "tecnica" per risolvere un problema di "capricci da sociopatico" o di altra forma di odio gratuito e immotivato. Ma non per questo smetto di sperare che il soggetto riceva quel che di durissimo merita (il perdonare i propri nemici non attenua la necessità di perseguire la giustizia del far aver loro ciò che si meritano).

Per quanto ai non addetti ai lavori possa sembrare incredibile (pur sapendo che la Chiesa è sorprendentemente piena di pessimi soggetti), nel postconcilio è stato statisticamente assai più facile ordinare al sacerdozio (o fargli solennemente emettere voti perpetui) un soggetto mentalmente o sessualmente squilibrato, a stento capace di rispettare quel minimo sindacale del non creare volontariamente e studiosamente pasticci da titolone in prima pagina. Sacerdoti affetti dalla triade oscura (narcisismo, machiavellismo e psicopatia) e magari anche da una radicata omosessualità, intenti a calpestare le anime loro affidate e, specialmente, le vocazioni.

Ogni volta che mi è stato assegnato un incarico - "pastorale" o meno - ho cercato di non affezionarmi a quel che facevo. Fosse anche soltanto una lavata di pavimento. Ma quando cominci a investirci tempo, pazienza, risorse, per far bene quel che esige di essere fatto bene, inevitabilmente cominci a considerare un pochino anche "tuo" il risultato (che è lo stesso meccanismo mentale del pastore che cerca la pecorella smarrita). Lo sai già che prima o poi il pavimento verrà sporcato da qualcosa di più che il semplice transito e sosta di normali soggetti umani, ma che lo scempio avvenga per motivi non accidentali poche ore dopo averlo pulito, ti tocca aver pazienza, già mezz'ora dopo, una seccatura, vederlo deliberatamente vandalizzato dal presbitero due minuti dopo che sei andato via, eh, devi investire una considerevole quantità di energie per non infuriarti. La via verso il sacerdozio è di questi tempi una lunghissima guerra di nervi condotta da estenuatori professionisti contro di te.

Ed è anche peggio, molto peggio, quando si tratta di conquiste più consistenti che mentalmente, quasi soltanto con pensiero laterale, avevi già consacrato a Dio. È deprimente scoprire che il parroco ha stabilito di segarti fuori da qualsiasi incarico non di intrattenimento ludico perché ai ragazzi dell'Azione Cattolica, come preghiera prima dei giochi, avevi fatto dire l'Ave Maria anziché l'abituale Padre Nostro (non sia mai che una minima traccia di devozione mariana inquini l'ACR). Ripensi al vispo ragazzino della parrocchia, col quale avevi parlato quasi esclusivamente con gesti "lontani" (servendo Messa, riparando una presa elettrica, spazzando via la neve). Veder devastare con foga (e per stupidissima invidia) tutto il "lavoro" di "pastorale vocazionale" che avevi fatto, non è stato bello, né ti può rincuorare il fatto che la grazia di Dio troverà il modo di passare (non raccontiamoci favolette: la grazia di Dio non ha bisogno dei vandalismi per essere efficace, e Nostro Signore non ha bisogno di cattiverie come precondizione per farsi riconoscere meglio). È doloroso scoprire che alla coppia di aspiranti sposi, che avevi attirato verso poche precise verità essenziali con la pazienza di uno che trascina una barca a riva usando solo un filo di cotone, è stato insinuato in maniera brillante che il sottoscritto fosse poco meno che un borderline su una nuvoletta, un soggetto che fa discorsi bizzarri da dimenticare (non venitemi a dire che quando seminate delle piante delicate occorre che qualcuno ne calpesti il terriccio a pallonate altrimenti non crescono bene). A volte invece ti toccava accogliere con un sorriso tali preteschi getti di odio vomitati in tua stessa presenza proprio per sterilizzare e cancellare il "lavoro" fatto - puntigliosamente pianificati, calcolati, architettati, messi in opera, con uno zelo di cui solo dei chierici sociopatici sono capaci. E in quel momento la fitta di dolore era non più per il tuo lavoro devastato lì per crudeltà gratuita, ma per tutta la Chiesa santa, che veniva calpestata da uno dei suoi uomini - un mezzo uomo, un pretino grasso come una botte, con enorme dimestichezza nel selezionare parole e gesti per massacrare con maggior efficienza coloro che in quel momento non riteneva simpatici).

