sabato 1 marzo 2025

La diocesi invasa dalle sètte sospiranti

Scopro per caso che una parrocchia dove a suo tempo avevo prestato servizio ha la chiesa intitolata ad un santo diverso da quello con cui l'avevamo sempre chiamata. Sul sito della parrocchia spunta l'elenco delle iniziative in corso e la foto con la faccia depressa del giovane parroco con la chitarrina. È uno con cui non ho mai avuto a che fare, entrato in seminario dopo che fui fatto fuori. In quell'elenco di iniziative ci sono anche cose che avrebbero furiosamente proibito a me, se fossi giunto al sacerdozio e avessi ricevuto un qualsiasi incarico: quando vi dicono che accedere al sacerdozio è una grazia, è vero anzitutto nel senso che le regole ferree di ieri diventano consigli poco importanti di oggi e solidi divieti domani (eccezion fatta per la Tradizione, contro la quale c'è un'ostilità indefessa).

Nelle iniziative di tale parrocchia compaiono ovviamente anche un sacco di emerite vaccate. L'ha avuta davvero vinta la corrente pretesca che voleva trasformare le parrocchie in inutili dopolavori ferroviari dove un po' di gente se la cantasse e se la suonasse quanto basta per far sembrare vispa e arzilla la comunità cristiana locale agli occhi di una platea immaginaria di giornalisti, poco importa che detta comunità non coincida quasi per nulla con quella parrocchiale, poco importa l'effetto "porta girevole" (ogni anno tot nuovi elementi entrano e altrettanti escono). Il tutto corredato da simboli da cui un cattolico sano di mente si terrebbe igienicamente alla larga, e talvolta riguardanti eventi di cronaca riguardo ai quali un cattolico sano di mente parteggerebbe per il versante opposto.

"Ma come, hai sempre da ridire?", mi obietterebbe la tipica anima pia, "fanno persino l'adorazione eucaristica!" Eh, beh, non fermarti alla grafica colorata del manifestino e prova ad andarci tu a quel mini-show canoro autogestito che arbitrariamente chiamano adorazione, in cui il Santissimo Sacramento è poco meno che un intruso.

Il segreto di Pulcinella è che attorno alle parrocchie così malridotte proliferano vere e proprie sètte, accomunate dai... sospiri. Anche in questa diocesetta scalcagnata. Fin dai primi tempi del seminario raggiunsi la sgradevole certezza che la maggior setta sospirante aveva già in pugno la formazione al sacerdozio e le decisioni ultime sugli incarichi curiali e parrocchiali. Solo che nella mia ingenuità pensavo che ci fosse ancora un po' di spazio per il "vivi e lascia vivere", pensavo che vescovo, rettore di seminario, parroci, almeno un minimo scrupolo di coscienza riguardo alle vocazioni lo avrebbero avuto, mi illudevo che avrebbero detto "ma sì, spediamolo in quella povera e squinternata parrocchietta di campagna e dimentichiamolo lì". E invece no: l'ordine di scuderia era di non ammettere per nessun motivo qualcuno che non fosse conclamatamente allineato alla setta sospirante. I rari momenti in cui qualche prete mi espresse solidarietà, si trattava di qualcuno ormai fuori dai giochi, ostacolato a sua volta da quella setta senza nome, parlandomi forse solo per combattere al posto loro contro quel gruppo di fedelissimi del santone che non si poteva nominare se non con circospezione e a bassa voce (santone che infatti riuscì a maneggiare abbastanza da diventar vescovo, e non era un mistero che aspirasse a farsi assegnare proprio questa diocesi prima o poi), gruppo di suoi pupilli che gli riferivano tutto (e che accedevano comodamente al sacerdozio tranne nei rari casi in cui la combinavano davvero grossa).

E dire che avevano tentato di cooptarmi nella setta. Fui invitato a una delle riunioni col santone. Ufficialmente per una preghiera, praticamente per una predica. C'era un mucchio di gente timoratissima, ansiosa, bramosa di ricevere una parola del santone che avrebbe istantaneamente confermato o riprogrammato scelte di vita e vocazionali (quella gente costituiva esattamente lo spettacolo che intendevano offrire ai miei occhi: "hanno trovato una guida, deciditi a riconoscerla anche tu"). Nell'incontrino, a luci soffuse, quasi al buio, il santone esalò la sua predica in cui i sospiri furono più numerosi delle parole. Disse le solite trite banalità che potete ascoltare pressoché in ogni parrocchia vaticansecondista oggi, ma con un linguaggio ampolloso, imbottito di inutili astrazioni e dotte (ma ancor più inutili) citazioni, con esempi talvolta perfino calzanti ma che sembravano buttati lì solo per tener svegli gli ascoltatori. E naturalmente con qualche piccola forzatura qua e là, sul significato di qualche versetto del salmo, o su una parola del Vangelo.

Se non l'avessi già dedotto da continue osservazioni precedenti, l'avrei capito quella sera stessa il motivo per cui i pretini sfornati dalla setta erano tutti come lo schitarrante parroco sopra citato col sorrisetto depressino, con la passione per il teatro e la teatralità (red flag: intenderanno anche la liturgia come un teatro), con un compiacersi di citare canzonette moderne per spiegare il Vangelo (poco importa che tali canzonette lo contraddicano), con quell'atteggiamento - tipico di ogni setta - che anche quando si ubbidisce al legittimo superiore (il vescovo) bisogna sempre farlo con un escamotage che promuova la setta, bisogna sempre fare in modo che sia la setta ad espandersi, che sia il santone ad essere gloriato, che i membri della setta continuino ad essere trattati come il santone vuole.

martedì 25 febbraio 2025

Coccodrillo anticipato per il sullodato

In quell'infausto marzo 2013 appresi dalla tv in cucina - una delle due o forse tre volte che avrò acceso la tv in questo secolo - l'ascesa al soglio del Bergoglio. "Catastrofe!" fu la prima reazione. Spensi la tv e mi ritirai per qualche minuto in addolorata preghiera, come tutte quelle volte in cui ci si rende conto che per molti anni a venire non ne verrà nulla di buono, né per la propria vocazione, né per la Chiesa, né per le anime. Ed infatti quasi dodici anni dopo si sono rivelate esatte tutte le più odiose previsioni: letteralmente l'andreottiano "a pensar male si fa peccato ma s'indovina".

"Corpo sociale", intitolai questo blog di sfoghi, perché in una delle sue gesuitiche elucubrazioni il Bergoglio aveva detto testualmente “non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo”. Cioè il Corpo di Cristo (l'Eucarestia), a suo dire, non merita di essere difeso se ciò urta la suscettibilità di qualche fedele (il "Corpo Sociale di Cristo"), che nel contesto era il tipico parrocchiardo risentito perché non gli si amministrava la Comunione sulle mani. (La citazione la debbo a Blondet - articolo completo riprodotto su C&PC -, che l'aveva reperita da un articolo di Tosatti su La Stampa del 23-5-2014, articolo poi misteriosamente sparito dagli archivi del giornale).

Questa paginetta di "coccodrillo" l'avrei voluta pubblicare in morte del sullodato, se non fosse che qualche giorno fa un amico allarmato mi avesse telefonato per riferirmi della "scherzosa" affermazione bergogliesca secondo cui «se non seguo le indicazioni dei medici vado dritto in Paradiso». "Scherzando" ho chiesto retoricamente se il sullodato credesse davvero all'esistenza del Paradiso, e anche in base a cosa credesse di esserselo già guadagnato automaticamente. Oppure, se quelle parole gli fossero state messe in bocca da qualche giornalista creativo per sostenere la narrativa ufficiale del Tutto va Bene Madama la Marchesa, mentre da una decina di giorni è un susseguirsi di voci ufficiose sulle condizioni sempre più gravi e sui preparativi (già in corso da una settimana) del suo funerale. Ho ricordato all'amico come lo stesso don Bosco, nell'ultimo periodo della sua vita, chiedesse preoccupato preghiere per la propria salvezza. Un gigante come lui che all'avvicinarsi dei suoi ultimi giorni aveva il timore di presentarsi al cospetto divino come il servo che ha sotterrato un talento. Che differenza rispetto al Bergoglio che gesuiticamente si autopromuove "dritto in Paradiso" anziché pensare a come ravvedersi e salvarsi l'anima!

I giornalisti di Madama la Marchesa hanno riportato infatti di questi suoi giorni di degenza la sua attività riguardo "documenti e nomine". Sembra proprio lo scenario (già avvenuto col Berlusconi) in cui del soggetto, in condizioni gravissime e magari già morto o in coma irreversibile, si posticipa un po' la morte ufficiale in modo da fargli "firmare" qualche favorino "agli amici degli amici", e di far passare qualche giorno per non sgamare troppo il giochetto. (Succede talvolta anche il contrario, come quando Woytila negli ultimissimi giorni di vita s'impuntò a voler promuovere Negri all'episcopato; o come quando Luciani fu soppresso in fretta)

Tutta questa introduzione è solo per giustificare come mai la tesi di Viganò - cioè che il Bergoglio non avesse mai avuto intenzione di «pascere gli agnelli, pascere le pecorelle» - sembra mostrare più di qualche fondamento. In tutto il suo "pontificato", El Jesuita ha mostrato per il gregge solo un malcelato disprezzo, come quando trovava il tempo per onorare di una visita privata lo sconosciuto Traettino mentre i casertani imploravano almeno un cenno di saluto, o quando onorava la fin troppo nota Bonino dopo aver sempre definito "sgranarosari" e addirittura "occultisti" i fedeli cattolici. Se c'è un punto su cui vaticansecondisti e cattolici vanno davvero d'accordo, è che il vaticansecondismo è sostanzialmente "altro" da ciò che era "preconciliare" (da cui rifugge con disprezzo e disgusto, quando non con foga distruttiva).

Sapevo bene che il gesuitismo ha gran zelo nel servizio del demonio, anche da prima di Bergoglio. Anche da prima del giorno in cui un gesuitastro, guardandomi negli occhi, mi mentiva sapendo di mentire e sapendo che io sapevo che stava mentendo (per cui non mi meraviglierei che descrizioni come questa possano avere qualche fondamento). Con la morte di Bergoglio (probabilmente già avvenuta, nonostante qualcuno fidandosi troppo della stampa la etichetti "fantasiosa") si chiude un tristissimo capitolo della storia della Chiesa (qualcuno osa sperare: "Non sorprende che coloro che gli abbiano consentito di salire sul soglio di Pietro siano oggi così atterriti dalla sua fine"). Tristissimo anche per me, visto che il mio percorso vocazionale, già irto di assurdi ostacoli in tempi woytiliani-ratzingeriani, ha visto dodici anni di durissimo deserto.

In tempi remoti, in una gita a Roma con tappa a piazza san Pietro, al momento del passaggio di Woytila gli scattai una foto. Sarò stato a pochi metri di distanza dalla papamobile ma a rivedere la foto sembrò che mi fissasse. Non ricordo se dopo o prima, trovandomi a Roma per lavoro, dovendo raggiungere un collega a via delle Fornaci, tagliai per piazza san Pietro incrociando Ratzinger (ancora cardinale) sotto il colonnato. Non lo riconobbi subito, ricordo solo che mi fissava mentre mi sbrigai a passare per non farlo aspettare. Quando parecchi metri dopo mi resi conto di dove avessi già visto quel volto, mi voltai indietro e stava già sparendo dall'altra parte del colonnato. In epoca post-ratzingeriana, trovandomi a Roma a partecipare alla processione (del Corpus Domini, penso), non riuscii a vedere Bergoglio: era come se non ci fosse, o come se non volesse esserci. Questi episodi mi hanno talvolta dato per un attimo la sensazione che la mia vocazione avesse a che fare con la figura del successore di Pietro non solo in termini gerarchici. (E dire che da sempre avrei volentieri preferito un papa silenzioso, antipatico, o scandaloso su temi mondani, ma che almeno non acconsentisse a svarioni dottrinali e liturgici, laddove il Bergoglio si è invece prodotto in abusi liturgici - per esempio amministrando personalmente la Comunione "sulle mani", cioè sdoganando l'abuso - e in svarioni dottrinali, contro cui il belato delle correzioni filiali non ha mai ottenuto nulla)

Così, oggi, mentre il successore ufficiale di Pietro sta ufficialmente morendo, licenzio questa paginetta per tempo per evitare che qualche asino venga a ragliare che dei morti si debba dire solo del bene. E per cominciare a pensare a che nome nuovo dare al blog.

mercoledì 19 febbraio 2025

Un momento di rabbit hole

Volevo solo ricordare il nome di una chiesa, e son finito nel rabbit hole dello sfogliare l'annuario diocesano online vedendo che fine hanno fatto i miei compagni di seminario, i preti che mi hanno perseguitato, e quelli che andavano per la maggiore. C'è ancora listato qualcuno che nel frattempo ha gettato la tonaca (mai indossata) alle ortiche. Anzitutto quel soggetto pieno di sé, portato come esempio dal rettore, che più volte credette utile rampognarmi, oggi sposato, onnipresente in attività diocesane, dal mestiere incerto.