La cosa che mi strazia di più l'animo è che tali soggetti si esibiscono in Comunione quotidiana e breviario ostentato, più una collaudatissima recita da santarellini credibili. Come il prepuzio preposito, che si è fatto letteralmente sfondare il buco del culo - al punto da farsi rimbrottare bonariamente dal suo proctologo perché non si può ricostruire l'ano una seconda volta - e che in tutto il tempo che sono stato lì non l'ho mai visto sorridere o almeno ridere, tranne quella volta che mi vide piegato in modo strano a trasportare un aggeggio pesante sulle scale. Avanti, nel girone dei ricchioni c'è posto anche per i preti, specialmente quelli letteralmente capaci di banalizzare il Sacramento pur di intascare i trenta denari (e se ne vantava perfino: "pagano bene"), di architettare tutta una complicata strategia per farmi fuori (solo perché non ero gradito al suo frocetto preferito), di avermi mentito non con monosillabi difensivi ma con elaborati discorsoni (somministratimi a puntate perché troppo lunghi, lunghi anche da preparare), di aver accuratamente cancellato le tracce di tutto ciò che avevo fatto di buono (un nemico giurato di Nostro Signore è capacissimo di riconoscere quel che fai a favore di quest'ultimo, anche se ti fosse capitato distrattamente, proprio perché ossessionato dal dover distruggere tutto ciò che non rende gloria a sé stesso e alla sua finocchieria congenita).

Anche in assenza di altri indizi, tutto ciò mi fa dedurre che il castigo imminente sulla Chiesa - mazzate e persecuzioni - è meritato e inevitabile. A noialtri tocca solo salvare i semi per dopo l'alluvione.

venerdì 13 dicembre 2019

L'assegno del dottore

Avevo cominciato a lavorare a diciott'anni, ancor prima di iscrivermi all'università. Lavorare - cioè avere responsabilità, orari da rispettare, scadenze da onorare, e perfino uno stipendio - è particolarmente educativo. Al punto che quando entrai in seminario riconobbi subito i commilitoni e i pretazzi che non avevano mai lavorato in vita loro: erano quelli che si comportavano come bambini capricciosi, sebbene con apparente garbo e astute capriole dialettiche, e soprattutto ottima memoria (e quindi collaudata vendicatività). Un'altra loro caratteristica fondamentale era quell'attitudine a desiderare di essere serviti e pagati. Si aspettano che il fedele molli la grana e non si interrogano minimamente sui loro meriti che dovrebbero indurlo a mollarla.

Un chierico che non ha mai lavorato parla dei soldi dei fedeli così come il mafioso parla distrattamente delle quote che deve intascare col pizzo. "È ricco e quindi deve sganciare gli sghei", mi diceva con malcelata avidità il parroco a cui ero soggetto all'epoca. "Sì, guadagna molto", annuivo io tentando di non fargli notare il mio disappunto per quell'affermazione comunista nemica della proprietà privata. E lui: "non solo il lavoro: è ricco anche di famiglia, quindi se sgancia tremila, quattromila euro non gli cambia niente!" Ero in imbarazzo perché non trovavo motivo di chiedere anche un singolo centesimo senza averne effettivo bisogno, nemmeno se si tratta di un ricco.

In paese il ricco in questione lo chiamavano "il dottore", ma sembrava piuttosto un titolo onorifico. È molto probabile che il parroco avesse incautamente contratto tutti quei debiti proprio perché contava di fargli sganciare "gli sghei". Sottolineo "incautamente", come un giocatore d'azzardo. Il dottore sganciò ben più di quattromila, firmando un assegno che non solo copriva tutti i debiti di quell'inutile e ridicolo centro giovanile ma pareva poter coprire anche un anno di bollette. "Il Signore ci aiuta sempre", mi disse ipocritamente il parroco mentre lo accompagnavo in banca a depositare. La banca gli aveva ingiunto di rientrare al più presto, entro tot settimane, e dopo tot più uno settimane il parroco era riuscito a convincere con chissà che enfatiche parole il benefattore. Che in cambio aveva chiesto solo di rimanere assolutamente anonimo. Talmente anonimo che ne ero già al corrente anch'io, l'ultimo degli arrivati in parrocchia. "La provvidenza ci aiuta", insisteva il parroco esigendo un mio commento. "È vero", aggiunsi, "nemmeno io avrei immaginato che sarebbe finita così bene" (ci vuole un'enorme fatica per rispondere a modo, dicendo la verità senza urtare suscettibilità, senza firmare cambiali in bianco agli amici del demonio e senza combinare occasioni di peccato mortale).

La piazzetta è deserta, c'è un sole tiepido. Mentre scendiamo dalla macchina qualcosa mi dice che dietro le finestre alcuni parrocchiani ci stanno osservando. Sanno cosa andiamo a fare, il paese è piccolo, le voci corrono veloci. "Aspetterò in macchina", dico al parroco per togliergli l'eventuale imbarazzo di dirmi che sarebbe entrato da solo. Invece insiste a volermi presente. "Qui nessuno fa la multa al parroco", dice pieno di sé, tanto per ricordarmi che non ha mai lavorato in vita sua, trasformando la gentilezza dei vigili in un dovuto ossequio all'inesistente titolo nobiliare di parroco. Entriamo nel grigiore della mini-filiale, in quella specie di sportello-ufficio-archivio che è una selva di carte accatastate in faldoni, volumetti, scatoloni, che lasciano spazio solo a poster pubblicitari con attempate donne bionde in abiti da ufficio sorridenti accanto a riquadri zeppi di numeretti e percentuali e rate.

L'impiegato, apparentemente la sola persona presente nella banca, ci accoglie calorosamente. Gli è bastato guardare la faccia del parroco per capire che è entrato per rientrare. All'impiegato non importerebbe un fico secco del rientro, ma è addestrato a ubbidire agli ordini ricevuti dal computer centrale, e ad elargire sorrisi di circostanza su misura delle operazioni del cliente. Dopo un po' di rituali chiacchiere sul maltempo e sul festival parrocchiale finalmente ci chiede il motivo della visita, come se non lo conoscesse. Il parroco gli porge l'assegno per rientrare e contestualmente gli dice di voler ritirare anche un po' di contante. Con una faccia inespressiva da giocatore di poker l'impiegato snocciola un po' di latinorum bancario per dirgli che può anche ritirare contanti ma tornerebbe in rosso, perché tra interessi supplementari sul debito, varie piccole operazioni già effettuate e altre minuscole faccenduole l'assegno è appena sufficiente a tappare l'enorme buco. In quel momento mi rendo conto che il medico avrà informalmente chiesto all'impiegato il valore esatto del debito da coprire e avrà arrotondato ai cento euro successivi: è un paesetto piccolo, e tra uomini seri le norme bancarie sulla privacy possono anche essere messe da parte un momento. Del resto al posto del medico io avrei fatto lo stesso: dare una mano alla provvidenza sì, ma senza invogliare gli scialacquatori. Uno che non ha mai lavorato in vita sua non riuscirebbe ad architettare qualcosa del genere.