Un altro è parroco, e a febbraio 2025 il sito della sua parrocchia è ancora fermo alla richiesta di un "Green Pass Rafforzato e la Mascherina FFP2". Un altro ancora, dei più mormoratori e presuntuosi, assurto a incarichi diocesanamente prestigiosi. E poi un altro di quelli che avevano lasciato il seminario per fidanzarsi, dopo pochi anni rientrava con tutti gli onori del figliuol prodigo, salvo poi gettare la tonaca (mai indossata) alle ortiche per sposarsi. E quello che minacciava di farsi venire la crisi sacerdotale se non lo avessero promosso a una parrocchia di maggior prestigio, taac!, promosso. Quell'arrogante che primeggiava per ignoranza e faciloneria ha scritto un libro, rimediando un bizzarro incarico fuori diocesi.

Uno dei migliori preti della diocesi, ignorante e facilone ma non arrogante, chiacchierato perché giocava i numeri al lotto, la vocazione ce l'aveva. Celebrava, confessava, provava fastidio per le troppe chiacchiere da bar, per l'invadenza dei laici, per i noiosi raduni del clero. Ebbi a che fare con lui solo una volta, gli chiesi di confessarmi poco prima di una processione, neanche un minuto dopo mi amministrava l'assoluzione, eppure di cose da fare ne aveva. Avrei voluto essere come lui, un prete di campagna coi suoi difettucci, uno di quelli che se gli chiedi di confessarti non reagiscono peggio che se gli avessi chiesto un botto di soldi.

mercoledì 29 gennaio 2025

Il prete intrallazziere

Si introduca qui la figura del prete intrallazziere, ossia colui che pur ordinato al sacerdozio ha come vocazione non quella sacerdotale, ma quella agli intrallazzi - e che per quanto vanti la propria chiamata al sacerdozio la ritiene fondamentalmente uno strumento per questi ultimi. Non ci si lasci ingannare dall'espressione affabile e gioconda, non tragga in inganno la parlantina brillante e farcita di paroloni del gergo cattolico: quei sorrisi e sospiri sono in vendita, e se vi concede udienza è solo perché sta valutando l'opportunità di estrarvi qualcosa o di usarvi come mezzo per concludere qualche altro affare. Il prete intrallazziere è convinto che tutti abbiano soldi di cui non sappiano che farsene e che in virtù di ciò debbano mollargli il malloppo. Il prete intrallazziere non ha a cuore la fede, la dottrina, la liturgia, le vocazioni, ma solo il proprio prestigio e ancor più i beni mobili e immobili su cui nutre più o meno segretamente speranza di mettere le grinfie dicendo che è per volere di Dio. Apparentemente una figura paterna, si rivela invece un manager dedito solo a guadagnarsi il bonus trimestrale con ogni trucco; disponibile teoricamente con tutti, risulta irreperibile tranne che ai suoi fidatissimi - quelli che ne hanno comprato (in genere con moneta sonante) il favore.

Il prete intrallazziere è di solito il diametralmente opposto di don Bosco. Don Bosco pregava (e molto) e cercava di non farsi notare; il prete intrallazziere, quelle rare volte che prega, fa in modo da farsi notare. Don Bosco aveva a cuore la salute spirituale di coloro che gli si rivolgevano; il prete intrallazziere ha a cuore l'organizzazione, i finanziamenti, il barcamenarsi fra pagamenti da rinviare, debiti da onorare il più tardi possibile, opportunità di chiedere altri soldi e donazioni, sottili piagnistei su come sarebbe bello se gli affidassero tali immobili o talaltra ricchezza, "per il Signore", certo, come no. Don Bosco passava molto tempo in confessionale, il prete intrallazziere ne farebbe volentieri a meno; don Bosco soffriva (risultato del bene che faceva), il prete intrallazziere si lamenta di soffrire ma dietro le quinte fa la bella vita (e se glielo fai notare ti dirà che dopo tante fatiche ha bisogno di riposo e ristoro); don Bosco sapeva scegliersi persone di fiducia, il prete intrallazziere ha solitamente qualche figliuolo prediletto a cui irrazionalmente non sa dir di no; don Bosco era devoto dei santi, il prete intrallazziere è devoto a chi può arricchirlo (e se proprio tira in ballo figure di santità le menziona solo a mo' di slogan); don Bosco era virile, il prete intrallazziere solitamente non lo è del tutto. Don Bosco era come un padre amabile per i suoi "figli", il prete intrallazziere è come un caporale che esige che i suoi sottoposti siano perfettamente incastrabili nel suo mutevole e arcobalenante progetto. E sì, la maggioranza della corrispondenza di don Bosco era per chiedere donazioni, mentre l'intrallazziere chiede cercando di non lasciar troppe tracce, anche perché magari ha già avuto qualche "spiacevole malinteso" con autorità civili o ecclesiastiche...

E la partenza - o la dipartita - di un prete intrallazziere lascia tipicamente lo stesso caos di quella di un hoarder, un accumulatore seriale.

Alcuni preti intrallazzieri orbitano purtroppo attorno all'ambiente legato alla Tradizione cattolica. Ho avuto a che fare con alcuni di loro, rimanendone puntualmente scottato e deluso, perché non c'è verso di accontentarli o almeno assecondarli, sarai sempre considerato l'intruso che vuole intrufolarsi nel loro regno, un figliastro ingrato sgradito anzitutto al sacro figliuolo prediletto, una spesa imprevista che sopprimerebbero volentieri e il prima possibile. Se poi hai un qualche valore di mercato - come quel seminarista sudamericano abile in sartoria ecclesiastica, o quell'altro che stava per ereditare un certo pregiato immobile - potrai aspettarti un trattamento leggermente migliore dei figliastri intrusi.

La figura del prete intrallazziere è per molti tratti sovrapponibile a quella dei pessimi preti che hanno a cuore solo robette mondane. A differenza di questi ultimi, l'intrallazziere ha un'invincibile ossessione per il micromanagement, che in qualche modo influisce sulle priorità che dà a ciò che celebra, a come (e quanto) ascolta confessioni, alle vocazioni. In breve, mentre il prete frùfrù è debole quanto alla castità, il prete arrivista è debole quanto all'obbedienza (non nel senso di disubbidiente ma nel senso di avido di potere), il prete amante dei soldi è debole quanto alla povertà, e il prete intrallazziere è un mix di questi ultimi due, avido di beni e soldi ma con la foga dell'inanellare intrallazzi e "gestire" situazioni. Immaginate dunque i danni che possono fare i preti intrallazzieri quando hanno a che fare con le vocazioni...

mercoledì 4 dicembre 2024

Quando i pazzi comandano al sano sedute dalla psicologa

Episodio: il rettore del seminario decise che il sottoscritto aveva bisogno di qualche seduta con uno psicologo. Chiesi per quale motivo, ottenendo ovviamente non una spiegazione ma un insulso guazzabuglio di parole clericali. Feci allora presente che dallo psicologo si mandano quelli che hanno qualche serio problema, e chiesi dunque quali problemi rilevavano. Il rettore, con una perfetta faccia di bronzo indistinguibile dal culo, rispose che il fatto stesso di porre la domanda implicava che ne avevo bisogno. Trattenni a stento un sorriso sarcastico mentre osservavo che dallo psicologo dovremmo mandarci i pazzi (pensavo ad almeno metà della comunità), e soggiunsi qualcosa che significava "fate come volete", visto che avevo capito che era una decisione irrevocabile.

E venne dunque la psicologa a tenere incontri comunitari. Magari era la sorella di qualche pezzettone grosso della curia, a cui non si poteva non far guadagnare qualche soldino. O forse avevano pensato che non sarei stato tanto propenso ad autoaccusarmi di qualcosa. Dopo una mezza dozzina di inutili sedute comunitarie (prezioso tempo pomeridiano sottratto a studio e riposo), in cui vomitò la solita aria fritta delle pseudoscienze fai-da-te, se ne concluse apparentemente con un nulla di fatto: il rettore non cambiò opinione su di me (che tutto sommato nelle sedute avevo brillato), né sugli altri (che tutto sommato avevano lasciato emergere qualche problemuccio). Il momento più topico fu quando lei ci chiese di descriverci come soggetti di un paesaggio immedesimandosi in delle cose, anche astratte. Chi il mare, chi un animale, io placidamente affermai il vento e lei un po' sorpresa e ammirata, disse: "oh, un simbolo dello Spirito", procurando involontariamente qualche sgomitante crampo al fegato al rettore, forse peggiore di quando la suora di clausura - di quelle moderne, che il rettore tanto shillava - disse che di tutti ero quello con lo sguardo più vivo.

Insomma, il metodo del rettore e dei suoi referenti non cambiava: i seminaristi problematici vanno tenuti perché "cresceranno", i seminaristi sospettabili di amare la tradizione bisogna invece bastonarli per bene e senza pietà, porre ossessivamente ostacoli, interporre infiniti latinorum donabbondiani e per soprammercato pure la psicologa (sottinteso: "non ci piaci, quindi devi per forza avere qualche problema, quindi non riuscendoti a farti confessare pubblicamente qual è il problema incaricheremo una psicologa di trovare qualche capo d'imputazione": letteralmente il sinedrio vaticansecondista a caccia del pelo nell'uovo). I vaticansecondisti, nella loro ipocrisia di non sembrare eccessivamente nemici del buonsenso e della fede, hanno l'invincibile fissazione ponziopilatesca di lavarsene le mani. Non c'è maggior soddisfazione per un rettore vaticansecondista di vedere un seminarista che abbandona senza accusare i superiori o il metodo.

Incappo oggi in un articolo: "Il seminarista ama la tradizione? allora ha una patologia". Oh, perdindirindina, avrei dovuto scriverlo io all'epoca un articolo del genere, e con molta meno melliflua gentilezza. La neochiesa conciliare ama abortire le vocazioni. È come se fossero convinti che una volta svuotati tutti i seminari e le parrocchie, potranno finalmente andare al bar a festeggiare "missione compiuta".

lunedì 8 luglio 2024

Quell'8 luglio 2007

In quel fatidico 7 luglio 2007 Benedetto XVI promulgava il Summorum Pontificum che diceva ciò che noialtri (perennemente caricati di etichette dispregiative, come il «lefebvrist'!» dettomi da un'amica suora indinniata dell'esistenza di fedeli alla Tradizione) avevamo sempre saputo, e cioè che la liturgia tradizionale non era mai stata abolita.

Di più, il Summorum stabiliva che tutti i sacerdoti erano liberi di celebrarla. E la lettera di accompagnamento spiegava ai riottosi vescovi (non solo francesi) che «ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.» Avevamo finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa!

Il mattino dopo, come di consueto, accompagnai il priore a celebrare nella cappella del borgo la Messa delle otto. Stavolta, però, ero con talare, fascia e saturno d'ordinanza. La mezza dozzina di nonnette del borgo, nel vederci camminare per le stradine abbigliati "come una volta", faticavano a non sorridere di contentezza. (La mazzata sarebbe stata solo per i vanesi che adoravano sfoggiare la talare solo quando c'era da farsi notare, ma che negli altri momenti preferivano un abbigliamento da debosciati a cui si è guastato il climatizzatore).

Non ebbi molte altre occasioni di girare in talare fuori da un contesto liturgico. Ma quell'8 luglio fu speciale, perché quel giorno girare in talare lanciava l'inequivocabile messaggio: "non siamo più dei paria, non siamo più quelli «sbagliati»: ciò che per le generazioni anteriori era sacro...".

Poco meno di sei anni dopo ci ritrovammo il catastrofico papa Buonasera. Confidai ad un amico di cui ho sempre avuto grande stima le mie primissime perplessità. La sua reazione fu spropositata: mi chiese polemicamente "ma mica crederai che Francesco voglia proibire la Messa tridentina?!" A domande del genere si può rispondere solo con brutale sincerità: "sì", gli dissi, ma prima che potessi spiegare per sommi capi come avessi maturato tale timore, mi spinse il braccio con disappunto dicendo "ma va', esagerato".

Mi piacerebbe ricordargli quel momento, viste le voci sul drammatico giro di vite in arrivo nei prossimi giorni contro la liturgia tradizionale. Mi chiedo senza alcuna ironia se domenica prossima rischi di essere l'ultimo giorno in cui posso ancora assistere senza troppi problemi alla Messa tridentina. Mi verrà tolto "diritto di cittadinanza" nella Chiesa? La domanda non è peregrina, visto che la nefanda Traditionis Custodes del 16 luglio 2021 proibisce ai nuovi sacerdoti di celebrarla. Un documento ha tolto loro la "cittadinanza", così, senza motivo (e solo chi vuol prenderti in giro ti dirà che il motivo è descritto in quelle prime righe sui "custodi della tradizione").

Fin dagli inizi, il papa Buonasera non ha mai smesso di deluderci, umiliarci, calpestarci. Come se fossimo non gli agnelli e le pecorelle affidati al buon pastore, ma l'errore da estirpare, il fastidio di cui egli si vorrebbe liberare. Nei primi mesi, quando si venne a sapere che sarebbe andato a Caserta, i cattolici della zona - a cominciare dai vescovi - ne implorarono umilmente la presenza, pronti a osannarlo "a prescindere", ma Bergoglio aveva premura solo per uno sconosciuto pastore protestante (sedicente "evangelico") e non sembra certo per invitare quest'ultimo a rinnegare l'eresia. 

Così, nei loro comodi salotti i kattoliconi dalla pancia piena si cimentarono tutti nel nuovo sport dello scovare immaginarie strategie comunicative bergogliane, del giustificare il caratterino argentino fingendo che "un papa maleducato è pur sempre un papa", dell'inventare sempre nuovi alibi per far sembrare accettabili quelle esternazioni che sotto sotto sbigottivano anche loro... e, per i nomi più famosi, sperare che la randellata del giorno fosse sempre per qualcun altro. I blogger kattolici che prima si crogiolavano nel ripostare gli interventi ratzingeriani trovandoli puntualmente "bbbbellissssimi", ora arrancavano a mettere insieme paginette che sembrassero altrettanto entusiaste per la propria vita di fede. A poco a poco si ritirarono quatti quatti su altri argomenti: meglio discettare di qualcosa di tradizionalmente cattolico che il Bergoglio non ha menzionato (cioè non ha deturpato), così da poter far finta di non aver sentito la gesuitica stronzata del giorno. E quando El Jesuita la sparava veramente grossa - come ad esempio quel mefitico Amoris Laetitia o quel "chi sono io per giudicare?" - bastava assentarsi qualche giorno dal dibattito, fingere di non sapere che i furbetti non aspettavano altro che una nuova dose di ambiguità interpretabili a 360°, e lasciare che i titoli di prima pagina della cronaca ecclesiale si occupassero di altro. (Il nome di questo blog ricorda una di quelle sparate, «perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo». Con l'allusione blasfema del porre il Santissimo Sacramento sullo stesso piano dei fedeli).

lunedì 1 luglio 2024

Dieci anni e nulla è cambiato

Dieci anni fa nasceva questo blog. Titolo e sottotitolo venivano da alcune considerazioni sul Bergoglio, "il Papa Buonasera", e che aveva dato a intendere che per proteggere l'ipersuscettibilità del corpo "sociale" (i fedeli modernisti) si poteva anche procedere a mettere in secondo piano (leggasi: trattare con sufficienza, insultare) il Corpo di Cristo.

Ciò che disse (o insinuò) el jesuita non era per nulla differente da ciò che avevano sempre fatto e detto i miei superiori di ogni comunità e seminario e diocesi. "La pastorale, la pastorale!" Con l'ascesa del Bergoglio, era come se si fossero avverati i loro desideri. "Non si può dire a un giovane che tale cosa è peccato, perché altrimenti si allontanano i giovani" (la rinuncia al munus docendi), "bisogna stare in mezzo alla gente" (la rinuncia al munus gubernandi), "mica uno deve limitarsi ai sacramenti" (sottinteso: sono un'attività come tutte le altre, magari secondaria: la rinuncia al munus sanctificandi, si stufavano di confessare, si stufavano di celebrare, si stufavano di portare la Comunione ai malati, ma non si stufavano mai di amministrare il Sacramento a peccatori impenitenti che hanno mangiato la loro condanna).

Volevano una Chiesa-federazione di centri sociali, fatta di riunioni, di sospiri, di assemblee pseudosessantottine ma piene di sorrisi, di frasi fatte, di "ascolto" (cioè che non avesse nulla da insegnare), di salamelecchi autocompiaciuti, di incensazione del mondo, di eterno chieder perdono per cose mai fatte... volevano una Chiesa suicida. Letteralmente la stessa moda autolesionista dell'uomo bianco etero che deve scusarsi col mondo per la propria esistenza.

A furia di bergoglionate, dall'Amoris Laetitia al Fiducia Supplicans passando per il Traditionis Custodes e la stangata anti-tridentina in arrivo, finalmente un po' di gente ha cominciato ad aprire gli occhi. Compresi - vogliamo sperare - gli spettacolari coglioni che si sforzavano di essere papisti.

sabato 9 marzo 2024

Quelli che confondono la vocazione con l'incarico diocesano

Se ti danno un calcio negli stinchi ti sfugge un'incomprimibile espressione di dolore. Lamentarsi non fa passare il dolore, ma è un segno che il dolore c'è ancora, che un danno è stato fatto. E se a quel calcio ne seguono altri dati con la stesso cinico sadismo, ci vorrà ancor più tempo prima che il dolore si attenui. E se quei calci sono durati per tanti preziosi anni della tua vita...

In tempi normali i pastori della Chiesa si chiederebbero: il candidato ce l'ha la fede? è convinto di avercela la vocazione? ce l'ha una dirittura morale? bene, tre risposte positive, lo si può ordinare, nella vigna del Signore c'è sempre bisogno di altri operai, poi si vedrà.

Ma non viviamo in tempi normali. Viviamo in tempi in cui l'esimio vescovo ebbe a dirmi che lui ordinava "per la diocesi", cioè con l'intenzione di dare nomine in parrocchia, utili alla diocesi, cioè se non riteneva adatto a tali incarichi il candidato, che quest'ultimo se ne andasse altrove. Lo diceva con convinzione, con tutta una complessa selva di espressioni per addolcire l'amara pillola, ma il senso era quello: mi stava dicendo che il sacerdozio per lui era un incarico, che la vocazione coincide con l'incarico in parrocchia. (Quando mi ci ritrovai a tu per tu osai chiedere con curiosità e senza alcuna ironia - all'ispettore dei salesiani, al provinciale dei gesuiti, ecc. - come fosse originata la loro vocazione, e seppero rispondermi solo con un elenco di attività svolte in gioventù, come se non avessero mai vissuto quel terremoto interiore, quella scoperta a cui ci si arrende con commozione e gioia, quel percepire l'inizio di una vita nuova che rende ridicola quella precedente, vita nuova che qui osiamo chiamare "vocazione").

E quando a quel vescovo che confondeva la vocazione con l'incarico in parrocchia mi permisi di chiedere "se non qui, dove?", non seppe rispondermi. Non mi voleva in diocesi ma dopo tutti gli anni di "formazione" non aveva idea di dove sarei stato adatto. Menzionò un paio di ordini religiosi a caso, come lo studentello impreparato all'esame che tenta di buttarla in calcio d'angolo. L'unica emozione che sembrò tradire fu il sollievo quando finalmente stavo andando via.

Ma anche quel bravo vescovo disponibile ad accogliere me e altri due amici nelle mie stesse condizioni finì per spedirci dal suo Responsabile delle Vocazioni, un pretino insulso che cominciò tutta una severissima litania: non è detto che vi accoglieremo, non è detto che diverrete preti, non è detto che entriate in seminario, non è detto che completerete il periodo di prova, che non si sa quando comincerà e non si sa quanti anni durerà... Quando ci fece questo discorsetto, avrei dovuto chiedergli se lui, a suo tempo, fosse stato "accolto" allo stesso modo (più fanno omelie sull'"accoglienza", e più si comportano da cinici persecutori e muri di gomma), o meglio, chiedergli: ma scusa, la tua vocazione in cosa consiste? Voglio anche venirti incontro e presumere che alla diocesi si siano presentati candidati stranissimi, loschi, senza fede, senza vocazione, senza dirittura morale, ma tu, ancor prima di conoscerci - e nonostante il parere positivo del tuo stesso vescovo - già ci stai facendo capire che ci ostacolerai in ogni modo? Ma tu che sei Responsabile delle Vocazioni, te l'hanno mai spiegato cos'è una vocazione?

E se proprio non capisse, insistere e chiedergli: te l'hanno mai spiegato che questa è una diocesi? Cioè non è un ordine religioso dove al candidato sono richieste delle qualità in più. Un francescano puoi declassarlo a diocesano senza fatica, ma un diocesano, per promuoverlo a francescano, devi prima assicurarti che sia propenso a digiuni e povertà, dico bene? Di cosa diavolo avete paura quando siete così precisini, così schizzinosi, così diffidenti?

(Ve lo dico io: vogliono una diocesi fatta di clown intercambiabili; vogliono che nello scambiare i parroci delle parrocchie X e Y nessuno si accorga della differenza perché le prediche sono sempre le stesse - specialmente nell'insignificanza -, che le attività siano sempre le stesse, che i sottoincarichi - specialmente del sostituto del viceresponsabile delle fotocopie - restino sempre gli stessi: vogliono dei robot anonimi, non dei sacerdoti)

giovedì 14 settembre 2023

Quando chiami il taxi non gradiresti per tassinaro un ragazzino senza patente

Una delle più memorabili scene della mia vita vocazionale: siamo in macchina, io e il pretonzolo a cui ero stato affidato, comincia a grandinarmi addosso una serie di accuse solidamente campate in aria. Inizia con la cazziata proibendomi l'hobby della fotografia (proprio quell'hobby che aveva consentito di creare il sito web per mettere lui e la sua opera in bella mostra), quindi altre accuse insulse che servivano solo a preparare la stangata finale del "non sei andato a dire il rosario in casa del morto", col sottinteso che alla successiva tornata di ministeri non avrei ricevuto l'accolitato che mi era stato promesso.

Mi divenne rapidamente chiaro che era una decisione già presa altrove e che gli occorreva fingere che fosse almeno un pochino motivata e che l'unica pezza d'appoggio fosse quell'episodio di un paio di giorni prima. Sto elencando questi dettagli apparentemente secondari solo per descrivere quel meccanismo perverso generalmente etichettato come clericalismo, che contiene quell'attitudine clericale a fabbricare accuse al momento del bisogno, come esemplarmente descritto nel Vangelo ("prima arrestiamo Gesù, poi dopo troveremo una scusa per giustificare l'arresto"). Non si lasci prendere dalla pigrizia mentale il lettore stanco: il contesto non è "il rosario dal caro estinto", ma il metodo pretesco di adoperare un evento del tutto casuale come pezza d'appoggio per fabbricare una scusa con cui giustificare una decisione ingiustificabile.

Dunque si trattava di un defunto della parrocchia e né il pretonzolo né il diacono avevano voglia di andar lì. Come da già inveterata abitudine, il pretonzolo rimbalza il cerino acceso nelle mani dell'ultimo seminarista arrivato, cioè il sottoscritto, giacché l'altro seminarista - essendo il figliuolo prediletto del pretonzolo - non era disposto a compiti che non gloriassero il proprio presuntamente elevatissimo pedigree ecclesiale. Cioè un emerito sconosciuto ultimo arrivato - il sottoscritto - avrebbe dovuto presentarsi in casa del defunto e dire paciosamente a tutti: salve, diciamo un rosario per il caro estinto, sperando che fra gli astanti ci fosse almeno qualcuno che sapesse recitarlo e accettasse.