L'impiegato osserva l'assegno, smette di sorridere e chiede al parroco con voce molto bancaria: "si rende conto di chi è la firma su questo assegno?" Abituato dagli anni di seminario a trasmettere il minor numero possibile di emozioni resto fermo come una statua. Magari lo ha chiesto perché c'ero io presente. Il parroco dice di sì e spiega che il generoso benefattore intende coprire i costi intrapresi dalla pastorale giovanile (verbo impersonale e soggetto intraprendente fumoso e impersonale). L'impiegato lo lascia parlare per alcuni istanti, come se volesse davvero accertarsi di qualcosa. Quindi, quando finalmente comincia a diventare un pochino percettibile l'imbarazzo del parroco, sorprendentemente lo interrompe e soggiunge: "è bene che non si sappia in giro chi ha fatto quest'assegno, sapete, è una somma non indifferente". Il parroco, visibilmente sollevato, annuisce. Pochi minuti dopo siamo già in macchina e finalmente il parroco mi raccomanda caldamente di non far sapere in giro dell'assegno. Ma non gli è difficile capire che non parlerò, visto che già in altre occasioni ho saputo tacere su qualche sua magagna.

martedì 17 settembre 2019

Nella vigna vaticansecondista non c'è posto per chi accidentalmente la pensa come il curato d'Ars

«Io non vorrei essere parroco, ma sono contento di essere prete per poter celebrare la Messa». Così disse il santo curato d'Ars.

Il sottoscritto, senza conoscere quelle parole, durante una ricreazione in sala comune, chiacchierando disse a un commilitone: «ma io non ho alcuna fretta di diventare parroco, a me basta poter celebrare Messa e confessare».

Alle mie spalle partì l'immediata escalation fino al vescovo. Che pochi giorni dopo inventò una scusa per dirmi che lui non intendeva ordinare al sacerdozio coloro che non fossero pronti ad essere parroci. Ingenuamente pensai che non ce l'avesse con me e quindi risposi con un blando sorriso di accondiscendenza. E sebbene questo mio atteggiamento fosse stato il meno pericoloso (date le circostanze specifiche) di fronte a tale affermazione, lui in altre occasioni si infilerà di nuovo tale sassolino nella scarpa in modo da toglierselo di nuovo. E mi ripeterà la stessa cosa nel giorno in cui mi dimise. Voleva la "vocazione a parroco", non la vocazione al sacerdozio. Non gli servivano operai per la vigna del Signore: gli servivano operatori della pastorale da abilitare anche a dir Messa.

Sputo con disprezzo su quel vescovo e su quelli come lui. La loro "chiesa" è fatta di strutture organizzative serie, come la "diocesi", che non coincidono mica con la vigna del Signore che per loro è un concetto astratto, un fervorino da predica feriale. Meritano pienamente di essere calpestati dal mondo come il sale che ha perso sapore.

giovedì 5 settembre 2019

Gergo clericale postconciliare, e compatibilità con le mode

Episodio 1. Un giorno c'erano le ordinazioni sacerdotali in cattedrale. Anziché gli occhiali avevo le lenti a contatto. Fuori dalla cattedrale il vescovo, in presenza degli altri seminaristi, non gradì, e mi chiese come mai fossi senza occhiali.

Gli risposi che indossavo le lentine, e lui ripeté la domanda, come se non avesse capito. Gli risposi che erano più comode, che era per non avere la montatura nel campo visivo, che... Mi ripeté pacatamente per la terza volta la domanda, e lì capii che era una sgridata. Ammisi subito che erano anche per una questione estetica. E lui cominciò la solita patetica srotolata: sì, però... è importante, ma non è importante... tuttavia... del resto... comunque...

Come al solito, mentre il Titanic affonda, il capitano urla che le tendine degli oblò sono piene di polvere. Inutile dire che da quel giorno smisi di usare le lentine.

Episodio 2. Un giorno c'erano le ordinazioni sacerdotali in cattedrale. Memore dell'episodio precedente, ero con gli occhiali. Ma avendo già ricevuto l'ammissione agli ordini, mi presentai con la camicia-clergyman, cosa che mi permetteva di non avere sulle spalle altri tessuti, cioè di sopportar meglio la calura estiva. E comunque, se uno «ammesso tra i candidati all'ordine sacro» non la indossa nelle grandi occasioni, quando la indossa?