Fermo restando che la cosa non mi era stata chiesta per ubbidienza e neanche ventilata come possibilità ma era solo stata distrattamente accennata in termini impersonali ("bisognerebbe che qualcuno vada a casa del defunto": il classico discorso di un don Abbondio qualsiasi che riflette ad alta voce per darsi una scusa per non andarci, come se fosse già convintissimo che ai parenti del defunto non interessasse), sarebbe stato piuttosto bizzarro presentarmi lì in abiti civili, da seminarista postulante che ha solo il lettorato, preso non lì ma a centinaia di chilometri di distanza (e ricevuto da un vescovo che per tutto il tempo della formazione aveva cercato un alibi per dimettermi), e organizzare una scenetta religiosa di ossequio alla confusa religiosità degli autoctoni, per poi tornare in sede e farmi cazziare dal prete perché all'eventuale offerta avrei certamente risposto "fatela in segreto in chiesa quando solo Dio vi vede" anziché portare qualche bel bigliettone al pretonzolo sfaticato e avido.

L'ho imparato a mie spese - e troppo tardi - che quando un pretino comincia a cercare scuse per ostacolarti la "carriera", e lo sa benissimo che tu sai benissimo che lui sta cercando scuse, non ti resta che sbaraccare e andar via senza salutare, perché non solo è diventato tuo nemico, ma pretende pure che tu finga di non accorgertene, perché vuole pilatescamente uscirsene con le mani lavate: per chi disprezza le vocazioni, la maggior soddisfazione possibile è togliersele dai piedi potendo accampare una o più delle solite scuse ("se ne è andato spontaneamente, si è preso un periodo di riflessione, ha ritenuto che non fosse la sua strada, non si trovava bene, ha sbroccato senza motivo..."), proprio come quelli che credono che ingannando gli uomini riuscirebbero poi ad ingannare anche il Signore.

Quando mi scaricò addosso come fulmine a ciel sereno quella ridicola scaletta accusatoria, l'istinto mi diceva di aprire la portiera, uscire dalla macchina e tornare a piedi (anche se erano parecchi chilometri) a far le valigie e sbaraccare. Ma lì sulla statale a cinquanta all'ora non era il caso. Mi difesi per quanto ragionevolmente e cautamente possibile, tacendo quando mi resi conto che i giochi erano già fatti, e a poco a poco mi convinsi (madornale errore!) che forse sarebbe bastato pazientare un anno in più, due anni in più del previsto, mi convinsi (ingenuità giovanile!) che continuando col fair play, con quella correttezza che dovrebbe positivamente stupire i diffidenti, qualcosa poteva migliorare, mi convinsi nella speranza di non lasciare nulla di intentato... pur sapendo che i preti sufficientemente virili da apprezzare quel fair play sono una minoranza assoluta. Ma neanche quando io e gli altri acquisimmo il "diritto" di vestire la talare tutto il giorno sarebbe stato il caso di mandarci "dilettanti allo sbaraglio" a "celebrare" un rosario a casa di un defunto. Fino al diaconato sei un emerito signor nessuno e la scusa dell'esercitarsi nel ministero è solo uno squallido accettare di fare un po' di teatrino religioso perché qualche prete si stufa dei suoi sacri doveri o qualche laico vuol essere intrattenuto.

A tutti quelli che pateticamente mi chiedevano se non sarebbe stato meglio andar davvero a casa del defunto ho dovuto ricordare sia la necessità di considerare aria fritta le espressioni in forma impersonale - se mi comandi qualcosa dev'essere chiaro che me lo stai comandando, perché se accetto ambiguità ti sto invogliando a chiedermi in modo ambiguo qualsiasi cosa che non hai il diritto di chiedermi per ubbidienza -, sia il fatto che il seminarista è solo uno studentello qualsiasi (anche quando indossa talare, fascia e saturno), dopotutto quando chiami un taxi ti aspetti che alla guida ci sia proprio il tassinaro, non un ragazzino senza patente. Davanti alla Chiesa avevo solo l'ammissione fra i candidati all'ordine sacro (che si dà in genere dopo il secondo anno di seminario maggiore, e di fatto significa solo che il vescovo ufficialmente sa che tu esisti) e il lettorato (cioè il diritto/privilegio/incarico di leggere la prima o seconda lettura durante la Messa Novus Ordo... cosa che può fare un qualsiasi laico). E all'obiezione che anche un laico può guidare un rosario occorreva rispondere sgarbatamente: e allora mandaci un laico, incarica uno dei parenti del defunto, manda qualcuno che adori far teatrino e che non sia un emerito sconosciuto in quella casa.

Ma tanto è inutile. Per quel pretino - come per tanti altri pretini - i seminaristi sono solo dei camerieri, sguatteri, autisti, stiratori, rammendatori, pulitori del bagno. In tal caso, davanti a loro non è un padre e una guida, ma solo un caporale che li divide fra buoni e cattivi, tra il gaio Figliuolo Prediletto - col quale si attarda in tanto amorevoli quanto sterili conversazioni solitarie nella camera dell'uno o dell'altro fino in piena notte - e gli altri seminaristi che invece devono sgobbare e devono essere rimproverati anche ingiustamente in modo che il Prediletto possa continuare a sentirsi il migliore, l'unico che non viene mai sgridato. (E infatti già sgobbavano: mentre il Prediletto proseguiva a tavola vuote conversazioni a base di pizzi, merletti e peccati solitari, anziché lavare i piatti che era suo turno, il sottoscritto, seccato - ma guai a mostrarlo! - di aver già perso quell'oretta di prezioso riposo pomeridiano, si mise a lavare i piatti, ma neppure eventi come questo mi salvarono dalla condanna già scritta nei primissimi giorni). Lo ripeto, qualora un lettore distratto continui a pensare: "ma non si poteva ubbidire alla faccenda rosario dal morto?" No: non era una richiesta per ubbidienza, e no, non era un comando dato personalmente, e no, non era nemmeno specificato che ci dovessi andare proprio io, e no, il dare eccessiva importanza alle frasette ambigue ed impersonali creerà "il precedente" per farsi trattare in modo disonesto, e no, se proprio è tanto necessario il rosario a casa del defunto ci deve andare il sacerdote o il diacono transeunte (e che quest'ultimo si presenti dicendo subito che fra pochi mesi sarà sacerdote), perché non è compito dei seminaristi scimmiottare i preti facendo le cose che i preti si stufano di fare, così come il tassinaro non dà le chiavi a un ragazzetto qualsiasi dicendo "fattelo tu il giro di clienti oggi (e non fare il furbo coi soldi, anche le mance spettano a me)".

Dopo tanti anni mi giunge notizia che il sullodato pretonzolo era stato abbastanza maneggione da procacciarsi un'imminente consacrazione episcopale, per grazia di Dio probabilmente rinviata alle calende greche.

A meno di un'improbabile conversione infuocata sulla via di Damasco, devo etichettarlo maneggione, perché così l'ho conosciuto, così l'ho visto in azione, così mi si è giustificato per cose che diceva e faceva in mia presenza, e pur sapendo che nel corso di tanti anni la gente può talvolta cambiare abitudini e orizzonte di vita (io stesso sono cambiato rispetto a quegli anni), ritengo spettacolarmente improbabile tale sua conversione. E dunque, ricevuta l'anticipazione, mi torna in mente l'assoluta scorrettezza con cui mi trattò a suo tempo, non solo quanto alla clericalata dell'innominato defunto ma anche quanto al compiacere il suo frù-frù preferito, un seminarista col quale aveva un rapporto ambiguo, per dire il meno, più la nomea che si portava per lo stesso motivo (e verso altri giovani frù-frù accolti nelle sue comunità) negli anni precedenti. (Ironia della sorte, non glielo feci mai pesare)

A veder gente così che fa carriera sale un po' il magone (che merda di Chiesa si configura con soggetti del genere?), specie quando si tratta esattamente di quelli che fecero di tutto per calpestare la tua vocazione. Certe scenette, pur avendone viste tante, fanno sempre male. Il vescovo che riguardo al mio caso si faceva negare al telefono ordinò al sacerdozio lo scimmione del Borneo. Soggetti con seri problemi mentali venivano fatti andare avanti in seminario da un vescovo, portati al diaconato da un vescovo successivo, e infine al sacerdozio da un altro, ognuno a lasciare il fiammifero acceso fra le dita del successore, mentre contro di me cercavano il pelo nell'uovo. Venivano poi ordinati con tutti gli onori soggetti che nel giro di sei-dodici mesi chiedevano la riduzione allo stato laicale e su cui i loro stessi compagni di corso scommettevano che sarebbe durata poco. E nel frattempo salivano all'episcopato soggetti che come unico merito avevano un'elevatissima mediocrità. Con tutte le conseguenze che ne pagheranno i fedeli.

Fin da bambino ho avuto il dente avvelenato contro quei mezzi uomini che per inseguire le loro piccinerie sono prontissimi a venir meno alle regole da loro stessi stabilite. Come quel cretino che nella partitella a pallone aveva deciso che una certa cosa dovesse chiamarsi non rigore ma ri-goal, cioè da ripetere in caso di palo, fuoricampo o parata, finché non avesse raggiunto il goal che desiderava. O il cuginetto che si inventava nuove mosse negli scacchi più il privilegio (solo per lui) di tornare indietro sulle sue mosse sbagliate. O come quando mi venne detto che non c'erano più merendine, proprio mentre stavo per aprire il mobile che le conteneva: testardamente aprii e scoprii che perfino un fratello o una sorella, sull'onda dell'ingordigia e dell'avarizia, può mentirmi.

Avevo sempre pensato che certe piccinerie non potessero avvenire nel clero: è gente che ha nelle proprie mani ogni santo giorno il Corpo e Sangue di Cristo, è gente abituata a dispensare assoluzioni dai peccati più assurdi ai soggetti più recidivi, è gente che per forza di cose deve compulsare continuamente il Vangelo... e che se proprio ne combinano una, dev'essere per forza un caso isolato dovuto all'eccessivo stress. Pia illusione! Fin dai primi giorni del pre-seminario scoprii che non era così e che nel seminario maggiore - dove c'erano preti che almeno in teoria avrebbero avuto poco interesse a tartassare seminaristi che nel giro di qualche anno non avrebbero più rivisto - fu molto, molto peggio. Ancor oggi, quando riaffiorano certi ricordi, torna sempre quell'amaro in bocca per la totale disonestà con cui puntualmente venni trattato da preti e vescovi, gente che ogni santo giorno si cibava di quel Pane di Vita Eterna, e nelle domeniche e altre occasioni anche più volte al giorno.

La delusione venne anche da quelli etichettati come tradizionalisti, come il maneggione di cui sopra, e quelli di robotica militanza pluridecennale e certificata -, anch'essi affetti dalla sindrome di don Abbondio, in teoria pronti a farsi crocifiggere sottosopra per difendere un qualcosina della fede, in pratica più lesti di un topo di fogna a scappare di fronte a un minimo impegno di carità nei confronti di una vocazione. Avrei volentieri giustificato uno che si tira indietro nove volte ma alla decima fa almeno il minimo di quello che deve fare. Invece il meglio che ho trovato fu un prete sufficientemente virile da dirmi subito: non possiamo fare nulla per te, sottinteso, non perdiamo tempo per una cosa che se pure andasse in porto ci inimicherebbe vescovi.

Nemmeno i pretastri che a suo tempo avevano passato i miei stessi guai (quelli che avevano assaggiato lo stesso ostracismo clericale!) si lasciarono almeno minimamente impietosire. Avevano vissuto sulla loro stessa pelle quel che stavo vivendo io, eppure non lo ricordavano più: si erano trasformati, erano divenuti identici a quelli da cui erano stati ingiustamente calpestati. Ora che avevano fatto carriera erano leoni pronti a ruggire su temi poco impegnativi, ma pecore impaurite quando c'era il minimo rischio per le loro comodità Terrorizzati dal veder scalfiti i loro privilegi, i loro pranzetti, le loro prebende, avevano già dimenticato ciò che a suo tempo toccò loro subire. E quando anche la situazione era cambiata a sufficienza da dar loro un ricco alibi per telefonarmi e dirmi "dai, proviamo a riparlarne che magari adesso si può sistemare qualcosa", non lo fecero, non ricordavano più, avevano altre priorità, avevano un posticino in seminario solo per il giovincello di bell'aspetto. Qualcun altro, nel corso di tanti anni, è morto, portandosi davanti al Creatore anche le responsabilità sul mio caso.

Quando mi presentai con degli amici a far presente a Sua Eccellenza Reverendissima che noialtri si partecipava alla liturgia tridentina come gruppo stabile, incontrai nel cortile un vecchio commilitone del seminario - che nel frattempo era diventato prete - che mi annunciò tutto pimpante che erano in corso i saldi di fine stagione, incoraggiandomi ad andare tranquillo e deciso. Credeva davvero che ero lì per recitare la parte piagnucolosa di colui che vorrebbe rientrare in seminario, e mi disse di due o tre nomi - che a suo tempo erano stati defenestrati per fidanzamenti o grossa indecisione - erano rientrati con tutti gli onori e qualcuno già diventato prete. Fu inutile tentar di dire a tal pretino il vero motivo dell'udienza dal vescovo, e non avevo certo il tempo di chiarirgli cosa ne penso della vita diocesana, tanto più nell'infelice epoca bergogliona, dove il "corpo sociale" - cioè le lamentele degli autoimpegnati parrocchiardi - val più del "corpo mistico".

Mendicare l'accesso al sacerdozio non è servito. Scendere a ogni ragionevole compromesso non è servito. I veri nemici del sacerdozio sono interni alla Chiesa - e sono anche tra quelli che sembrano tradizionalisti. Hanno in mente un incarico, non una vocazione, anche se facessero mille omelie per spiegare che la vocazione non è un incarico. È come se credessero che la loro stessa vocazione non sarebbe una vocazione ma un incarico. Pretastri che si stufano di confessare, e che volentieri eviterebbero di dir Messa.

Soprattutto, non credono che una vocazione - in senso tale, cioè il sacerdote che celebra non per dovere ma perché la vive, perché sa degli infiniti effetti soprannaturali di ogni Messa - meriti di essere promossa se non ha evidenti "bonus" collaterali. Vogliono le vocazioni come il pacco di merendine: se non ci esce la figurina in omaggio non le comprano. Vogliono il prete-robot celebramesse, perché loro si stufano di celebrare; vogliono il seminarista con l'auto per scarrozzarli in giro, il seminarista-cameriere che cucini, che serva a tavola, lavi i piatti, e tiri fuori anche la bottiglia di buon vino "regalata dai nonni", vogliono il seminarista dal bel faccino e che sia sufficientemente frù-frù da dilettare le loro omofantasie e i loro sogni omoerotici... Sì, perfino i tradizionalisti e sedicenti tali hanno gli stessi vizietti.

lunedì 28 agosto 2023

ACCLAMATE!!!!!!¡!!

Intervista ad un seminarista diocesano

[Intervistatore] Benvenuto, Camillo! Al termine di questo primo anno di seminario, cosa ci puoi dire del tuo cammino verso il sacerdozio?
[Seminarista] [alza le mani come se fosse minacciato di rapina, guarda verso l'alto e dice:] "ACCLAMATE!"

[i] Come, scusa?
[s] "Acclamate!" Cioè, sai, quando ti svegli al mattino con qualche canzonetta che ti ronza nella testa, e ogni tanto, così, di punto in bianco, ne canti un versetto, o solo qualche parola. Non so, hai presente i giovani? La canzonetta del momento è un tizio che dice nel ritornello: "ai wanna go, yea", e i giovani ogni tanto tirano fuori, come se fosse uno starnuto, un "wannagò" oppure "yea". Ecco, dopo un anno di seminario, uno si sveglia al mattino e gli vien voglia di dire: "ACCLAMATE!" che poi è il ritornello di "Acclamate al Signoure, voi tutti nella gioia".

[i] Vuoi dire che i canti del seminario ti sono rimasti impressi?
[s] Altroché! Ci fanno cantare, cantare e ancora cantare, tutte quelle canzonette parrocchiali, anche quelle che non avevamo mai usato. Cosa che normalmente va benissimo alla maggioranza dei seminaristi, che quando tornano in parrocchia alla fine della settimana possono vantarsi: sapete, ora vi insegno un bel canto nuovo, sapete, lo facciamo in seminario, sapete, noi l'ultima strofa la facciamo diversamente. Pensa che il primo momento comune, il primo giorno in seminario, ci portarono tutti in cappella e -indovina?- ci fecero cantare e cantare e poi ancora cantare...

[i] E ricordi anche cosa ti hanno fatto cantare il primo giorno di seminario?
[s] Non ricordo la scaletta di canti, però fu una cosa interminabile. Sai, uno arriva lì col cuore che gli scoppia di gioia: sono in seminario, comincio il mio percorso verso il sacerdozio, è un momento storico della mia vita, in paradiso ci sarà una folla di sacerdoti emozionati nel vedere me e i miei compagni di cammino... e invece quelli del seminario mi smorzano ogni entusiasmo con quei sorrisetti cretini e facendomi cantare le solite rabberciatissime e noiosissime canzonette di parrocchia. Ah, sì, ricordo l'ultimo canto, era il Salve Regina.

[i] Il luminoso canto del Salve Regina! Come fai a dire che i canti parrocchiali sono noiosi?
[s] Ma che luminoso! Fu una cosa suonata alla moviola, trascinata belando, dopo un'ora di canti non se ne poteva più e questi t'infilano pure un Salve Regina col bis dei versetti. Alla fine infatti sbagliammo tutti a cantare il bis, e il rettore del seminario ci degnò del suo finto perdono sorridendoci come un venditore di assicurazioni e dicendoci: beh, qui in seminario alla fine del canto spariamo sempre una salve in più. Si direbbe che ce l'aveva fatta cantare solo per poterci somministrare quella miserabile battutina.

[i] Quindi il problema non è il canto in sé ma il modo in cui si canta. Ma cos'hai contro il canto parrocchiale? Da prete avrai bisogno che i fedeli cantino...
[s] Guarda, forse ancora non lo hai capito: da prete dovrò cantare solo le parti della Messa, e spesso nemmeno quelle, non devo mica cantare quelle cringiate tipo "Acqua siamo noi" o "Vocazione". Sai una cosa? In seminario non insegnano né a celebrare la liturgia, né a cantare le parti proprie della Messa. L'ho saputo dai ragazzi del quinto anno. Che poi cantano anche loro "Acqua siamo noi" e "Vocazione", imperterriti, fino al quinto anno. Insomma, in seminario ci fanno cantare, cantare e cantare canti di parrocchia, e tutto questo serve solo per intrattenerci in cappella e far sembrare "partecipati" i momenti liturgici e le assemblee. Ti sgridano pure! "E che fai, non canti?" Pensa, si cantano quelle canzonette perfino in sala comune come se non gli bastasse cantarle nelle liturgie e nelle grandi occasioni...

[i] Sala comune?
[s] La sala comune è uno spazio "ricreativo", diciamo così (una stanza con due poltrone, qualche sedia, un tavolino, una caffettiera, un mobiletto con suppellettili liturgiche) utilizzata anche come sagrestia della cappella adiacente. La partecipazione alla sala comune fa curriculum. Il primo giorno, dopo pranzo, tornai in camera per sistemare le mie cose e già accorse un commilitone trafelato a reclamare la mia tassativa presenza in sala comune: "altrimenti l'animatore ti farà una pessima relazione!" Uomo avvisato, mezzo salvato...

[i] Animatore?
[s] È il termine con cui si indica il prete responsabile di una comunità del seminario (comunità composta da una ventina di seminaristi). Animatore, proprio come nei villaggi vacanze: incaricato di animare qualcosa che non ha anima... Ma oltre a fare un po' di vita comunitaria con loro (invadente quanto basta, controllore spietato, celebratore di carnevalate), è incaricato anche di redigere a fine anno una relazione su ognuno che verrà utilizzata per dare parere positivo o negativo sul proseguimento del percorso di formazione in seminario, mettendoci così letteralmente alla mercé delle antipatie di un pretino che è stato spedito in seminario per punizione (in diocesi stava combinando grossi guai, e allora il suo vescovo lo tolse per qualche annetto dalla circolazione spedendolo a fare l'animatore).

[i] Torniamo a noi: ma se non ti piacciono i canti della parrocchia perché vuoi essere prete diocesano?
[s] Una cosa alla volta. Non è che quei canti non mi piacciono. Sono brutti, sono brutti e basta. Infatti li si canta solo in parrocchia, cioè dove nessuno conosce il buon gusto. Tu sul tuo posto di lavoro canteresti più "Yu wanna gò" oppure "Tu sei la mia vita altro io non ho"? Mentre lavori ti vergogneresti a cantare i Matia Bazar o un Pierangelo Sequeri? I canti sono brutti e basta: ma guai a lamentarsene! Ci vuol poco a farsi cacciare dal seminario! "Accla-mate al Signòòòòò-re! (ta-pum, ta-pum) voi tutti della teeeee-rrà! (pim-pum, pim-pum)" E guai se non canti.

Poi una volta prete le cose cambiano. Si può gentilmente chiedere di sopprimere qualche canto, di introdurne qualche altro, e di evitare di trascinare i canti come se fossero un cadavere con le mosche intorno. Io ho già deciso il mio motto sacerdotale: "poco ma bene". Vale anche per il canto. Cantare poco (molto poco) ma cantare bene (ma molto bene). Guarda, è stato proprio questo zecchino d'oro seminaristico durato tutto l'anno a convincermene. Quando entrai in seminario non la pensavo così, mi illudevo che almeno sul canto si facesse poco e bene, che ci si distinguesse dal tipico marasma parrocchiale. E invece, che delusione. Ora dopo aver cantato per un anno quelle emerite stupidaggini, mi sono venute a nausea (mi vennero a nausea il primo giorno!) e penso che di fronte a Dio sia mio impellente dovere evitare di farGli sentire quelle patetiche canzoncine...

[i] Insomma, non ti piacciono né i canti della parrocchia né il modo in cui vengono cantati.
[s] Esatto. Sono strumenti per deturpare la liturgia, un modo per ridurre la liturgia a una cosa insopportabile. La cosa terribile in seminario è che la maggioranza dei seminaristi al momento del canto si comportano come dei robot. Mettono il pilota automatico e cantano quelle sbobbe e non se ne stancano mai. E quindi al mattino in corridoio senti uno che grida: "Acclamate!" o uno che canta: "Mille e mille grani nelle spighe d'or!" come se stesse recitando la parte del pirla nel film-documentario Scemo e più scemo.
Quel repertorio di canti è di una stupidità mostruosa, una cringiata pazzesca. Sono tutti stati composti da emeriti dilettanti nei primi anni '70, e poi non si è più riusciti a spazzarli via perché intere generazioni di cristiani hanno dovuto cantarli per decenni. Pensa che ancor oggi si canta quell'orrore di "Symbolum '77" o quel canto perfettamente agnostico di "Risposta non c'è o forse chi lo sa". L'abbiamo cantata perfino in seminario, e sai perché? per "variare". Già. Per "variare" il nostro già noioso repertorio abbiamo cantato un canto dichiaratamente agnostico rinnegato perfino dal suo stesso autore quando si convertì (al protestantesimo). Per non parlare dei canti comunisti ("Lotta per un mondo nuovo!").

[i] Ma non vorrai dire che il seminario, per preparare un prete alla diocesi, fa solo cantare?
[s] Non solo lo vorrei dire, ma lo vorrei gridare. Però guai a criticare, guai a fare osservazioni, anche innocenti: si passa subito per i bastian contrari che credono di saper meglio di vescovi e rettori come si fa a gestire un seminario. E per nemici del canto liturgico ("chi prega cantando prega tre volte!", sì, certo, ma valeva per il gregoriano, mica esigeva di trascinarsi su canzoncine imbecilli e teologicamente discutibili). Quindi, il massimo che ho potuto fare, è tentare di far entrare sottobanco qualche canto meno patetico rispetto alla media. Missione quasi completamente fallita, per cui ogni volta che mi è stato possibile ho evitato di cantare o... cantato in play-back. Muovendo solo la bocca e stando attento a non "centrare" le parole.

[i] Eeeh, canti in play-back!?!?! Solo perché non si canta quel che piace a te?
[s] Quando i seminaristi cantano rumorosamente puoi anche fingere di muovere solo le labbra e sforzarti di pensare ad altro, perché poi quelle canzonette ti trapanano il cervello: "Ho bisogno di incontrarTi nel mio cuore": come sarebbe a dire "nel mio cuore"? Allora i sacramenti a che servono? Ma di che stiamo parlando? Di un'entità astratta? Di un sentimento? E allora veramente ci vuole il play-back: ci vuole perché tutti controllano tutti, e io già dopo due settimane sono stato rimproverato dall'animatore perché non cantavo (cioè non aveva sentito abbastanza decibel fuoriuscire dalla mia bocca). All'inizio il rimprovero è dolcino e delicatino, per cui non ci avevo fatto caso. Ma uno dei miei compagni di classe mi ha avvisato di nascosto: attento che se lo segnano, e te lo ritrovi nella relazione di fine anno, e ti fanno storie, un sacco di storie! Così, per non passare per disubbidiente, fingo di cantare ogni volta che posso fingere. Vorrei anche dire che faccio di tutto per scansarmi i canti, però raramente ci sono riuscito. Il controllo è ferreo. Il primo anno di seminario passato praticamente cantando, anzi, peggio, tutti e cinque gli anni di seminario son da passare cantando, visto che quelli che finivano il quinto anno stavano ancora a cantare quelle robacce: "ho bisogno di incontrarTi nel mio cuore".