Fuori dalla cattedrale il vescovo mi raggiunse per chiedermi cosa fosse quella. Lo presi in contropiede: eccellenza, se lei non gradisce, io non la metto più. E lui: sì, però, cioè, insomma, tuttavia, non è importante, ma comunque, però, del resto, cioè, comunque... Poi finalmente trovò un argomento: ...non per mettersi in mostra... E andò via. Il resto del cazziatone me lo fecero i commilitoni, peraltro invidiosi della mia clergy - anche quegli stessi che a loro volta la indossavano, visto che le loro erano grigio-topo col colletto da protestante o da anglicano, e in gran parte dei casi mostravano le loro abominevoli pance.

Episodio 3. Per la solita pioggia di accuse anonime il sottoscritto si guadagnò un cazziatone supplementare dal vescovo. Sapendo di non meritarlo restai in silenzio per tutto il tempo finché non mi congedò. Tre giorni dopo mi chiamò con una scusa e mi fece correre in episcopio da lui, e cominciò a diluviarmi di parole. Per venti surreali minuti sembrò assillato da due cose: cercare di capire se mi fosse rimasto qualche suo sassolino nella mia scarpa di cui un giorno (presumibilmente prossimo) mi sarei vendicato, e cercare di non farmi capire che voleva capirlo. Solo a metà conversazione compresi quei suoi due assilli, ma il cazziatone supplementare lo avevo già digerito e dimenticato per cui fui del tutto distaccato, come la volta precedente, addirittura sorridente e tranquillo, e quando lui se ne fu convinto finalmente mi congedò.

Insomma, puntualissimi a pagare la tassa sulla menta, sull'aneto e sul cumino, ma profondamente ingiusti quando si tratta di devastarti la vita ed efficientissimi nel pararsi il culo.

Episodio 4. Messo al corrente che durante una tornata di esercizi spirituali il sottoscritto aveva fatto la comunione senza usare le mani, il vescovo, durante una tregiorni, preferì essere lui a distribuire la comunione in modo tale che quando arrivai io a mani giunte, anziché dirmi «il corpo di Cristo» mi disse: «no! voglio dartela sulle mani!»

In altre parole si è ostinato coscientemente a considerare l'Eucarestia un aggeggio inteso a verificare la compatibilità con una moda postconciliare. Se in quel momento non avessi avuto la prontezza di mettere le mani a "trono" e accontentare quel patetico asino d'un vescovo - a spese di Nostro Signore, rendendomi purtroppo complice di quel ridicolo show inteso forse a tranquillizzare il deprecabile rettore del seminario che assisteva alla scena -, avrei passato molti altri guai.

Scaricai in confessione tale complicità avvenuta a spese del Corpo di Cristo, ma dopo tutti questi anni mi brucia ancora il ricordo.

E comunque non mi giovò, visto che continuarono a tenermi in seminario in attesa di trovare una scusa decente per cacciarmi, o di indurmi a ritirarmi da solo (specialmente quest'ultima cosa era il loro sogno più accarezzato, poiché quei soggetti bramano di commettere le loro nefandezze potendo dirsi allo specchio "ho le mani pulite, non ho fatto niente", come se ciò li giustificasse davanti a Dio).

lunedì 26 agosto 2019

Non vado ai matrimoni...

Ero ragazzino. Alla Messa del matrimonio di mia cugina ero già infastidito dall'invadenza di vestiti costosi, fiori costosi, scarpe costose ai piedi di gente che avevo sempre visto in pantofole, quel palcoscenico per lo spettacolo, quelle imbecillissime paroline di circostanza di cui venni diluviato anche fuori dalla chiesa (inclusa l'immancabile "e tu quando ti deciderai a cercarti una fidanzatina?"), praticamente tutti durante la liturgia a pensare ad altro, ero già infastidito dal fatto che quando il pretino cretino terminò la lettura del Vangelo furono in pochi a sedersi perché gli altri erano già seduti fin dall'inizio della Messa, arrivò la mazzata micidiale: l'omelia.

Il prete, sui cinquant'anni, con fare inusualmente gioviale e per lo più rivolgendosi agli sposi chiamandoli per nome, disse poche stupidissime frasette di circostanza estratte dagli incarti dei Baci Perugina e trovò il modo di infilare a forza nel discorsino sulla vita degli sposi l'espressione «fare l'amore».