[i] Allora dimmi cosa ti piacerebbe che si cantasse in seminario.
[s] A sant'Agostino attribuiscono il detto che chi canta bene (e sottolineo bene) prega tre volte (visto che in seminario cantavamo trascinati, non abbiamo cantato bene, vuol dire che abbiamo pregato almeno il novanta per cento in meno di quel che c'è scritto nell'annuario del seminario).
Io vorrei che in seminario si cantasse pochissimo. Vorrei anche che al quinto anno si dedicasse tempo per esercitarsi a cantare il proprio della Messa. Ma non posso assolutamente parlarne, se non con i compagni di seminario più fidati e più discreti in assoluto (sperando che restino tali). Infatti ci vuol poco a passare per bigotto. Se in sala comune canti canzoni laiche ti sopportano (ma non ti cacciano dal seminario). Se nomini anche solo la possibilità di imparare a cantare il proprio della Messa, sei "uno che già si sente prete" (cioè sei un ribelle da cacciar via), sei un bigotto (cioè sei un tipo pericoloso da cacciar via), forse sei addirittura un tradizionalista (cioè sei un tipo pericolosissimo da cacciar via subito). Se invece canti "servo per amore" in cappella, in sala comune, nei corridoi, nessuno protesta, anche se quel canto dice che devi essere "sacerdote per l'umanità" (che è una cosa assurda: io voglio essere sacerdote per Cristo, e che poi questo fatto implichi un vantaggio per l'umanità, tanto meglio, ma io voglio essere per Cristo, non "per l'umanità", che sa tanto di assistente sociale. Ecco, a furia di cantare canzonette "vocazionali" cretinissime, uno finisce per credervi ciecamente, finisce per credere che il sacerdozio sia l'impiego in una ONG come assistente sociale, finisce per trovar normale che l'incarico di formatore di seminaristi venga chiamato "animatore").

[i] Praticamente nessuno in seminario sarà d'accordo con te...
[s] Purtroppo è vero. La domenica sera, di ritorno dalle parrocchie, li senti parlarne, li senti che dicono: eeeh, io al gruppo giovani ho fatto fare questo canto e quest'altro, oooh, io al gruppo cresimandi ho fatto fare quest'altro canto e quell'altro pure, iiih, io al gruppo dei bambini li ho costretti a cantare due volte "Acqua siamo noi" perché sbagliavano a dire "da un'antica sorgente veniamo"...
Sono seminaristi perfettamente inseriti nel "sistema". Non so come facciano (secondo me manca loro qualche rotella) perché uno sano di mente non saprebbe essere così passivamente meccanico. Cantano e contemporaneamente ti controllano perché, indovina un po', mors tua vita mea: quando il branco identifica il soggetto debole, lo punta e lo indica al sadico capobranco, che quindi per un pochino lascia in pace i fedeli delatori...

[i] Dai, esagerato...
[s] Fammi finire. Io ho parlato di seminaristi, ma la cosa è ancora più terribile se pensi agli animatori e al rettore. Non si stancano mai di sentir biascicare quelle canzonette, sempre le stesse, sempre più trascinate. Anzi: ci tengono! Ci tengono a vedere esibita in cappella la lavagnetta con i numeri dei canti da eseguire: I (introduzione), O (offertorio), F (finale), eccetera. Sei canti per ogni Messa. E magari qualche stachanovista dei canti che al momento della Comunione (dai, il momento più importante, quello che hai il cuore in lacrime di gioia e di desiderio) annunciano: "Canto Di Comunione: 'Ci' Trentuno: Ti Seguirò".
E così fino alla fine del quinto anno dovrò cantare quel "t'inseguirò" a velocità di moviola, come oche ubriache: "queee-queee-quequeee", per evitare qualche noticina in rosso nella relazione di fine anno che mi azzeri la carriera. I vescovi sono assetati di preti ma non vogliono essere responsabili della scelta di un pessimo candidato, per cui delegano tutto al seminario e proprio per questo i formatori hanno ampio potere discrezionale... e possono rovinare per sempre un seminarista semplicemente obiettandogli che non canta con entusiasmo le squallide canzonette parrocchiali.

lunedì 27 marzo 2023

Grammatica da seminario - forma "indicativo di condanna" e forma "impersonale di giustificazione".

Sono reduce da un incidente stradale di quelli che non dovevano accadere, per fortuna senza conseguenze gravi, ma ancora dolorante. A letto, quando faticavo a prender sonno (e a trovare una posizione non dolorosa), mi tornavano in mente tante cose da aggiungere su questo blog. Tra cui questo dialogo, avvenuto davvero, ma che riporto in prosa più estesa altrimenti risulterebbe incomprensibile:

"Dove vai?"
"A far colazione che fra 20 minuti c'è lezione..."
"Non puoi, dobbiamo recitare le $Preci $Bislacche"
"Ma l'ora di preghiera è già finita (e abbiamo pure fatto gli straordinari coi canti)..."
"Non è finita, perché ancora non abbiamo recitato le $Bislacche"
"Non sapevo..."
"La comunità ha deciso che vanno recitate comunitariamente"
"La comunità? Cioè? Io non sono comunità? Chi l'ha deciso?"
"Si è presa la decisione tutti insieme, è una decisione comunitaria, perciò tutti insieme dobbiamo..."
"Un momento: anch'io faccio parte della comunità ed è stato deciso tutto senza di me"
"È una decisione della comunità"
"La comunità 'chi'?"
"L'ho deciso io per la comunità"
"Bastava dirlo subito..."
"Da oggi non si può uscire più dalla cappella senza aver prima recitato le $Bislacche, se non ti va bene puoi rimanere in silenzio durante le $Bislacche, ma non puoi uscire dalla cappella finché non sono state completate"
"Va bene"

E fu così che mi toccò sopportare il Prolungamento del Prolungamento dell'ora di preghiera, inteso a ridurci il più possibile il tempo per la colazione, e a fomentare la sindrome di Stoccolma nei miei commilitoni.

martedì 13 dicembre 2022

La famosa pausa di riflessione.

Tutti i miei amici che si sentirono chiedere dalla fidanzata una "pausa di riflessione" furono puntualmente traditi e mollati senza scrupolo. Non sorprende che tutti i miei compagni di seminario spariti ufficialmente per essersi presi una "pausa di riflessione" erano semplicemente stati scacciati. Ci sono delle spettacolari somiglianze nei tratti ipocriti delle relazioni sentimentali moderne (quelle in cui la castità è considerata un ostacolo) e nella formazione sacerdotale moderna (quella in cui la fede è considerata un ostacolo).

"Qui nessuno vuol fare fuori nessuno!", disse con voce fredda e tagliente il gaio animatore avendomi sentito (da lontano) scherzare sul fatto che uno dei nostri commilitoni fosse assente dalla vacanza del seminario. Pochi mesi dopo, rientrando in seminario a settembre, ci dissero che l'assente si era preso un "periodo di riflessione". L'avevamo sempre detto, io e altri, che era da tempo nel mirino (e sapevamo anche che presto sarebbe toccato anche a noi).

domenica 10 luglio 2022

Qualche piccolo aggiornamento

Nello scorrere queste mie vecchie pagine mi rendo conto che ormai non ho più molto da aggiungere ai temi già trattati, al di là di qualche altro tragicomico episodio dell'epoca che occasionalmente riaffiora alla memoria disseppellito sotto la catasta di scene di vita grottesche che credevo di aver dimenticato ma che riprendono quota ogni volta che sento accennare a vocazioni al sacerdozio.

È come il vomito dopo l'indigestione: una volta che ti sei svuotato, ti dai una rapida sciacquata e riesci ad andare tranquillamente a nanna. Che è forse anche il motivo per cui a suo tempo un amico sacerdote mi consigliò di scrivere un libro. È stato meglio un blog che un libro, anche perché in un libro difficilmente sei libero di usare termini come "ricchionata" e "froceria".

La questione dell'omosessualità nel caso di preti e anime consacrate riguarda infatti persone che vivono in un ambiente chiuso, popolato di persone del proprio stesso sesso, verso le quali nutrono - in virtù della loro tendenza omosessuale - un fascio di gelosie e infatuazioni che una persona eterosessuale in quello stesso ambiente chiuso non vive, un fascio di incontrollabili sentimenti (e di attrazioni fisiche) che gli etero della comunità non provano né mettono a budget. Perfino quando tale omosessualità fosse vissuta senza atti sodomitici. Una certa percentuale dei miei guai, come ho ampiamente raccontato nelle precedenti pagine, è dovuta al fatto che qualche Tizio era geloso di qualche Caio che era infatuato di qualche Sempronio che voleva farla pagare cara a qualche Pinco Pallino, con me involontariamente bastone tra le ruote di uno dei quattro, anche solo virtualmente, anche solo nelle paure irrazionali di una mente obnubilata dalla gelosia o dall'invidia, e specialmente nei casi in cui almeno uno di loro era mio superiore o figliuolo prediletto di qualche superiore.

Nel corso degli anni alcuni dei pretonzoli che a suo tempo (e in diversi luoghi) erano incaricati di vagliare la mia vocazione e la mia vita morale, son finiti sui giornali per faccende penali, peniene e omosessuali. Quindi absit iniuria verbis se in questo blog, nel corso degli anni, anche prima delle faccende di rilevanza penale, li apostrofavo come checche, froci, ricchioni, intendendo che un prete, in quanto prete, dovrebbe garantire un "minimo sindacale" di vita morale e di virilità, e che se qualcuno si fa sfondare l'ano o ricattare dai twinkini con cui si trastullava, non possono essere presi sul serio i loro giudizi sulle vocazioni, perché con enorme probabilità sono dettati da gelosie e infatuazioni.

Ho raccontato su questo blog del fatto che almeno fino alla fine del seminario ero ancora disponibile a sacrificarmi a celebrare la liturgia moderna, in italiano. Quando mi hanno sbattuto fuori ho cominciato a capire che era solo un prezzo da pagare, un sacrificio che ero disponibile a fare per disperazione (come se avessi voluto dire ai superiori "vi prego, farò anche questi nuovi e arbitrari sacrifici che mi chiedete, ma non scaricatemi come un sacchetto dell'immondizia") ma la mia tensione per la celebrazione della Messa non avrebbe sopportato a lungo l'opera di disturbo delle schitarrate, delle mini-omelie laicali, dei cartelloni e dei gadget mondani, dei canti sguaiati, trascinati, imbecilli, cacofonici, del dover far così anziché cosà perché altrimenti volano delazioni e vendettine trasversali. La mia vita liturgica non poteva essere scandita da tessuti sintetici sull'altare e addosso, da suppellettili sacre disegnate da poco meno che indemoniati, da impianti di illuminazione e amplificazione e riscaldamento, da barbosissime riunioni clericali, curiali, di sagrestia, dal sindaco, dal comitato della sagra, da aule liturgiche che sembrano garage... Uscendo da quella bolgia infernale ho cominciato a capire che la mia vita sacerdotale avrebbe dovuto essere dir Messa tridentina e confessare, non più soltanto "dir Messa e confessare". Quando sono stato libero di assaporare la Tridentina nei festivi e nei feriali, mi chiesi sinceramente come diavolo era stato possibile che quella liturgia fosse stata de facto abolita, censurata, proibita, vietata, e ancor più perché me l'avessero così accuratamente nascosta.

Ho spesso menzionato il "tempo libero" come se fosse una necessità assoluta del sacerdote (e di qualsiasi anima consacrata). Contro il tempo libero c'è poco meno che una furiosa crociata anche da parte di preti che passano come super-mega-tradizionalisti: fino all'ordinazione sacerdotale tutti si affannano a fingere di non averne, dal giorno dopo l'ordinazione i pretonzoli si affannano a ritagliarsene sempre di più. La demonizzazione del tempo libero - come anche di qualsiasi hobby non peccaminoso - parte dal presupposto che l'ideale sacerdotale sarebbe quello di diventare un robot: emettitore di liturgie, di prediche, di preghiere; il massimo consentibile è il leggersi fumosi testi teologici. In realtà il tempo libero andrebbe addirittura imposto, perché da come usi il tempo libero si capisce se qualcosa non va - e vale anche per il tuo direttore spirituale, e vale anche come tema per la meditazione personale. Se nel tempo libero ti affanni anziché riposarti, insegui robe ai limiti del peccaminoso anziché qualcosa di costruttivo o di rilassante, o peggio se ti annoi, nella tua vita c'è qualcosa che non va persino se sei un robot.

Con "tempo libero" non intendo "un angolo privato dove nessuno entri e dove nessuno può giudicare". L'angolo privato esiste proprio in risposta all'asfissiante moralismo (presente anche nel mondo "tradizionalista") che crede che il prete debba essere un robot.

Da una certa comunità scappai via letteralmente senza salutare perché quando un superiore ti ha spettacolarmente mentito una volta (più volte, e sapendo di mentire, e mentendo per salvare le apparenze, e mentendo riguardo a questioni fondamentali della tua vita, tua vocazione, tuo tempo libero), anche a distanza di decenni, anche di fronte all'ipotesi che le mentalità possono drammaticamente cambiare (inclusa la mia, visti ad esempio i giornali politici che leggevo assiduamente da giovincello), non riesci più a fidarti, non riesci più a pensare dov'è che abbia nascosto furbescamente l'ambiguità. Non mi può venir voglia di fidarmi di uno dei pretazzi dell'epoca pur vedendolo cadere sulla via di Damasco per la Tridentina. Non ce la faccio. Non è questione di perdonare o di sforzarsi di pensare che abbia cambiato idea. Chi si scotta con l'acqua bollente, diffida anche dell'acqua fredda. Se un topo fa tana su quelle tue mutande nel fondo dell'armadio, non ce la fai a rimetterle in lavatrice per illuderti che siano ancora utilizzabili. Le getti via, poiché il ricordo del topo che rosicchia è troppo forte per poter essere dimenticato da qualche giro in lavatrice. Considerato che c'è tanta gente - anche ex seminaristi - che hanno perso la fede proprio per situazioni del genere, non credo di essere troppo severo sul rifiutarmi di riconsiderare anche il caduto (presunto caduto) sulla via della Damasco Tridentina. (Suppongo pure che ci sia gente che la pensi così anche di me, e me ne dispiace, e so che è estremamente improbabile poter ricucire e perciò accetto la situazione senza inutili drammi e senza ipocrisie, che siam tutti peccatori me compreso; considero legittimo che qualcuno possa aver motivi di non voler più aver a che fare col sottoscritto, mi aspetto dunque che qualcun altro consideri legittimo che io non voglia più aver a che fare con lui poiché a suo tempo calpestò crudelmente la mia vocazione).

Sono tuttora convinto di essere chiamato al sacerdozio ma i contorni di questa chiamata si sono affinati. A differenza di chi vuole sposarsi e non trova moglie, e che ridimensiona i suoi standard accettabili anno per anno viaggiando spedito verso "una che basta che respiri", il sottoscritto - come tantissimi altri nelle stesse condizioni - ha ripetutamente alzato l'asticella, ha ridimensionato enormemente la quantità di cose su cui era disponibile a chiudere un occhio o a sacrificarsi. Mi trovo nella comica situazione in cui se mi dicessero "c'è un posto per te in seminario qui, in comunità là" dovrei domare la diffidenza anziché l'entusiasmo. Così come da giovane uno facilmente prende decisioni definitive dovute quasi solo all'avvenenza della ragazza che ha di fronte, dispostissimo ad accettare compromessi su tutto il resto, così da adulto è molto meno disposto a compromessi solo in nome di una bellezza muliebre che riconosce essere passeggera o di un quagliar presto. Vale anche per me, che ai tempi del seminario ero disposto a sacrificarmi su un po' troppe cose (beata gioventù, illudersi di poter resistere novanta-centoventi minuti di riunione dell'unità pastorale, delle sagre delle canzonette imbecilli durante la Messa, e di tutto il resto: e ricordiamoci che è responsabilità dei vescovi conciliari se le cose vanno così, perché sono i vescovi a plasmare il clero), mentre oggi non sono minimamente disposto ad accettare compromessi anche solo di blanda facciata ipocrita. Le energie che mi restano, il tempo che mi resta in questa valle di lacrime, la scarsa pazienza residua per quel che riguarda i temi ecclesiali e spirituali, non intendo immolarle - nemmeno una briciola - sull'altare dei compromessi. Dir Messa tridentina e confessare, e su tutto il resto "scusate, non so ancora se ho sufficienti tempo e pazienza". E non sono disposto nemmeno a prendere sul serio l'opzione "vattene da Lefebvre, visto il "Cinquantismo" tuttora ivi regnante.

domenica 12 dicembre 2021

Quello che han fatto a me, a chissà quanti altri l'han fatto...

Stamattina a Messa riflettevo su quanto la narrativa di regime di questi ultimi due anni abbia fatto affidamento sulla Deep Church e sui neochierici della neochiesa (che infatti si è distinta per aver zelantemente banalizzato Messa e sacramenti, reso obbligatoria la Comunione "sulle mani", ridotto le chiese a sale operatorie che puzzano più di Amuchina che di cera e incenso, ridotto il sacerdozio ad animazione parrocchie e passacarte curiali, alcuni chierici spintisi con foga a menzionare le vaccinazioni come più importanti dei sacramenti).

Mi tornavano scalpitanti in mente episodi in cui sarebbe bastato un singolo gesto positivo a ribaltare le loro malefatte. Il Summorum Pontificum ci lascerà un giudizio positivo di Benedetto XVI nonostante le sue tante debolezze. E allora anche qui, in queste terre desolate e disperate, la storia di nefandezze dei don Abbondio nostrani poteva essere ridimensionata da un singolo gesto come ad esempio ordinare il sottoscritto al sacerdozio, tanto più alla luce dell'aver ordinato prima e dopo di lui emerite capre (che hanno costantemente prodotto puntualissimi frutti caprini) e che un prete in più, anche dal loro sgangherato punto di vista, non avrebbe cambiato gli equilibri a cui tanto tenevano. Ci avrebbero persino guadagnato mia ulteriore fiducia e ubbidienza perché avrei ingenuamente creduto di vedere definitivamente la luce in fondo al tunnel. Fonti insospettabili li avevano anche avvisati - come lo stesso sacerdote che celebrava stamattina, mai stato parroco in vita sua, mai avuto incarichi "pastorali" - che se uno è buono a dir Messa va ordinato e basta, perché l'ordinazione riguarda il sacerdozio, non l'incarico curiale; si ordinano preti, non parroci, si garantiscono anzitutti gli insostituibili sacramenti, il resto si organizza dopo.

Mi avrebbero dovuto ordinare insieme a quelli del mio anno, che sapevano benissimo che la vocazione ce l'avevo non meno di loro, che sapevano benissimo che si stava commettendo un'ingiustizia nei miei confronti, e che avrebbero visto un bel lieto fine a una brutta storia ed avrebbero alzato l'asticella della propria già molto elevata soglia di miopia sulle ingiustizie che si irradiavano potenti e frequenti da episcopio e curia. E però, come al solito, di fronte all'ingiustizia i primi a fuggire con la coda fra le gambe sono proprio quelli che hanno avuto un pelo di vita comoda - e cioè i pretastri e gli aspiranti tali. Ricordo il freddo di quella mattina d'inverno in cui mi presentai a una celebrazione diocesana (istituzione ministeri) a cui non ero stato invitato. Erano riusciti a non invitarmi, a passarsi la notizia fra di loro (notizia pubblica a cui - come consueto - era stata data massima pubblicità). Perfino i compagni di corso, persino quelli del primo anno, tutti sapevano che ero il reietto che sarebbe stato espulso a momenti, e furono infatti sorpresi di vedermi lì insieme a loro. Tentai blandamente di scambiare due chiacchiere con tizio o con caio, ma fu poco più che un buongiorno e buonasera, bocche cucite che neanche fossero sotto tiro dalla Cekà. Il soviet della curia aveva deciso di qualificarmi non-persona, e loro istantaneamente ligi al soviet - e timorosi di scandalose delazioni, pugnalate alle spalle dalla Ghepeù curiale, fucilazioni sul posto - fingevano di non vedermi e di non sentirmi. Il peggio delle persone vien fuori ironicamente quando passano davanti al Santissimo Sacramento - e loro, davanti al Santissimo e pronti alla Comunione, ostentavano tutta la freddezza d'ufficio che esigeva il soviet clericale.

Ed immaginatemi con talare e cotta insieme a loro ai lati del presbiterio che fingono di non notarmi, sotto quel tagliente freddo umido di una cattedrale che ha visto molte piogge in pochi giorni, a marcar presenza ("servizio liturgico", lo chiamavano) in quel gruppo che tutti si erano sempre affannati a rendere più folto possibile e che adesso conteneva una presenza scomodissima, con seminaristi che si erano lanciati come gazzelle in fuga per prendere posto non vicino a me. Preti e seminaristi che fingevano di non vedermi, rettore del seminario e vescovo (entrambi con la coscienza più sporca di tutti per quanto riguarda il sottoscritto) che si fingevano indaffarati come sempre, e al termine tutti a scappare ognuno in tutte le direzioni pur di non passare accanto all'appestato non-persona. Forse la conversazione più articolata che ebbi fu qualcuno che colto di sorpresa mi domandò sorpreso se fossi stato invitato, al quale ebbi modo di replicare qualcosa tipo: ma ti pare che un'occasione come questa non si invitano tutti? Quando ho detto che questa neochiesa abortisce i suoi figli (a cominciare dalle sue vocazioni), facevo eco anche di quel giorno.

Un non-persona, così il soviet aveva deciso. Il burattinaio dietro le quinte ci teneva a che il corpo sociale della Chiesa (cioè la sua personale opinione riguardo all'idea comune dei fedeli) avesse preminenza sul Corpo di Cristo in nome del quale mendicavo il sacerdozio. Avevano paura che da prete portassi la - horresco referens! - veste talare. Che ogni tanto tirassi fuori il latino. Che mi sfuggisse qualche battutina sarcastica sui loro idoletti del momento. Che mollassi un pizzico di sarcasmo sul fatto che nella vera Chiesa non c'è posto per l'omosessualismo militante. Il mio destino di reietto era stato segnato fin dal giorno zero, da quando un prete parlò di me al vescovo, e il prete in questione - essendo perennemente in talare - non era in good standing: pertanto nemmeno il nuovo candidato doveva esserlo. Marchiato a vita, carne da Gulag, proprio come il reato di parente di controrivoluzionario trotskista in epoca staliniana. Il vescovo, distrattamente, gli aveva persino detto che c'erano ancora due o tre settimane per iscrivermi al seminario maggiore. Poi si rimangiò la parola data forse il giorno stesso (avrà preso ordini dal burattinaio?) imponendomi un anno propedeutico, che doveva essere il trucco (e il modo e il tempo) per convincermi a mollare la presa. Con qualcun altro dei candidati presentati dal not in good standing il trucco aveva già funzionato. Con me ci volle molto più tempo, e tentarono anno per anno, giorno per giorno, senza stancarsi: non mollai neppure alla fine, fu il vescovo stesso a doversi inventare il latinorum necessario a dimettermi, lui, su quella maledetta sedia a dieci metri a linea d'aria dal Santissimo Sacramento, a prendersi tutta la gravissima responsabilità che ora starà pagando con tutti gli interessi, scacciandomi come l'ultimo degli appestati senza nemmeno saper suggerire cosa fare dopo, lui che prima e dopo di me ha ordinato al sacerdozio soggetti inadattissimi.

La mia sola ordinazione sarebbe bastata a smuovere diverse anime che hanno lasciato questo mondo nei pochi anni successivi (e chissà quante altre incontrate lungo il percorso, nonostante i miei possibili limiti). Un parente sacerdote, un amico sacerdote, è qualcosa che non puoi fingere di non aver notato, specialmente quando ti dice - magari anche una sola volta, magari anche durante un brevissimo scambio di battute salaci - che è bene confessarsi ("non da me, ma da chi ti fidi di più, e frequentemente, da subito"). Anime che son partite probabilmente senza sacramenti, il che mi brucia peggio di una lama infuocata, perché la mia sola esistenza come prete avrebbe contribuito ad indurre quelle anime a pensare un minutino in più alla salvezza. Un ex seminarista non vale. Ci vuole un prete.