Avendo avuto all'epoca poche "gioie" televisive e internettiane, quell'espressione mi suonava particolarmente odiosa e pornografica, tanto più detta con quella voce affettata da vecchio trombone accidentalmente dotato di sacramento dell'ordine e che tenta di sembrare il simpaticone che al bar ti dà una pacca sulla spalla.

Con quel genere di preti, che aspettarsi? Le altre cugine e zie (di quelle da rosarioni giganti negli autobus dell'immancabile pellegrinaggio stagionale) infiocchettarono - come da tradizione locale - l'auto degli sposi con carta igienica e scritte pornograficamente allusive al sesso (imbrattando di rossetto il parabrezza), così, tanto per completare l'inutile fastidiosissima chiassata del pranzo di nozze e per confermare i frutti della Comunione appena (mal)fatta.

Qualche annetto dopo, forte del ribellismo adolescenziale, ebbi finalmente il fegato di urlare "no!" quando i miei volevano impormi la partecipazione ad un'altra di quelle pagliacciate.

sabato 17 agosto 2019

Mi ricordo di quel Lord

Benché tenessi un profilo basso e tentassi di sembrare invisibile, quei corridoi non erano abituati a veder svolazzare vesti talari. Mi fermò con ben recitato entusiasmo uno dei laici dell'autoincensante gruppo di autoimpegnati che per distinguersi dagli altri preferiva mettere in scena pizzi e merletti. Mi domandò qualcosa per avviare la conversazione (mi par di sentirlo adesso con quella sua voce da lord inglese in sala da thè): "in preparazione per la celebrazione?". Risposi di sì tentando gentilmente di svicolare, ma il soggetto non era intenzionato a mollare la presa: doveva esibire (probabilmente a sé stesso allo specchio) il trofeo di aver conosciuto qualche nuovo prete. Chiese: "Padre...?" Gli risposi con un delicato sorriso d'ordinanza e nella maniera più innocua possibile che ero solo uno dei seminaristi e che dovevo raggiungere gli altri per "preparare il servizio liturgico", sperando che tale magro bottino placasse per qualche istante il suo entusiasmo, il tempo necessario a sgattaiolare via.

Mise in scena l'espressione del lord sorpreso e sdegnato, col sottinteso che dalla talare si aspettava un prete, ma avevo già un piede fuori dal ring e con la coda dell'occhio percepii a stento la sua frenetica riorganizzazione mentale. Si aspettavano una frotta di preti tradizionalisti da esibire nelle foto sul loro sito web e da contattare per qualche Messa all'interno della sede, si ritrovarono con un pretino in casacca e quattro seminaristi in talare.

martedì 13 agosto 2019

Dolcetti massonici

Il vero dolore è una di quelle esperienze indimenticabili e non per metafora. Leggo di uno che, dopo tanti anni, nel passare in quella strada in cui una volta scivolando si ruppe il ginocchio, gli torna ancora la paura, gli aumenta il battito cardiaco. Avviene così anche a me, quando passo per la strada da cui si vede la struttura del seminario. Ho ancora l'impressione che da quell'edificio debordino da porte e finestre come nuvole di fumo nere, dense, malefiche. Per il male che mi hanno fatto, e ancor più perché me lo hanno fatto in odio alla fede e in odio alle vocazioni, in odio a tutti quelli che come me non desideravano altro che di accedere al sacerdozio e consumare la propria vita celebrando sacramenti e insegnando la fede e senza alcuna pretesa di erigere monumenti a sé stessi.