Ma no, proprio loro che credevano di sopperire alla mancanza di vocazioni aumentando organizzazione e burocrazia (e durata della formazione), avevano il terrore che avrei celebrato in latino. Che avrei celebrato Messa come atto sacerdotale di culto a Dio anziché come festicciuola animata dai parrocchiardi. Avevano il terrore che al vedermi in talare la gente avrebbe pensato che non tutti i preti sono uguali. Avevano paura che avrei chiamato le cose col loro nome. Che avrei preferito l'Ave Maria al Padre Nostro (guai ad instillare devozione mariana nei bambini! l'elisir genico-sperimentale di "lunga vita" sì, la devozione mariana assolutamente no!) e che avrei parlato di quanto è importante fare frequentemente una buona confessione. Temevano che avrei trasmesso cose della fede anziché cose della parrocchia. Crepavano dal terrore che avrei scoperto definitivamente la liturgia tridentina e avrei tratto le inevitabili conclusioni. Temevano che avrei liquidato con una battutaccia simpatica i furbacchioni che volevano ridurre la Chiesa a un palcoscenico del teatrino della sagra paesana - specialmente i pretuncoli fissati con teatralità e ricchionate. E così i tre marmittoni - vescovo, rettore e parroco dell'ultimo anno -, in ossequiosa ubbidienza al burattinaio, dissero ognuno di non poter non tenere conto degli altri due pareri negativi.

E così oggi si passano di vescovo in vescovo la rognosa eredità di una Chiesa Locale ridotta ad un cadavere tiepido. Anche dopo il Grande Periodo dei Saldi le nuove leve sacerdotali sono di qualità quantomeno discutibile, il perenne problema della Scarsità Numerica si accentua, l'età media anno per anno aumenta a grandi passi, i preti ultraottantenni sono ancora in servizio, le parrocchie - già brutte esteticamente - sono territorio delle bande di laici clericalizzati e protestanti. Hanno abortito il sottoscritto (e tanti altri meno resilienti di me) riuscendo a portare avanti (siamo a buon punto) l'eutanasia della neochiesa conciliare, proni alle nuove divinità vaccinali.

domenica 17 gennaio 2021

Signore, fino a quando?

Fin da quando ho realizzato di essere chiamato al sacerdozio la ferma intenzione era di celebrare Messa ogni giorno. Di presidiare il confessionale anche fuori orario. Di essere disposto a spendermi tantissimo, perfino per un vescovo asino incapace di apprezzare il sacerdozio ma che mi avesse accompagnato all'ordinazione senza far troppe storie. All'epoca ero persino disposto a barcamenarmi col Novus Ordo. Ma dal primo anno di seminario cominciarono gli indizi che per quei traditori di Cristo ero un'incombenza, un fastidio, un intruso. Non appartenevo al loro gaio club di checche da sagrestia. Non condividevo la loro "spiritualità" fatta di ipocrisie, di buonismi selettivi, di approssimazioni, di duepesi-duemisure. E a poco a poco mi rendevo conto che non potevo far nulla per cambiare il mio destino. Tentai in ogni modo onesto di guadagnarmi il loro favore, ottenendo al massimo qualche sorrisino ipocrita. Non avevano mai inteso realmente accettarmi. C'era posto solo per i loro gai cloni. Il sacerdozio come una casta di froci in cui si accede solo per cooptazione.

In poche settimane lessi tutto Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn. Duemila pagine che sembravano descrivere la vita di seminario, con poche differenze. La differenza principale era in quei sorrisetti, che i cinici apparatchik esibivano più raramente, e che sulle facce dei formatori erano indubitabile segno che stavano per pugnalarti alle spalle. Il marchio imperdonabile di trotzkista andava sostituito da "tradizionalista". I campi di lavoro degli zek (i detenuti) corrispondevano alle attività di seminario e di parrocchia: stupide, inutili, ripetitive, degradanti (come ad esempio: sguattero e lavapavimenti perché la festicciuola idolatrica splenda più del tabernacolo, perché bisogna "educare al servizio", bisogna "essere sempre disponibili"). Proprio come la triste sorte degli zek, con la differenza che la violenza non era fisica ma psicologica e spirituale. Col risultato di seminaristi portati all'esaurimento perché non andavano a genio a qualche formatore, indotti ad abbandonare la via del sacerdozio perché non erano simpatici a qualche frocio, "riprogrammati" con infiniti ricatti morali per renderli inutili clown. La formazione al sacerdozio intesa come accanimento contro coloro che non sono graditi alla casta frocesca.

Anni dopo rivedo con desolazione quegli anni. Vedo realizzarsi nella Chiesa il porcaio che era stato perfettamente anticipato in seminario. Come ad esempio la moda delle soppressioni per via amministrativa, come avvenuto per l'Ecclesia Dei. Oppure l'azzeramento della dottrina, con la manovra dell'aggiornare il catechismo e le preghiere (pena di morte, "non indurci in tentazione", ecc.), cioè far intendere che ciò che c'è scritto è sempre emendabile, ciò che credi oggi è sempre alterabile. Oppure il velo di silenzio sui cardinali froci. Leggo Corrispondenza Romana e altri cattoliconi on-line, e li vedo tutti impegnati a scolpire riccioli di burro. Scrivono cose giuste -per carità- ma non possiamo perdere il novantotto per cento del nostro tempo su questioni di cronaca senza scorgere il quadro generale. Un qualsiasi frocione finisce sui giornali per merito d'esistenza, e il cattolicume "deve" occuparsene tutto dialogante e incensante.

Il suicidio della Chiesa - di cui il sottoscritto aveva identificato osservandone (a proprie spese) l'autocastrazione vocazionale - è pressoché completo. Vien quasi voglia di rintanarsi nel cinismo del tanto peggio tanto meglio.

Quando sento qualche pretuncolo dire che la vita di seminario è stata per lui tutto sommato una passeggiata, capisco già che è sempre stato irrimediabilmente omologato al sistema. A lui non hanno mai avuto bisogno di contare i minuti spesi a dire frocerie nella saletta comune. Non hanno mai avuto bisogno di contestargli quella cazzo di sciarpa che indossava in inverno. Non è mai stato denunciato ai superiori per aver deriso la bandiera arcobaleno degli invertiti, ancor meno per aver criticato il gay pride. Se l'è cavata perché era omologato al sistema. Gli hanno fatto tenere corsi di cresima perché sapevano che non avrebbe menzionato nulla di tradizionale. Gli hanno fatto tenere la preghiera per i giovanissimi perché sapevano che non avrebbe mai fatto recitare una singola Ave Maria.

Al contrario, a quello sospetto di trotzktradizionalismo, hanno consegnato direttamente alla pattumiera qualsiasi rivista che avesse portato in parrocchia o nella casa di formazione, per il fondato timore che si trattasse di qualcosa di virile o addirittura di cattolico. Non gli hanno mai chiesto attività come la "preghiera coi giovani", col fondato timore che ci scappasse un'Ave Maria. Mai proposto neppure per una supplenza a qualche corso di cresima, per il terrore che dicesse cose cattoliche. Soprattutto non gli hanno mai perdonato le allusioni (più o meno velate) contro l'abominevole vizio sodomitico, come se si sentissero chiamati in causa. E tutto mentre gli altri formatori (Don Pilato Abbondio & company), rapidissimi a lavarsene le mani e a defilarsi, trovano energie per scappare fulminei anche in quei momenti in cui per far giustizia sarebbe stato sufficiente restare fermi come una statua per un paio di secondi.

Ecco perché abbiamo un clero così appiattito e insipido (che ha dato ottima dimostrazione con l'autoinflitto lockdown preventivo già a febbraio 2020). Perfino il buon prete capace di belle prediche e di qualche gesto di carità, nel momento in cui c'è da essere virile, preferisce scappare e rinviare alle calende greche, perché considera sé stesso parte di quel sistema, ed ha paura che in qualità di vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro possa bastare un minimo scossone per vedersi rovinata la comoda quotidianità e le misere opportunità di carriera. Perfino quel prete di grande cultura e di non trascurabile saggezza si è subito proclamato incapace di compiere certi gesti da sacerdote virile perché quantomeno gli avrebbero intaccato l'hobby di scrivere articoli e di organizzare conferenze. E persino quel prete che ufficialmente non aveva nulla da perdere, non ha ritenuto opportuno scommettere sulle vocazioni.

Questo stato di cose è talmente accettato dall'opinione comune che solo chi ne subisce le drammatiche conseguenze riesce a riconoscere che il sacerdozio ha smesso di essere virile, si è castrato da solo, con satanico entusiasmo, nella convinzione che la Chiesa potesse consolidarsi in una distributrice di omelie che non irritano nessuno e di sacramenti ridotti a festival delle oche giulive (ed "ecumeniche"). Sono stati addirittura accontentati dalla dittatur psicosanitaria e dal Grande Reset in corso, ma ancora non si rendono conto, perché lo stipendiuccio dalla CEI continua ad arrivare, le offertine per le Messe più o meno ci sono ancora, i soldi per la benzina non sono ancora finiti, hanno più tempo libero perché non hanno nemmeno da ciondolare in parrocchia... Sarà come per le batterie nichel-cadmio, quelle che non danno avvisaglie di scaricarsi: semplicemente, all'improvviso, hanno un crollo a zero.

E i cattoliconi ogni giorno si svegliano con una nuova mazzata (Misericordiae Vulnus, Amoris Mestitia, Pachamama, Fratelli Tutti, vaccinismo papale...) e addirittura riescono a meravigliarsi mentre si profondono in alti lai, senza che qualcosa cambi.

giovedì 14 gennaio 2021

Quante altre patacche bergoglione dovremo subire?

Buona questa: Lettorato e Accolitato anche alle donne. Ascoltando la notizia mi veniva voglia di gridare: avete dimenticato l'Ammissione!

Sembrano passati secoli da quando Ammissione, Lettorato e Accolitato erano visti come avanzamenti di carriera, da elargire con estrema parsimonia. Ricordo quando un anno la distribuzione dei ministeri laicali ai seminaristi slittò di qualche mese: i miei commilitoni sembravano presi da isteria, complottismi e manie di persecuzione. Lo slittamento fu dovuto ad una pecora nera che però essendo un Raccomandato di Ferro, non si poteva punire singolarmente. Pertanto con una scusa ridicola rinviarono per tutti di alcuni mesi.

Nel mio caso invece no: l'elargizione degli Avanzamenti di Carriera fu negata solo a me, in extremis, con una scusa ridicola che più ridicola non si può, proprio come se volessero dirmi che era un dispettino da checche. Mi fu comunicato per telefono, in tarda sera, soggiungendo che il Vescovo e il Rettore sarebbero stati assenti per rispettivi impegni. Sottinteso: non provare a chiedere spiegazioni perché ti abbiamo già chiuso la porta in faccia.

Fu così che mi negarono l'Accolitato, coscientissimi di colpirmi proprio sui nervi - proprio come nei casi di punizione talmente immeritata da indurre il punito a gesti esasperati. Riuscii a parlare col vescovo il giorno dopo ma fu inutile. Quest'Accolitato non s'ha da dare. Saranno stati fieri del loro operato. Intanto i miei commilitoni, con un misto di sadica libidine per la mia sorte e di paura per l'avvertimento mafioso che il mio episodio rappresentava per la loro carriera, vennero a sapere della notizia in un lampo. Tutti - seminaristi e pretame e vescovo - fecero persino in modo da non invitarmi alla celebrazione (in altre occasioni te lo ricordavano cinquanta volte al giorno a partire da due mesi prima): ero diventato l'appestato, l'infetto da cui stare alla larga. Mi presentai ugualmente e gli unici che mi rivolsero spontaneamente la parola furono i laici, ai quali fui costretto a spiegare che "per ora" il signor Vescovo non aveva ritenuto opportuno includermi nella lista dei beneficiari della Sontuosa Elargizione dei Ministeri Laicali. "Ma... hai fatto qualcosa?" (sottinteso: di grave). Non mi volevano nemmeno nel servizio liturgico, loro, a cui sembrava sempre di non aver piazzato abbastanza seminaristi nel presbiterio.

Dopo un po' di anni da quell'episodio, il nobilissimo Lettorato e l'ancor più sublime Accolitato - che da queste parti mai erano stati assegnato a qualcuno fuori dall'area clero - diventano un premio per topi di sagrestia. Come avvenne per il diaconato permanente a suo tempo.