Odiavano questo, pur essendo i soggetti ufficialmente preposti al vagliare vocazioni, perché odiavano la fede che lo sosteneva. Per loro la Chiesa è una ONG con annessa attività commerciale: servizi religiosi in cambio di soldi. Vogliono preti anonimi e intercambiabili e dediti esclusivamente all'attività "pastorale", ma hanno una concezione non cattolica della "pastorale" (e cioè del sacerdozio e dei sacramenti e di tutto il resto). Il seminario era retto dai nemici della fede, e si vedeva. Fra o simboli più riconoscibili c'erano quei patetici dolcetti che ci spediva il club massonico nelle festività in cui ci toccava pranzare in seminario: grossi ma non saporiti, appariscenti ma stantii. Certi seminaristi litigavano per avere il diritto di scegliere per primi. Il sottoscritto, chiamato a servizio tavoli a causa di una furba assenza di chi era di turno, finse di confondersi e iniziò il giro del refettorio dal lato opposto, scatenando il vociare incivile di quelli dell'ultimo anno e le nascoste risatine dei superiori. Suppongo che qualche Gran Maestro sarebbe stato soddisfatto della scena, teologicamente rilevante: ma guarda come bramano di ricevere le nostre squallide briciole...

Uno dei miei commilitoni junior, credendosi moderno, criticò uno fresco di sacerdozio perché quest'ultimo "stava sempre seduto lì a perdere tempo". Seduto in confessionale ad ascoltare confessioni. Anche di domenica, giorno in cui i preti vorrebbero riposarsi anziché "lavorare" nella vigna del Signore. A Junior fu imposto non di studiarsi per bene il Catechismo, non di imparare le norme liturgiche, non di compiere liberi gesti di carità secondo le indicazioni del direttore spirituale... no: per poterlo ordinare, gli imposero di dimagrire. Quando ebbe perso il previsto numero di chilogrammi e dimostrato di non recuperarli alla prima occasione, tornò automaticamente in corsa per il diaconato, e infine fu ordinato al sacerdozio. I fratelli della loggia saranno stati contenti.

giovedì 18 luglio 2019

Il profumo dei trenta denari

Il giovane Flash domanda a Ironman quale è il suo superpotere. Ironman, avviando il motore della sua Mercedes super lusso, risponde: sono ricco. Sì, anch'io sono sicuro che un po' di sporca ricchezza mi avrebbe largamente facilitato il percorso verso il sacerdozio.

Ne doveva esser sicuro anche il gaio aspirante che si presentò in comunità con un sottinteso. Ogni volta che ci veniva a far visita la sua testa pelata sembrava sempre più lucida e le mani sempre meno vuote. Una volta la torta, una volta i dolci, una volta un arrosto, una volta un intera spesa per un pranzo luculliano... Il prepuzio preposito pareva sempre quasi pronto a derogare alla sua inderogabile norma del "qui tre vocazioni sono già troppe" (spoiler: non derogherà).

Nel mio interminabile gioco dell'oca vocazionale, a dispetto del fatto che mi capitava sempre la penalità del "Riparti dal Via!", ho in diverse occasioni messo mano alla carta bancomat. Gesti che consideravo un investimento - come quando ad esempio pagare un conto altrui significò non far perdere al prete alcuni preziosi minuti che servivano al colloquio con me. O come una gratitudine - non scrocco un pranzo andando a mani vuote. O come carità - una volta sospettavo che uno dei presenti era in difficoltà economiche e perciò pagai per tutti (guadagnandomi un gratuito sarcasmo da un altro dei presenti che, come me, pure aveva il bancomat).

Non ero ricco. Non lo sono mai stato. Ho solo investito quel poco che avevo e nei momenti in cui lo ritenevo utile. Anche rischiando. Qualche anno prima, in una diversa comunità in cui ero postulante sentii il superiore lamentarsi di un diluvio di imminenti e inevitabili spese. Sembrava sincero e preoccupato. Gli dissi che potevo mettergli a disposizione tutto quel che avevo sul mio conto bancario. Ero sincero (e avventato). Per mia immensa fortuna, il superiore colto alla sprovvista ringraziò e disse che non era necessario e tornò in sagrestia (solo qualche attimo dopo realizzai di essere stato troppo avventato... mentre lui realizzava di essere stato a sua volta troppo avventato nel non lasciarsi aperto nemmeno uno spiraglio).

Tranne rarissimi esemplari, i preti non hanno mai lavorato in vita loro. Mai guadagnato uno stipendio, nel senso di guadagnarselo a suon di serietà, responsabilità, puntualità. Questo genere di preti considera le offerte dei fedeli un atto dovuto anziché un dono inatteso. Considerano la ricchezza altrui come un'ingiustizia fino a che gran parte di quella ricchezza non trasloca nelle loro tasche (sì, proprio come i comunisti). Svalutano o dimenticano rapidamente cosa hanno ricevuto, ricordano (e rivalutano) molto largamente ciò che hanno dato. Come facilmente immaginabile, anche in ambiente tradizionalista vale il sottinteso: senza soldi non si cantano messe (tanto meno si accettano vocazioni, si considerano anime in difficoltà spirituale, si prendono sul serio richieste che dovrebbero essere prese a prescindere a causa dei doveri sacerdotali, eccetera), talvolta persino con la scusa ufficiale che non sguazzano nell'oro.

Nel proporgli di mettere subito a disposizione tutto ciò che avevo, il mio orizzonte era la comunità. Mi ero avvicinato alla comunità da pochi mesi ma ero già piuttosto certo di volervi rimanere a vita, per cui anche nell'ipotesi che quei soldi non mi sarebbero mai stati più restituiti restava inteso che da sacerdote di quella comunità la prima beneficiaria delle mie donazioni sarebbe stata la comunità stessa. Povero ingenuo! A creare il buco nero nei conti non erano state le spese e le bollette, ma i malriusciti intrallazzi del superiore e le regalie ai seminaristi frocetti (povero me illuso, che mi illudevo che questi ultimi si potevano in qualche modo tenere a distanza di sicurezza, incensarli quel tanto che basta da renderli inoffensivi, e magari assistere alla loro dipartita dalla comunità alla prima gelosia trasversale).

Piaccia o non piaccia, i costi essenziali della formazione di un seminarista devono essere a carico della comunità che li accetta, per evitare che il seminarista non ricco (cioè quasi qualunque seminarista) possa anche soltanto essere sfiorato per un attimo dalla mentalità del "ho pagato ma non ho ricevuto". Mentalità pericolosa perché i soggetti meglio armati (in senso economico e sociopatico e possibilmente omosessuale) ultimamente riescono nel loro intento (e no, non era un'ipotesi).

Torniamo al prepuzio preposito sopra citato. Che dopo aver tentato di costruire assurde scuse per togliermi dalle balle decise all'improvviso che i membri della comunità dovevano versare una retta mensile per contribuire alle imprecisate "spese". E che il sottoscritto dovesse pagare retroattivamente fino a cinque mesi prima, data di ingresso in comunità. Quel maledetto frocio aveva insomma bisogno urgente di un paio di migliaia di euro, probabilmente per pagarsi la ricostruzione dell'ano sfondatogli in qualche dark room da froci come lui. Un vero e proprio ricatto ai miei danni, che non tentò neppure di addolcire, e che anche a pagarlo sull'unghia non avrebbe cambiato di una virgola il suo disprezzo per me. Aveva solo deciso di monetizzare, dopo aver notato che dopo tante ingiustizie nei miei confronti ancora non avevo mai aperto bocca.

Un ultimo aneddoto. Un commilitone si era vantato che un lontano parente aveva destinato in eredità un grosso immobile al primo fra nipoti e pronipoti che fosse stato ordinato al sacerdozio. E lui era l'unico seminarista di tutta la famiglia allargata. Gli dissi che su quella faccenda sarebbe stata necessaria la massima discrezione, e gli garantii che non ne avrei fatto parola. Ma lui mi guardò con quell'espressione con cui si commiserano gli inguaribili ingenui. Fece un'allusione per dirmi di procurarmi una "dote" da adoperare insieme agli altri mezzucci per convincere i superiori a ordinarmi. Ovviamente un poveraccio come me non poteva procurarsi qualche immobile come dote. Finì esattamente come previsto: il sottoscritto fu scacciato via, lui fu ordinato.